Meet In Town (Day 2) @ Auditorium [Roma, 9/Giugno/2012]

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Questa volta non ci saranno problemi. E il primo caffè va giù che è un piacere nel chioschetto antistante l’armadillo assieme ad un soffice cornetto alla marmellata di provenienza ignota. Ci sono già crocchi di ragazzi sorridenti arrivati da fuori regione, sentendoli parlare riconosco infatti Toscana, Campania e forse nord Italia. Mangiano spensierati e trepidanti tranci di panino che trasudano afa e olio, sfogliando avidamente il programmino spiegazzato del Meet In Town, organizzando un piano d’attacco visivo per cercare di non perdersi nulla. Una volta braccialettato di bianco entro all’interno della cavea e noto con piacere che il mega palco è stato montato fronte entrata. Dunque solo posti in piedi all’esterno per scongiurare così le invasioni (pacifiche e festose) che hanno caratterizzato alcune recenti edizioni ma anche molti dei concerti “suona bene” degli ultimi anni. E Morrissey è alle porte. Dopo aver svuotato mezzo portafoglio per ingoiare un bicchiere di bibita nera gassata dolciastra e un tramezzino al sapor saponetta, attendo beatamente l’arrivo del 55enne pioniere del Bronx Afrika Bambaataa mentre tutt’attorno è impossibile non notare il moto perpetuo degli addetti ai lavori a cui non fa difetto lo svolazzante mega-pass che tengono con fierezza al collo. Intorno alle 20.30, quando un venticello soffia fresco tra i capelli, il Dj Afrika Bambaataa viene introdotto dal suo instancabile MC vestito con una “classica” maglietta da basket verde che riporta Conway 81 (GUARDA VIDEO). Per i successivi novanta minuti l’imperativo è ballare! Una miscellanea di eccellente fattura che il seminale artista americano propone tagliando trasversalmente almeno 50 anni di cultura nera per poi citare (tra i tanti) anche la partenopea ‘Andamento Lento’. Una festa assoluta scandita da un rappato onnipresente, divertito, scatenante, tanto che verso la fine va registrata un’invasione di palco partita dalla parte posteriore ad opera di un gruppo di esagitate e giubilanti ragazze (GUARDA VIDEO) ben presto invitate a farsi da parte. Il gran finale lancia in sequenza un omaggio ai Bee Gees, James Brown, le fanciulle sgambettanti e Prince. Rispetto.

La Cavea è quasi ormai ripiena di tutti e l’attesa si chiama Squarepusher. Tom Jenkinson nella sua smaniosa voglia di sperimentazione ha svariato nel tempo tra vari generi e da un’iniziale “atteggiamento” vicino al guru Aphex Twin si è ben presto svincolato dal pericoloso legame, trasformandosi pian piano in una sorta di virtuoso (fin troppo) manipolatore di macchine. Discografia frastagliata e ultimo album (‘Ufabulum’) più furbo che altro. La sua esibizione prevede oggi la simbiosi con il led. La partenza è suggestiva (GUARDA VIDEO) e ad un certo punto sembra di essere dentro il NORAD a simulare la guerra termonucleare globale con Joshua. Il piccolo Tom ha un casco stile saldatore che funge da punto di raccordo con la tempesta scatenata dai led posti sullo schermo alle sue spalle e sul “bancone” da lavoro, ma alla lunga, di lì a poco, la sensazione di stupore verso il gigantismo scenografico lascia spazio a quella tremenda di tedio, un disagio che oserei dire esistenziale (GUARDA VIDEO). Il finale lo consuma tenendo tra le braccia il suo basso, torturandoci le papille gustative e i padiglioni auricolari, un letale colpo basso che lascia la performance del britannico al limite della sufficienza.

Incontro amici e non vedo gente, colpa del buio che da qualche minuto attanaglia il catino auditorio e il giovane talento James Blake, qui chiamato a tenere serrate le fila all’aperto prima dello start nelle sale interne. Ma la sua performance alla consolle è neutra. E seppur alcuni passaggi trip-hop siano interessanti piano pianino lo spazio si svuota inesorabilmente per asserragliarsi stile Distretto 13 verso la Sala Sinopoli dove è prevista la prima volta in Italia di Atlas Sound, di Bradford Cox certamente. L’affluenza è regolata da solerti uomini in nero e la corsa sulle scale al momento dell’OK ricorda tanto quella che avviene ogni mattina all’apertura dell’IKEA. Vengo favorito dalle lunghe leve e mi approprio di una seconda fila davvero impagabile. La scenografia sul palco è già pronta per l’evento che chiuderà i lavori alla Sinopoli, ovverosia Sebastien Tellier, ma dopo una dozzina di minuti d’attesa, silenzio in sala entra Cox (GUARDA VIDEO). La performance (giusta nella durata) è di quelle da ricordare. Questo moderno Edward Scissorhands ha un carisma senza eguali, un dolce magnetismo, una carica emotiva che riesce miracolosamente a trasmettere anche solo con la presenza. Un corpo geneticamente mutato da un disordine infame non ha minimamente intaccato l’innata genialità, l’indole poetica, la straordinaria capacità di scrittura. In questo contesto, in questa sala, in questo preciso istante Bradford Cox diviene a mani basse il momento più alto dell’intera manifestazione capitolina. Ambient gaze, drone reiterati, semplici carezze acustiche che dal cuore si fermano al cuore, sembra quasi impossibile, appare doloroso addirittura dover scrivere forzatamente della luce emanata da questo trentenne. Seppur la sala sia al completo gli applausi sono tiepidi, assonnati, inspiegabili. L’entusiasmo è opera di pochi. Eppure Atlas Sound avrebbe meritato ben altra accoglienza che una schiera di infighettati ignoranti corsi a riposarsi su comode poltroncine. Lascio la Sinopoli per non farvi più ritorno. La bussola indica Teatro Studio.

Da questa sala negli ultimi anni ho avuto molte soddisfazioni, solo per rimanere al 2011 è ancora viva in my mind l’esibizione mostruosa di Nicolas Jaar e della sua superba formazione, e anche stavolta le previsioni (sotto forma di Brandt Brauer Frick Ensemble) sono delle più rosee. Prima però c’è da assaggiare Obaro Ejimiwe aka Ghostpoet, un altro trentenne, un’altra perla in attesa di verifica fattasi notare con il debutto ‘Peanut Butter Blues & Melancholy Jam’ che ben presto avrà un successore (il secondo lavoro è previsto nel 2013 via PIAS Recordings). Ghostpoet e la sua band sono in mezzo alla gente. Un’esperienza face to face elevata dalla straordinaria acustica del Teatro Studio. C’è aria viziata ma al contempo c’è aria salvifica. La voce baritonale e lo stato lievemente alterato dell’artista di Coventry (londinese d’adozione ormai) rendono la performance a cinque stelle. Oscura, penetrante, spettrale. Non posso che farmi prendere dal rito. Dentro le vene di Obaro c’è il sangue bristoliano che non ha smesso mai, non ha smesso ancora, non smetterà mai di scorrere. Il cobra Tricky direte voi, certo certo ragazzi, ma se permettete Ghostpoet ha l’anima legata anche al mai troppo incensato Roots Manuva (fatevi un favore e recuperate ‘Run Come Save Me’). Il Teatro non smette di regalare emozioni. Ritornerò presto.

Il tempo di verificare la potenza disumana che stanno sprigionando i Mouse On Mars, di registrare la fiumana di gente che si diverte tra le installazioni, i foyer a cassa dritta e il water bar, che opto incuriosito verso la Sala Petrassi dove si sono già spente le luci per accogliere i Breton. Ho ascoltato il disco (‘Other People’s Problems’) e non ho mai onestamente compreso l’entusiasmo generato e le biografie di presentazione a dir poco ingannevoli e/o deviate che li hanno accompagnati fin qui. Ci tengono a sottolineare come siano un collettivo artistico, nei filmati proiettati infatti ci ricordano che nel loro quartier generale a sud di Londra (BretonLABS) sono dediti ad esperimenti d’ogni tipo. Realizzano clip, corti, remix, fanno diavolerie stile piccolo chimico, ma probabilmente non hanno poi tempo di dedicarsi alla musica, la loro musica. Il quartetto infatti è scarso assai. Iniziano da Rapture (magari!) e finiscono da Maccabees. Non c’è sperimentazione (!!!), non c’è impattto, non c’è presenza, non c’è voce. Cristo non c’è un cazzo!

Torno al Teatro Studio per godermi il mio gran finale. The Brandt Brauer Frick Ensemble. Daniel Brandt, Jan Brauer e Paul Frick attirano tanti, tutti, troppi. Ma è giusto così. ‘Mr. Machine’ ha colpito nel segno e il tam tam delle loro più recenti esibizioni live han fatto il resto. Ipnotici, sofisticati, classici (non solo nell’accompagnamento orchestrale) finanche ballabili. Un set mostruoso, spaventoso, che non ha bisogno di rodaggi o brani “apertura”, multi-percussivo, multi-sensoriale, longitudinale. Mentre le gambe stanno per cedere, l’aria è divenuta satura, gli occhi stanno per salutare, il cuore batte forte ancora. Il pronostico è stato rispettato. Tolgo il disturbo molto dopo le 2. Non c’è bisogno di fare classifiche di merito. Bastava esserci. Chissà se alla Sinopoli stanno ancora dormendo su quelle poltroncine rosse… chissà.

Emanuele Tamagnini