Metz @ Traffic [Roma, 21/Febbraio/2013]

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Per un bel po’, non si è visto quasi niente: giusto al classico palmo dal naso, ecco. Come se un operatore di un autoscontro fosse improvvisamente impazzito, o fosse svenuto e caduto sopra il quadro comandi. Hanno il gusto per lo spettacolo, questi tre canadesi. Fosse solo la coltre di fumo… ad avvolgerti (anzi, meglio dire, a travolgerti) è anche una musica (musica?) sparata a volumi e a distorsioni bestiali. Non il massimo dell’eufonia, certo, ma non ne esci indifferente, poco ma sicuro. D’altronde, se un’etichetta storica come la Sub Pop ti mette gli occhi addosso e ti mette sotto contratto già al primo disco, ci dev’essere qualcosa sotto. Noi, intanto, attendiamo il nostro inesorabile destino mentre, quale foresta di Birnan, la nebbia incalza minacciosa…

Poco prima, a scaldare il palco ci sono stati i Flying Madonnas. A parte il nome bizzarro (che d’altro canto fa la sua figura), questi quattro ragazzi, presumo romanissimi, sanno il fatto loro. Una band completamente strumentale capace di proporre una psichedelia spesso sconfinante nel math, colma di cambi di ritmo, sequenze di accordi raramente pieni, spesso sbilenchi, in equilibrio su una corda sospesa su un abisso. E, inutile dire, una buona tecnica. Nelle intenzioni, mi ricordano qualcosa degli Zechs Marquise. Chiaro, come spesso succede con questo tipo di approcci, la costante mutevolezza, l’incapacità di soffermarsi per più di dieci secondi su qualcosa che abbia un vago sentore di regolarità e di melodia è la fonte dello scarso appeal alla lunga durata di questo tipo di musica, che rischia di farsi ostica e insostenibile. Non è un caso che il pezzo migliore è l’inatteso brano finale, in cui alcuni schemi si susseguono più regolarmente e consentono di gustare maggiormente la bellezza di certi passaggi. Ad ogni modo, un bel biglietto da visita per un gruppo con all’attivo un solo Ep di cinque pezzi. Bravi.

Durante le operazioni di cambio palco, comincia a montare questo nulla di endiana memoria, che inesorabilmente inviluppa qualsiasi essere nella sua traiettoria, vivente e non. I tre nordamericani salgono sul palco senza che sia ancora possibile riconoscere le loro fattezze. Non c’è tempo per questo: una scarica di distorsioni acide, con alti regolarmente a palla, ci investe senza neanche averla vista arrivare. I Metz si dimenano sul palco, scalciano, e in qualche modo ci si comincia a capire qualcosa a livello visivo, ché i timpani hanno già ingaggiato una strenua resistenza. Il cantante è un vero nerd d’altri tempi: capelli corti chiari quasi a scodella, immancabili occhiali, jeans strappati all’altezza del ginocchio, espressione da videogamer incallito. Ma lo anima il sacro fuoco: urla come un ossesso al microfono, salta, dà di matto, ghigna. Oltre a questo, sembrano anche dei simpaticoni: parlano volentieri tra un brano e l’altro e ringraziano sentitamente. Il bassista sembra un po’ Michael Madsen con quel ciuffo nero, mentre il batterista è forse quello con l’aspetto più ordinariamente rock. I pezzi? Facile in questo caso, avendo all’attivo un unico album, cosa su cui scherzano anche sopra per giustificare la poca durata dello show. Ma non è necessariamente un male, non in questo caso. I brani vengono presentati in modo sparso, ma condividono l’uno con l’altro la stessa cosa: un frastuono infernale, fuzzoso, impastato e metallico. Qualcosa che non sentivo davvero da un po’. I tre sono molto più deliberatamente punk che non noise nel senso sonicyouthiano del termine: l’accuratezza è l’ultimo dei problemi, visto e considerato che, tra tutte le note che, volontariamente e involontariamente sprizzano da quegli strumenti, si distingue un tutt’uno compatto e indissolubile. A scaldare gli animi sono soprattutto pezzi come ‘Wasted’, ‘Wet Blanket’ (che termina in una diaspora da brividi: poco prima che finisse, avevo davvero timore per le mie orecchie) e ‘Headache’. Il pubblico è tutto sommato composto: i tentativi di pogo veri e propri sono pochi e senza molto seguito, ma l’entusiasmo (o lo stordimento, dipende) c’è e si vede. La sventagliata di decibel dura abbastanza poco – un’oretta di concerto, scarsa -, ma sufficiente per lasciare sibili e fischi per tutta la giornata successiva. Un’esibizione d’esuberanza ormonale e strumentale, nichilista nel suo totale rifiuto di ogni sprazzo di melodia. I Metz offrono questo ora e lo sanno fare, soprattutto in quanto a potenza di fuoco e presenza scenica. Vedremo in che direzione questa ondata informe di lava si evolverà: per adesso, siamo rintronati e soddisfatti.

Eugenio Zazzara

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