Melt Banana + Die + Demodè @ Init [Roma, 20/Novembre/2003]

476

Serata di fuoco all’Init, gremito di curiosi ed appassionati. La sorprendente quantità di presenze femminili nella composizione numerica del pubblico induce inaspettate considerazioni di ordine sociologico circa l’interesse e l’apertura mentale che le donzelle riescono a dimostrare, in modo a volte persino superiore rispetto alle controparti maschili cui compete “storicamente” la fruizione della musica “estrema”: la performance di questa notte, infatti, richiede la predisposizione ad un ascolto sicuramente non facile o immediato. Ma partiamo dai gruppi spalla, di gran qualità: aprono le danze i Die!, combo romano devoto al punk hardcore di vecchia scuola. Davvero convinti e convincenti, vanno avanti, duri e puri, per una strada che tira dritto da più di vent’anni attraverso brani di durata mai eccedente il minuto e mezzo. Aneddoto che riassume tutto lo spirito della loro fulminante esibizione: il cantante si china a bere un po’ d’acqua. Qualcuno tra il pubblico esclama: “No! L’acqua arrugginisce!” e lui “E vabbe’, sticazzi, mica so’ Pavarotti…”.

A seguire i tre Demodè (da Frascati), autoclassificati “fuori moda” nella loro interpretazione maccheronica, goliardica e ironica del prog metal, declinato attraverso un gusto contaminante/umoristico/jazzistico di tipo zappiano. Molto simpatici, gustosi e tecnicamente assai capaci, tuttavia peccano di insufficiente attenzione nella gestione delle timbriche, per cui buona parte della loro perizia va a perdersi nelle pastoie di un sound troppo confuso e fuori fuoco (specialmente per quanto riguarda il basso).

Ma veniamo al piatto veramente caldo: i Melt Banana, compaesani, sia in senso geografico che musicale, di band quali Boredoms e Ruins. File under: jap-grind-noise-core: rumore, avanguardia e creatività incompromessa. Alla voce una bella ragazza nippon in lungo abito rosso. Parla l’italiano correttamente ma quando canta ha un timbro acuto saettante di scioglilingua intraducibili in cui ogni sillaba va a cadere sul un accento enfatizzato dalla batteria, dietro la quale non è seduto un uomo, ma una macchina di morte e tortura, di chirurgica precisione metronomica, centrifugante e moltiplicatrice del ritmo: uno strano individuo (l’unico occidentale), una tale Dave Witte, meglio noto come addetto alle percussioni dei ferali Burnt By The Sun (dei quali l’ultimo ‘Perfect Is The Enemy Of The Good’ è stato giustamente acclamato come capolavoro imprescindibile dell’ultraviolenza sonora). Al basso quella che sembra una innocua piccola studentessa si guadagna a suon di plettrate una presenza sonora che è buona metà della sostanza su cui il chitarrista, munito di necessaria mascherina da chirurgo, fa esercizio del gusto futurista di far fischiare la chitarra schiantando subito dopo un power-chord d’impatto devastante. Il lavoro sui suoni di quest’ultimo è qualcosa di impagabile: un mago dell’instant-sampling e del delay, un drogato del pitchato, del glissato e del bottleneck in abuso di whammy-pedal, un vero trapanatore di timpani con licenza di uccidere. Dolorosi e ultraveloci, violenti a aggressivi nel sound distruttivo e ipercinetico, danno del loro meglio nelle micro-composizioni della durata di pochi secondi che ricordano il modello adottato dai Fantomas di ‘Amenaza Al Mundo’. A parte la geniale ed irridente trovata di presentare ogni pezzo (“stiamo per eseguire un brano che si chiama mikinawa ci chi nawa”. Zweeeeeee… Sbam! Tweerl. Tweerl. Sbam! TatatatatatatatatatatatatataZweee… Sbam! “Grazie, il prossimo brano si chiama…” e così via) questo genere di forma espressiva brachilogica, praticamente degli haiku trasposti nel grind, è massimamente seducente, e fa capire il motivo per cui questo eccentrico gruppo di Tokio ha avuto il privilegio di registrare un live per la Tzadik, la celebre etichetta di John Zorn: non ci vuole molta fantasia per riconoscere in queste violente poesie di pochi secondi l’impronta dei piccoli deliri del genio zorniano. Metteteci pure in mezzo le collaborazioni con Mike Patton e Trevor Dunn, e la collocazione dei Melt Banana in quest’ambito della geografia musicale apparirà definitivamente convincente. Per sempre nei nostri cuori: il cane che ha stazionato per gran parte del concerto sotto il tavolo del merchandising, e che non ha MAI smesso di abbaiare al povero addetto alla vendita del materiale dei Melt Banana… evidentemente non gli piacciono i giapponesi. Se posso infine permettermi di consigliare un souvenir adeguato, accaparratevi assolutamente il 7 pollici splittato tra i Dynamite Anna & The Bone Machine da un lato (gruppo rock’n’roll di Aprilia, dedito in questo caso all’interpretazione di un brano in giapponese) ed i Melt Banana dall’altro, impegnati in una rivisitazione mortale di ‘Tintarella Di Luna’.

Alessandro Bonanni

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here