Merchandise @ Init [Roma, 13/Novembre/2014]

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“Eravamo quattro amici al bar” cantava Gino Paoli molto tempo prima di diventare presidente della SIAE. Giovedì scorso, invece, eravamo poco più di una dozzina all’INIT per la prima data capitolina dei Merchandise. Un’immagine desolante e desolata che pone molti interrogativi e mette in luce alcune debolezze nel mondo della musica live italiana e, soprattutto, del suo pubblico. La band di Tampa giunge nello Stivale in seguito alla rivoluzione di ‘After The End’, primo album pubblicato su 4AD. Un disco che, di fatto, ha cambiato i connotati stilistici degli americani, rappresentando un nuovo inizio dopo l’EP dell’anno scorso ‘Totale Nite’ il quale, col senno di poi, è stata un’opera di commiato verso il mix di noise, shoegaze e punk che aveva caratterizzato le prime uscite del gruppo. Carson Cox, frontman dei Merchandise, ha d’altronde più volte reso chiaro l’intenzione di discostarsi da quanto fatto in precedenza per ricercare una nuova proposta dalla smaccata impronta pop, senza per questo abbandonare l’ambiguo moniker assegnatosi. ‘After The End’, pur non essendo un capolavoro e pur facendo rimpiangere in alcuni momenti l’amore ormai finito per le distorsioni, è un buon disco, contenente alcuni godibilissimi pezzi pop che ammiccano agli Smiths, ai REM, a Prince e al funk, al brit-pop degli Suede. Pop for pop’s sake.

Non è certamente facile dover affrontare una platea così esigua mostrando naturalezza, ma il pubblico fa ciò che può per sostenere la band. I Merchandise danno il via al concerto con il trittico iniziale di ‘After The End’: la strumentale ‘Corridor’, ‘Enemy’ e ‘True Monument’. Bastano questi brani per avere un’idea dei punti di forza e dei limiti della band. I primi sono da trovarsi nel tellurico batterista Elsner Nino – precisissimo e potente anche più del necessario – e principalmente nella chitarra di David Vassalotti, funambolo della sei corde abile nel destreggiarsi tra i pedali in linee melodiche ammalianti, sgargianti ed ineccepibilmente eseguite. A non convincere a pieno invece sono bassista e chitarrista ritmico – abulici – e più d’ogni altra cosa la prova stanca e debole di Carson Cox, da addebitarsi principalmente al suo evidente stato di ubriachezza. La voce è sbiascicata, priva di mordente, indolente, incapace di aggiungere elementi di rilievo a quanto offerto invece dall’incredibile trama chitarristica di Vassalotti. ‘In Nightmare Room’ e ‘Everyman’ sono gli unici due pezzi del passato, mentre a far la voce grossa sono i pezzi di ‘After The End’, tra cui le ottime ‘Green Lady’ e ‘Little Killer’ e la banalotta ‘Telephone’. Arrivati verso la chiusura della scaletta, Cox decide di tagliare ‘Time’ e con ‘After The End’ i Merchandise si accomiatano da Roma. Cosa resta di questa serata nata storta? Restano le innegabili qualità live di parte dei Merchandise e buonissime capacità di scrittura pop. Non si cancella però la prova incolore di Carson Cox e una generale sensazione di pigrizia che, per quanto giustificabile dall’insoddisfazione di suonare davanti a un pubblico così esiguo, non dovrebbe palesarsi mai con band del genere. Discreti, ma nulla di più.

Livio Ghilardi

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