Metz @ Init [Roma, 11/Settembre/2015]

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Quando accade qualcosa che modifica le nostre vite e le nostre abitudini, le possibilità di metterselo alle spalle sono nulle. Ogni 11 Settembre, anziché passare una giornata come le altre, siamo subissati di domande. Ci chiedono dove eravamo quel giorno, nel 2001, cosa stavamo facendo, se ci ricordiamo una cosa piuttosto che un’altra. Tutti vogliono parlarne, esorcizzare. C’è sempre spazio per i cospirazionisti, quelli che gli americani hanno fatto tutto da soli. I social, come ti sbagli, amplificano tutto: post, tweet, bandiere americane, le immagini profilo che si listano a lutto. Infine, col calar della sera, la tensione si stempera. Quattordici anni fa, ancora sconvolti, andammo allo stadio. Quest’anno, in un posto dove non potremo sentire nessuno ricordare quell’avvenimento con frasi banali. Non che lì nessuno sia interessato a parlarne, ma con quella line up, senza dubbio, faremo fatica a sentirne anche lontanamente la voce.

Arriviamo all’Init, ultimo baluardo musicale di Via Casilina Vecchia – seppure all’angolo – per il primo live al chiuso dopo la pausa estiva. Negli ultimi tre mesi di concerti all’aperto, ci siamo dovuti adattare a volumi sempre più bassi, a causa di proteste di persone noiose facenti parte di categorie alle quali possiamo affibbiare lo stesso aggettivo senza timore di essere smentiti. Anche per questo, quando salgono sul palco gli His Electro Blue Voice, ci entusiasmiamo come non succedeva da tanto. Sembra come quando, dopo tre mesi di vacanza, torni a scuola, rivedi la ragazza che ti piace, ed è ancora più bella di prima. Ci scappa un sorriso, come sarebbe successo dinanzi alla nostra prediletta, prima di lasciarsi andare all’headbanging, come non sarebbe successo dinanzi alla nostra prediletta. Uniche frasi scambiate col vicino, anche lui Nerds Reporter, sono “che potenza! che intensità!”, alle quali riceviamo altrettante bestemmie come risposta. Due modi diversi di esprimere lo stesso concetto. Sono molti i punti in comune tra il gruppo spalla e gli headliner di serata: band composte da tre elementi, entrambe sotto l’egida della storica etichetta Sub Pop, amanti del noise più spietato e, come spesso succede, rabbiosi sul palco quanto molto pacati, una volta scesi dallo stesso. Gli HEBV sono di Como e hanno dato alle stampe un solo lp, ‘Ruthless Sperm’, nel quale hanno fatto convergere tutti gli elementi degli ep precedenti. Più di una semplice apertura, il loro è un concerto intero, al termine del quale possiamo dirci già soddisfatti. Ai Metz, piatto forte della serata, resta il ruolo di ciliegina sulla torta. Prima di arrivare al dolce, però, avremo modo di perderci in lunghe chiacchiere nel giardino del locale, visto che il tempo, sia nel senso climatico che di quello che ticchetta sugli orologi, ce lo permetterà. Verremo richiamati all’interno, sentendo il frastuono proveniente dal palco. Si tratterà però soltanto di una falsa partenza, un richiamo di soundcheck da parte del trio canadese. Ci saranno altri dieci minuti circa da attendere, ma resteremo volentieri nella sala concerti: c’è una buona cornice di pubblico, ma niente di soffocante. Siamo abbastanza, ma lo spazio vitale viene mantenuto, come sempre dovrebbe essere e come spesso non è stato. La data romana è quella mediana tra le tre nel Bel Paese. La sera prima ci sono giunti buoni feedback da Bologna, mentre per quella dopo saremo noi ad anticipare qualcosa ai nostri amici di Milano. Il trio di Toronto si presenta sul palco lasciando invariate le posizioni sul palco, rispetto al precedente concerto: batterista al centro, cantante e chitarrista sulla sinistra, bassista a destra. Il cantante, Alex Edkins, si presenta come il più classico dei nerd, con una neanche troppo vaga somiglianza a Napoleon Dynamite, per anni ragazzo immagine di questo sito, mentre il bassista, Chris Slorach, sembra un impiegato delle poste. Giusto il batterista, Hayden Menzies, segue un po’ lo stereotipo del musicista grunge, con i lunghi capelli svolazzanti e un tatuaggio da duro al centro del collo. Senza chiacchiere né fronzoli, iniziano a proporre la propria musica, brani veloci e distorsioni violente, tutto tratto dai due dischi, l’esordio ’Metz’ e il sophomore, chiamato in un moto d’originalità ’II’. Nelle rare parti vocali Edkins urla senza risparmiarsi e si sente eccome, al contrario del cantante degli HEBV che se non lo guardavi non te ne saresti mai accorto che stava usando la voce. Pioggia di feedback e volumi altissimi, immediatezza e, ovviamente, pogo. I ragazzi sotto al palco vanno talmente forte, dal terzo brano in poi, che il frontman sarà costretto a chiedergli in un paio di occasioni di muoversi liberamente, ma senza fare male agli altri. Non avendo propriamente l’immagine di uno che incute timore, nessuno se ne cura e in molti continuano a far casino, anche se nessuno si farà male. Giusto una ragazza gracile, ma così sicura delle sue doti fisiche da buttarsi nella mischia, ruzzolerà per qualche metro, senza conseguenze. Sia il primo che il secondo album della band che si chiama come una città francese non essendo né di quella città francese, tantomeno avendo passaporto francese, durano intorno alla mezzora, quindi sappiamo che il live non sarà molto lungo. Ci godiamo così ogni secondo con attenzione, stordendoci con i suoni, godendoci i pochi accordi che compongono ogni loro pezzo. Vedremo il bassista assumere un’espressione enigmatica, per un problema di cavi che prontamente risolve, il batterista picchiare senza sosta e con violenza (ne avremo la controprova quando troveremo sul palco, dopo il loro saluto, una bacchetta in condizioni pessime, come fosse stata rosicchiata da un cane durante un lungo digiuno), il cantante sudare, o meglio, perdere acqua dalla faccia, con la stessa costanza delle fontanelle, chissà, forse in onore della città di Roma che sotto quel profilo è generosa. Dopo i dodici pezzi non ci saranno encore. Usciranno dal palco senza convenevoli e per circa cinque minuti i presenti non si muoveranno dalle loro mattonelle, rumoreggiando nella speranza di un ritorno dei propri beniamini, che hanno sì suonato meno di un’ora, ma dando tutto quello che avevano in termini di energie spese sul palco e lasciandoci un ottimo ricordo. Passiamo al banchetto del merch con la faccia indecisa, di chi vorrebbe comprare tutto, ma freniamo la valvola consumistica e ci accontentiamo di una spilla, quanto basta per ricordarsi che anche se l’11 Settembre sarà mondialmente ricordato, anno dopo anno, come una giornata di merda, ci sarà sempre la possibilità di ricavarci qualcosa di decente.

Andrea Lucarini

@Lucarismi

Foto dell’autore

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