Mercury Rev @ Circolo degli Artisti [Roma, 15/Luglio/2009]

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Le cose speciali non hanno mai fine. Rimangono tali attraverso il tempo, i cambiamenti, le stagioni, gli amori. Sette anni dopo, Buffalo è ancora vicina al cuore di Roma. Sette anni dopo una sperequazione musicale che aveva dell’incredibile. I Mercury Rev ad aprire per i deliri d’onnipotenza degli Afterhours peggiori. Era l’aprile caldo del 2002. Un’altra epoca. Un’altra vita. Dopo la eco chiassosa dei fenomeni da baraccone, dopo il bubblegum per le masse dispensato a mani aperte, dopo l’eccitazione adolescenziale che nasconde incolmabili lacune cosmiche. Il bagno rigenerante dei Mercury Rev è puro misticismo. Un’evoluzione del suono penetrata e sviluppatasi lungo venticinque anni. Dalla lontana fondazione ad oggi. Con gli ultimi lavori (numero 7: ‘Snowflake Midnight’, numero 8: ‘Strange Attractor’) a confermare lo stato di eterea magniloquenza. Impalpabili, sussurrati, inavvertibili. Come l’emozione. I Mercury Rev rispondono dunque al quesito – che solo in pochissimi si fanno in vita – su cosa sia veramente l’emozione in musica.

La giornata più calda di luglio verrà ricordata con un concerto dai tratti memorabili. La grandeur di una formazione assoluta. Dotata di un talento al di sopra di ogni media immaginabile. Sognante. Teatrale. Dominante. “Bestiale” come dice qualcuno in sala. La gioia grande di vedere un intero club pieno a metà estate. Di un pubblico composto, perchè rapito, che tributa ai cinque newyorkesi l’applauso più lungo, quello del sentimento e dello stupore. Jonathan Donahue ha una barbetta imbiancata, ma mantiene un’integrità fisica invidiabile, forse grazie alla sua fanatica passione per l’hockey, seppur abbia da poco raggiunto i 43 anni. Il solito folletto. Il solito mattatore di sensi e corpi. Ed una gestualità che non ha eguali tra i suoi contemporanei. La contemporaneità, appunto. I Mercury Rev sono considerati come una delle “America’s most influential indie/experimental band of the 1990s”, uno status raggiunto grazie ad una serie di album magistrali. A partire dal capolavoro ‘Deserter’s Song’ che di fatto “rompeva” l’epoca più sperimentale, addentrandosi in un nuovo mondo di pop cristallino ed etereo, che condurrà i Mercury Rev a cavallo di una cometa.

Dopo le 22:30 parte un intro registrato e sullo sfondo cominciano a susseguirsi immagini di un tempo lontano. Gli anni del muto cinematografico che presto lasciano il posto ad una serie di copertine di dischi celebri. Tra le tantissime riconosciamo quelle di Nick Drake, Nico, Elliott Smith, Miles Davis… già immersi e storditi come siamo nell’atmosfera creata da qualche semplice minuto di introduzione. “The Show Is About To Begin!”. Camicia attillata con le maniche allungate sui palmi delle mani, bottiglia di vino rosso, pantalone nero, sorriso sulle labbra. Jonathan Donahue è l’epicentro del sisma. Il protagonista di una favola da raccontare a chi non c’era. Il suo fedele compagno Grasshopper (all’anagrafe Sean Mackowiak) – leggenda vuole si siano conosciuti all’età di dieci anni in una sorta di campo-riformatorio per piccoli delinquenti – è nascosto da grossi occhiali da sole, mentre Jeff Mercel agisce alle tastiere che sono sempre coperte dal telo leopardato. Dall’altro lato la giovane sezione ritmica dove spicca il capelluto Carlos Anthony Molina.

Non troverete qui una lista di titoli, di canzoni, di album, di nomi e cognomi. L’emozione non si può catalogare, inscatolare, etichettare. Ma troverete ancora qualche riga scritta sull’onda di una meraviglia sonora e visiva. Vi basterà sapere che la dozzina di brani proposti sono stati scelti da ‘Deserter’s Song’ in giù. Ma dovrete invece essere a conoscenza di quello che il palco ha tradotto in un’ora e mezza. Sontuosa dimostrazione di superiorità. La psichedelia cerebrale e paradisiaca. Diluita. Rarefatta. Melodie pop incastonate in spirali di pura regalità. Donahue si prende tutto il palco. Sempre sorridente. La mimica che lo porta a battere le ali come l’aquila che appare alle sue spalle. Un lento librarsi animale. Poi in equilibrio su una gamba sola. Un dolce fenicottero dagli occhi grandi, dagli occhi sgranati, pieni di magnetismo. E ancora imbraccia la chitarra, strumentalmente spaventosi, da dove esce quel suono così pieno, così bello?

Racconta un anedotto romano, di come sia stato colpito dalla gestualità della gente. Diventa un robotico Frankenstein che “colpisce” i suoi compagni. Detta i tempi. Manda baci alla platea. Mentre i Mercury Rev hanno già raggiunto l’altra parte del cosmo sconosciuto. Quando entrano le prime note di ‘Holes’ tutto si annulla e la coda che diventa improvvisamente ‘Tomorrow Never Knows’, è un ulteriore omaggio al background incancellabile dei nostri. Tornano per un bis a due brani. Che accresce tutto quello fin qui descritto. Ancora ringraziamenti. A mani giunte. Band totale.

Le cose speciali non hanno mai fine. Rimangono tali attraverso il tempo, i cambiamenti, le stagioni, gli amori. Il resto passa. I Mercury Rev restano.

Emanuele Tamagnini

2 COMMENTS

  1. La tua recensione rende pienamente. Complimenti. Che posso dire, io adoro i Mercury rev, andai a novembre fino in Francia per vedere il loro live dopo aver assistito alla breve esibizione imolese del 2005 nel contesto di un improbabile heineken jammin festival; pensavo che non sarebbero venuti in Italia e non volevo perderli, adesso torno a trovarli in grecia, visto che ho rinunciato ad una delle date italiane per motivi purtroppo molto seri .
    Ci sono poche band che sanno rimanere nel cuore. Come dici tu, il tempo passa, i mercury rev restano.

  2. Dopo averli visti per la prima volta l’anno scorso a Madrid, avevo una voglia incredibile di rivederli. Purtroppo non sono potuto venire, ma mi riconosco perfettamente in questa recensione. inarrivabili.

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