Melt Yourself Down @ Angelo Mai [Roma, 14/Dicembre/2013]

398

Quale miglior venue per un combo di questo genere se non l’ampio e accogliente scenario dell’Angelo Mai? Location peraltro azzeccata anche in virtù della tipologia di pubblico che il locale in Viale delle Terme di Caracalla è solito accogliere. Questa serata vede i Melt Yourself Down di Pete Wareham “ospiti” della rassegna Afrodisia – L’Afrique à Rome e, in effetti, la scelta è più che centrata. Il collettivo di stanza a Londra è un succoso progetto messo in piedi dal succitato Wareham, senza dubbio la mente e il cuore di tutto l’ensemble, e vede collaborare una serie di musicisti dalle esperienze più o meno similari. Spicca la presenza di Shabaka Hutchings, stasera purtroppo assente presumibilmente per un impegno concomitante a Rotterdam con i suoi Sons of Kemet, e sostituito da un sassofonista pel di carota, con più di una somiglianza col fresco vincitore di referendum Ginger Elvis (Josh Homme, ndr). Tra gli altri, ci sono anche Tom Skinner alla batteria, Ruth Goller al basso, Satin Singh alle percussioni, oltre al noto Kushal Gaya, già apprezzato l’anno scorso all’opera con gli Zun Zun Egui. L’organizzazione si prende come di consueto i suoi tempi, più che altro per dare il tempo di gremire il locale, tant’è vero che alle 22.30 l’Angelo Mai è ancora semivuoto. Fortunatamente l’affluenza aumenta, nonostante il freddo, e all’inizio dell’esibizione si comincia non dico a stare stretti ma quasi. La partenza è a ranghi ridotti, con i soli Skinner e Singh a creare un tappeto ritmico, sul quale intervengono però tutti gli altri per una partenza al fulmicotone con ‘We Are Enough’, uno dei primi singoli messi in circolo prima del debutto omonimo sulla lunga distanza. La volontà, da parte soprattutto di Wareham, di creare un sound che unisse la musica nubica ed etiope a sonorità più moderne legate perlopiù al jazz, al funk e al punk si esplica perfettamente già da questo primo brano: sezione ritmica martellante e ripetitiva e sax a farla da padrone sui temi e i riff (quasi sempre all’unisono) e sui soli (pochi e lunghi quanto basta). La cifra stilistica del concerto si potrebbe riassumere così. A fare la differenza, c’è tutto quello che distingue una band mediocre da una grande band: l’attitudine, la fantasia, il trasporto. Wareham e Gaya su tutti si scatenano, scendendo in mezzo al pubblico più e più volte, cantando, suonando, dimenandosi, sudando, estenuandosi. Gaya ruba la stampella a un ragazzo agitandola come un bottino di guerra (salvo poi restituirgliela, ovviamente), mentre Wareham smanetta febbrilmente su un pedale collegato in qualche modo al suo sax distorcendone, ampliandone e dilatandone il suono. Superfluo dire che, fin da questo momento, il pubblico penderà letteralmente dalle loro labbra e non potrà fare a meno di seguirne i dettati ritmici, almeno le prime file. La componente punk, si è detto. Vista la presenza dei sax, impossibile non pensare ovviamente al grande James Chance e ai suoi Contorsions. Le similitudini non si fermano, poi, alla musica: un gustoso aneddoto vuole che Wareham, per la scelta del nome della band, si sia ispirato a un raro disco di Chance pubblicato in Giappone nel 1986, chiamato appunto ‘Melt Yourself Down’, e che gli abbia scritto un email per chiedere (e finalmente ottenere) il suo benestare alla scelta. Si prosegue in scaletta risalendo fino alle sorgenti del Nilo con ‘Mouth To Mouth’, per poi passare per la potente e trascinante ‘Camel’ e al singolone ‘’Fix My Life’. Vista il numero ridotto di pezzi finora a disposizione, i MYD vanno avanti poco più di un’ora, incluse le encore, ripescando un po’ tutte le tracce del disco d’esordio. Se proprio vogliamo fargli un appunto, si potrebbe dire che il sound non è detonante in quanto quasi esclusivamente acustico (ma era nei piani) e che i pezzi sono piuttosto simili l’uno all’altro (ma era nei piani). Ma non si può che gridare “Bravi!” a questi grandi musicisti: musica per ballare, per dimenticare, per prendere i panni di qualcun altro, anche solo per un’ora. Obiettivo centrato perfettamente: e allora perché continuare a porsi domande inutili?

Eugenio Zazzara

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here