Meet In Town (Day 2) @ Auditorium [Roma, 23/Luglio/2011]

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Oppure la serata degli psuedonimi, delle teste incappucciate, delle sagome al buio riverse sulle “stazioni macchina”, dei visuals magniloquenti, termici, stordenti, coinvolgenti. La serata numero due è la serata del Meet In Town votato all’elettronica. Della grande folla, di vincitori e vinti, di corridoi e foyer testimoni di transumanze e calpestii, di pass sventolanti e braccialetti-catena, di battiti profondi, di intro senza respiro, di borsette in tela, di luci, mille luci che registrano minuto per minuto ogni istante particolare al cuore, di poltrone rosse, di cellulari impazziti, della varia umanità.

Il miliare ‘In A Silent Way’ di Miles Davis alle 19 in un ancora non affollatissimo Teatro Studio viene tributato dal progetto About A Silent Way che ha la straordinaria capacità di spostare i normali canoni, i normali standard del pensiero jazzistico del senza tempo Davis. Un movimento rispettoso e al contempo riuscitissimo che conferma ancor una volta in più quanto sia stata immensa l’opera davisiana incastonabile ovunque, attuale, anzi attualissima se è vero che Fabrizio Bosso, Franco Piccinni, Francesco Bearzatti e Aldo Vigorito vengono immersi con tutta la loro maestria nella linea guida della struttura elettronica di Martux_m. Il risultato è sorprendente.

Seppur predisposto malissimo all’idea che a qualche decina di metri da me si aggirino le CocoRosie, lo step successivo riguarda proprio la Sala Sinopoli e l’esibizione delle due sorelle Casady. Il pubblico è in maggioranza femminile (oggettivamente esteticamente disprezzabile) ma non ho voglia di farmi influenzare da agenti esterni (a meno di un’improvvisa grandine perforante che purificherebbe la situazione) così mi siedo buono buonino in prima fila. Le CocoRosie evocano sentimenti contrastanti, disparati, al limite di una sopportazione a tempo determinato, ma senza spiegare il perchè l’inizio dello show pian piano riesce a prendermi, le due musiciste come al solito entrano abbigliate con il loro particolarissimo gusto freak, accompagnate con successo da visual che conducono in un immaginario boschivo popolato da creature fantastiche, ma soprattutto da un eccellente pianista come il giovane parigino Gaël Rakotondrabe e dalla fuoriclasse del beatbox Ashley Saywut Moyer. L’impostazione lirica della Sierra, il suo volto di donna velata, i profumi d’oriente (molto presenti nell’ultimo album), le manipolazioni elettroniche ricamate dalla voce nasale della Bianca, e ancora filtraggi, arpa, piccoli squarci di hip hop, classicità, sono tutti elementi che fraternizzati assieme (bene e con estremo mestiere-furbizia) danno vita ad un prodotto dal fascino del “differente” che però alla lunga (se si tengono gli occhi aperti e la mente sgombra) paga inevitabilmente dazio. E la noia, annidata e pronta a scattare dietro l’angolo, non tarda a fare capolino facendo sentire la propria voce.

Così ho la grandissima idea di tornare a lunghe falcate, misurate in un 46, verso il Teatro Studio dove è già pronto dietro al suo Akai MPC2000XL il trentenne londinese Derwin Panda ovverosia Gold Panda. Questo ragazzo che dimostra qualche anno di più della sua età anagrafica, è reduce da un debutto bellissimo (‘Lucky Shiner’) uscito lo scorso anno, con il quale ha chiuso idealmente una prima parte di carriera iniziata giovanissima, segnata da una residenza per studio in Giappone (testimoniata dalle immagini che scorrono alle sue spalle), proseguita poi con una serie frastagliata di remix, produzioni ed EP. Ci mette pochissimo Gold Panda a far muovere la gente, che in pochissimo tempo è divenuta tantissima: è praticamente il primo vero momento di elettronica totale e coinvolgente di questa seconda rappresentazione del MIT con il quale esordisco ufficialmente come danzatore. Impossibile non lasciarsi andare, il crescendo è pauroso, Four Tet che incontra Dj Shadow ma con un tocco, con una firma riconoscibile a distinguerlo dai suoi più famosi colleghi. Il Teatro Studio viene dichiarato sold out. Fila come al casello di Melegnano in estate e “porte” chiuse.

Il trasferimento avviene ora alla Cavea. Ed è qui che andrà in scena il climax datato 23 luglio 2011. L’affluenza tocca il picco massimo. Bionde chiome Corso Francia-Viale Bruno Buozzi, festival dell’iPhone senza show room, strangers in the night, sconvolt quiz, vestiti attillati, ma anche la bella/pronta alla festa massa adoratrice del verbo elettronico e della cassa martellante. “Happy metal, hard rap, country-ambient, Russian crunk. We don’t like it if people tag us as being a certain style or school or scene or whatever. We don’t really care about all that”. Ecco chi sono i Modeselektor. Gernot Bronsert e Sebastian Szary sono due non più giovani canaglie della Berlino post-caduta del muro. La Berlino in ricostruzione che mantiene ancora segni e legami col passato, come la tuta indossata da uno dei due manipolatori, pronti a scatenare l’inferno in terra. La gente si è nel frattempo riversata “pericolosamente” sotto palco, tutto l’anfiteatro è in piedi, con la Security in assetto respingente. Quando attaccano i colpi breakbeat, quando pian piano l’esibizione diventa show, quando questi due fanno vedere di cosa sono capaci, ecco che viene abbandonato il controllo sensoriale. La seconda mezz’ora è memorabile praticamente subito dopo il siparietto divertente che i due, armati di microfono inscenano, duettando in playback con le voci di Bjork e Antony, muovendosi e teatralizzando a loro modo la performance. I Modeselektor, attesi a settembre dal nuovo album ‘Monkeytown’, sono gli sciamani di un autentico rito techno-tribale da tramandare ai figli maschi (guarda video), un delirio apocalittico messo in piedi a vangate di IDM e colpi bassi. Pronosticabili i tentativi di invasione che vengono inizialmente respinti con successo dai modi non troppo eleganti della security, tanto che i due berlinesi fermano la musica invitando proprio la banda di uomini in nero ad usare maniere “gentili” e “non violente”. Cosa che si ripeterà dopo qualche minuto quando abbiamo solo voglia di saltare ancora. La gestualità danzante è quella techno e solo se al posto della carne hai il legno stagionato puoi pensare di non muoverti dinnanzi a cotanta ragione di vita elettronica. Il finale è solo festa. Uno dei due manovratori tiene fede alla consuetudine a cui hanno abituato i propri seguaci, cioè prendere una bottiglia di spumantone a basso prezzo e spruzzarlo stile Formula 1 sulle prime file (guarda video). Fuck! Dopo un’ora di rave autorizzato a tinte forti ringraziano e annunciano il concittadino Apparat (assieme al quale hanno dato vita al fortunato progetto Moderat) “assolutamente all’apposto della nostra musica”.

Per riprendersi non c’è allora cosa migliore che rilassarsi con Apparat in versione quartetto. La sua band. La sua tomba. Sascha Ring crede di essere Jonsi, peggio, pensa che i suoi compagni possano avvicinarsi alle atmosfere, alla divintà evocata dai Sigur Ros, sbagliando e toppando di grosso. Piazza la bellissima ‘Arcadia’ all’inizio ma l’asfissia e la noia mortale giungono con una mannaia a sentenziare senza appello sulla sua performance. Il consiglio è di tornare con i piedi per terra ma soprattutto di tornare dietro ad un laptop. Non c’è al mondo cosa peggiore (dopo la musica dei Coldplay e dei Killers), cioè i Dj che improvvisamente si svegliano musicisti.

Gadi Mizrahi intanto nel Foyer Sinopoli ha radunato un’importante fetta di teste “calde”. Il co-fondatore dei Wolf + Lamb ha surriscaldato l’aria come se ci trovassimo in un club dedicato della “sua” Brooklyn. Torno alla Sinopoli per curiosare su una band che avevo dimenticato chissà dove nella mia testa. Sono gli Stateless, che qualcuno nella foga confonde con i Faithless, formazione di Leeds uscita con successo poco dopo l’inizio del nuovo millennio ma che in poco più di otto anni ha pubblicato solo due album, compreso il recente ‘Matilda’ licenziato dalla Ninja Tune. Lezione trip hop, elettronica laptoppata, voce soul e venature mainstream pseudo alternative. Ma gli Stateless non ci “sono”. Non coinvolgono, non guizzano, non emozionano, confermando di essere una promessa poco-compiuta da lasciare evidentemente a ragione nel limbo del dimenticatoio. Leeds non sarà mai Bristol.

Corro verso il Teatro Studio con la solita falcata debilitata da una cena a base di Ricola al gusto sambuco e acquetta gassata Ferrarelle che sciaborderà nello stomaco per tutta la serata, perchè la curiosità mi sta lacerando dal pomeriggio. Devo vedere Nicolas Jaar. Ben presto ancora una volta la sala diventerà off limits. Talento newyorkese (con origini sudamericane, francesi e palestinesi) di poco più di vent’anni che ha passato l’adolescenza tra cazuela e Villalobos, per poi completare l’high school nella grande mela e accasarsi sulla label dei Wolf + Lamb, fino a debuttare quest’anno con ‘Space Is Only Noise That You Can See’ che racchiude tutte ma quasi tutte (le altre salteranno fuori dal vivo) le sue influenze colte e ragionate. L’Etiopia, il tocco francese degli Air misto alla cerebralità dei Radiohead, il trip hop vivaddio, il jazz certamente (ma non quello da club esclusivo, quello patinato, quello ridicolo, non il jazz che ha rovinato il jazz), tutto magistralmente levigato, tutto meravigliosamente celestiale. Sul palco sono un quartetto (l’esordio è avvenuto proprio a NY nello scorso febbraio) disposto circolarmente con chitarra, sax, batteria e appunto le manipolazioni elettroniche. Fantastici momenti space disco che fanno di quest’esibizione una delle più alte e straordinarie mai viste personalmente in quest’ambiente.

Scopro che è morta Amy Winehouse.

Via verso la Sinopoli sgombra dagli Stateless che dovrebbe però già aver accolto i Lamb, tornati attivi discograficamente con ‘5’ e a due anni dalle eccellenti prove live di Milano e Roma. Ma appena entro nella sala già praticamente tutta piena viene dato l’annuncio a voce che bisogna uscire perchè i Lamb debbono provare altrimenti niente concerto. Giro i tacchi e decido che per questo Meet In Town il mio apporto da cronista può bastare. Nei corridoi che portano alla Sinopoli la fiumana di gente che si sta avvicinando è impressionante mentre nei Foyer la festa continua. La serata è fresco-forse è meglio il maglioncino, tolgo i braccialetti verde chiaro e verde scuro, saluto col cuore tutti, salgo sulla mia broom broom e accendo la radio. E adesso coi Tiromancino che cazzo ci faccio?

Emanuele Tamagnini

1 COMMENT

  1. E invece sarebbe valso la pena aspettare i Lamb. Coinvolgenti come pochi. Lou Rhodes in grande spolvero, e il (contro)bassista (jon thorne?) preciso e bravo.

    Aggiungiamo che Andy Barlow è un pazzo integrale, ed esce fuori una buona performance.

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