Melvins + Porn @ Circolo Magnolia [Milano, 2/Dicembre/2009]

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Non sono nemmeno le 21 e nella saletta interna del Magnolia già suonano e soprattutto c’è già un sacco di gente. Nonostante gli Alice In Chains al Palalido, i Porcupine Tree all’Alcatraz e gli Efterklang alla Casa 139 qui si respira aria di evento imperdibile. Vado a guardare il merch dei Melvins e mi becco l’unica incazzatura della serata. In vendita c’è solo una maledetta maglietta ed un bellissimo poster di Malleus, autografato dalla band ed in edizione limitatissima. 40 sacchi li può anche valere ma a me dei poster frega poco o nulla. Certo che è bellissimo! Niente chicche in vinile, che per il sottoscritto equivale ad una pugnalata. Poco male, mi rifarò prontamente con e-bay. Mi spiace per i gruppi italiani ma oggi non ho la forza di seguirli, così attendo i Porn chiacchierando allegramente.

La termostruttura esterna si riempie velocemente e già con i Porn, ormai parte integrante della grande famiglia Melvins, è praticamente piena a tappo. Tim Moss alla chitarra, touchpad ed effetistica, Dale Crover e Coady Willis alle batterie e al basso Mr. X (nel senso che proprio non so chi sia). Visti un anno fa all’ATP con Thurston Moore e Trevor Dunn al basso in un’esibizione noise dai volumi allucinanti. Roba che a ripensarci mi sanguinano ancora i timpani. Stasera sembrano più band, meno anarchici, anche se con i Porn la forma canzone non esiste. Un tappeto sonoro stoner-noise dal forte impatto tribale. Qualcosa di paragonabile alle Desert Sessions, ovviamente andate totalmente a male. Grande performance e prima o poi mi dovrò decidere a recuperare la loro discografia. Dei Big Business non c’è traccia. Pensavo fosse così solo a Milano, ma pare che proprio non suonino in questo tour. Probabilmente per il fatto che il nuovo membro, Toshi Kasai, é impossibilitato ad uscire dai confini americani. Poco male.

Ed ora i Melvins. Che cazzo si può dire di questo gruppo che in quasi 26 anni di attività, per un motivo o per l’altro, ha fatto fuori una miriade di bassisti? Di un gruppo che ha una discografia lunga come il Rio delle Amazzoni e che ha collaborato con i musicisti più disparati? Di un gruppo che non è mai sceso a patti con il mainstream e nonostante ciò è un punto di riferimento per tantissimi gruppi e scene intere? Si dovrebbero scrivere delle tesi di laurea e dei libri sui Melvins! C’è poco da fare, i Melvins sono uno dei gruppi più importanti, e a modo loro, influenti degli ultimi 20 anni. Punto! Senza di loro il sottoscritto sarebbe sicuramente una persona peggiore. Fin quando potranno andare avanti? Non lo so cazzo, ma fino a quando la capigliatura atomica, sempre più bianca, di King Buzzo (il vero re è lui!) resisterà io ho sperenza. Anche perchè non sono mai stati così in forma, mai hanno avuto una formazione tanto potente e compatta. Oggi i Melvins non hanno lasciato scampo a nessuno, pure la mia ragazza era commossa. Per una mezz’oretta sul palco si presentano i soli King Buzzo e Dale Crover che attaccano con ‘Ballad Of Dwight Fry’ di Alice Cooper. Il pubblico fin da subito inizia a pogare, ma il tendone è così pieno che alla fine sembriamo solo una grande onda. Poi tra le altre una bellissima ‘Suicide In Progress’, ‘Let Me Roll It’ di Paul McCartney, ‘Oven’ e ‘Let God Be Your Gardener’ da ‘Ozma’. Su ‘Pigs Of The Roman Empire’ entrano in scena Coady e Jared ed il suono si fa apocalittico. ‘The Bloated Pope’ e ‘The Talking Horse’ sono spaccaossa. Il primo set si conclude dopo circa 50 minuti con ‘Dies Iraea’, Buzz si prodiga a dire “We’ll be back, we’ll be right back”. Piccola pausa in cui incontro gente che solo ora è riuscita a farsi largo tra la folla e dopo poco riprendono proprio con ‘Dies Iraea’. Buzz presenta la band e mi fa morire dal ridere con un “Coady Willis but for tonight only, hot lips Willis” e “Jared Warren but for tonight only, the hippy silver fox (o fuck?)”, per poi lanciarsi in ‘Anaconda’. Il secondo set è incentrato sulla potenza e si nota la perfetta alchimia tra Dale e Coady. Tra le tante spiccano ‘The Kicking Machine’, ‘Blood Witch’ e l’intramontabile ‘Hooch’. E per la disperazione di Andrea accennano solo la batteria di ‘Civilized Worms’. In conclusione arriva il meglio, una ‘Night Goat’ lentissima in cui il basso di Warren la fa da padrone e la schiacciasassi ‘The Bit’. Si chiude con un solo di batteria sui cui Jared, con una voce effettatissima, guida una sorta di trip psichedelico quasi danzerecchio. Roba da quasi 10 minuti, per cui ha tutto il tempo di passeggiare tra la folla, farci sedere tutti quanti manco fosse Gesù Cristo e accompagnarci in un ultimo pogo salvifico. Se avessero suonato pure ‘Boris’ sarei morto in pace. Ma va bene così, in ogni caso è stato il concerto dell’anno. Grazie Melvins.

Chris Bamert