Mercury Rev @ Joy Eslava [Madrid, 28/Novembre/2008]

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Scrivere questa recensione è stata un’impresa ardua. Quasi non avrei voluto scriverla. È che mi sembrava un sacrilegio convertire un meraviglioso affresco di emozioni in un freddo e laconico susseguirsi di segni ortografici. E in prosa, per giunta. Un poema epico sarebbe riuscito forse meglio a rendere l’idea. Lirismo, incanto, evocazione e potenza. Ok, ok, mi sono lasciato andare fin troppo: in breve, uno dei migliori live degli ultimi anni. E ora date libero sfogo all’immaginazione.

In una città in cui la cultura musicale non raggiunge livelli eccelsi, fa piacere vedere il teatro Joy Eslava riempirsi, seppur lentamente. Luogo normalmente adibito a “seratine” discotecare della peggior specie (vedasi l’infausto reggaeton), troviamo questa suggestiva sala tirata a lucido per l’occasione. La santa barbara sul palco mette le cose in chiaro: stasera si fa sul serio. In giro si vede di tutto: dai quarantenni testimoni degli esordi della band fino ai fans dell’ultimissima ora. La serata inizia, puntualissima, con l’esibizione di Julian Elsie. Cantautorato “alternativo”, o almeno è quello che il nostro sembra tenere stampato in fronte: piano e chitarra elettrica, ad infoltire la schiera dei giovani solisti di belle speranze in cerca di un posto al sole. Show gradevole, non abbastanza però perché non scivoli addosso senza fare breccia, fra una chiacchiera e l’altra. Elsie abbandona il palco giusto in tempo per evitare di essere travolto da una valanga.

I Mercury Rev prendono posto sul palco alle 21.30 circa. Ultimi a salire, i tedofori e titolari della sigla. Jonathan Donahue si piazza al centro: lo vedi, così leggero ed esile, e ti chiedi come farà a reggersi su quelle gambe. Eppure è incontenibile, tra pose da stregone e pifferaio magico, con gli occhi da folle e magnetici. Sean “Grasshopper” Mackowiak sorride sornione dietro i suoi occhialetti scuri e sembra davvero godersi lo spettacolo. Jeff Marcel, da timoniere, si sistema compassato dietro la sala comandi del muro di tastiere. È lui ad avere il ruolo fondamentale di dare lucidità e coerenza ai devastanti assalti lanciati dai compagni. Sulla sinistra, basso e batteria a completare la line-up. ‘Snowflake In A Hot World’, dall’ultimo, splendido, disco, suona potente e fragorosa, nettamente più coinvolgente dal vivo che in studio: il pezzo si illanguidisce  in un magma sognante e psichedelico, parte di un tentativo, riuscito, di fondere i brani di ‘Snowflake Midnight’ con quelli del suo fratellino ‘Strange Attractor’. Ma la vera sorpresa è constatare che, più che un concerto di presentazione degli ultimi due album, i nostri regalano un best of dei loro ultimi dieci anni di carriera, pescando a piene mani dall’opera maestra ‘Deserter’s Songs’. Ed è da qui che, già al secondo brano, la band cala l’asso di briscola: l’esecuzione di ‘Holes’ fa strage di cuori e strega l’intera platea. Il batterista picchia duro, fin troppo considerando l’andamento del pezzo: ma va bene così, “me l’hanno suonata”, penso commosso. Magia e melancolia, i ventidue euro del concerto potrebbero stare già tutti qui.

E invece è solo l’inizio: da qui in poi è tutto un susseguirsi di emozioni sconsigliate ai deboli di cuore. ‘Tonight It Shows’ è rivisitata in chiave youngiana, grazie all’armonica di Grasshopper; ‘Opus 40’, col suo ritornello killer, è quanto di meglio il pop abbia espresso negli ultimi anni; ‘The Funny Bird’ mostra il lato più esoterico e al contempo più travolgente del gruppo; e ‘Goddess On A Highway’ dimostra come trasformare un pezzo dalla struttura semplicissima in un vero inno. Anche le canzoni tratte dall’incerto ‘The Secret Migration’ (‘Black Forest’) e da ‘All Is Dream’ (la “poepica” [poetica-epica] ‘The Dark Is Rising’, la languida ‘Tides Of The Moon’ e ‘You’re My Queen’) acquistano spessore e maggiore convizione dal vivo. E l’esecuzione perfetta dei brani nuovi (su tutte, la magnifica ‘People Are So Unpredictable’ e ‘Dream Of A Young Girl As A Flower’, la migliore, con un ponte kraut da applausi) li rende ormai dei classici. Il viaggio si conclude sulle note della travolgente ‘Senses On Fire’, che lascia sul campo di battaglia schegge di ronzii, tremiti e un fantastico senso di appagamento.

Chi, dopo ‘The Secret Migration’, pensava a una band in declino, dovrà ricredersi. E, non bastassero gli ultimi due dischi, questa superba esibizione è una convincente prova di vitalità. I primi tre, storici, album non sono stati toccati. Ma lo si sapeva. Altri tempi, altri Mercury Rev. Ma l’energia è rimasta la stessa: seppure non alla maniera anarchica degli esordi, i nostri sono ancora capaci di fare rumore. Anche gli episodi più puliti e pop, vengono destabilizzati a colpi di fragore ed energia. E il quadro complessivo ne viene arricchito di quella che potremmo chiamare una “costante k”: vale a dire che ogni pezzo dal vivo gode di un surplus di forza d’impatto che lo rende memorabile. Un plauso particolare al pubblico madrileno: attento e composto nei momenti topici, esuberante e “caciarone” quando serve. Un concerto trascendentale. Una sinfonia dei tempi moderni.

Eugenio Zazzara

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