Meet In Town (Day 1) @ Auditorium [Roma, 8/Giugno/2012]

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Il garage dell’armadillo come prima location del Day-1. Una sorta di postview sotto forma di party a posti limitati, uno start “chiuso”, un’ambientazione underground (anche troppo), dove si contrappongono le luci fastidiose degli sponsor, quelle rosse in carne ed ossa della provincia wi-fi, quelle basse che illuminano i primi metri davanti al palco approntato per gli iniziali protagonisti di questa nuova edizione. Il MIT serra le fila e propone un programmino a cinque stelle che non prevede troppi movimenti schizofrenici, feroci accavallamenti e spasmodiche ricerche di questo o quell’altro artista. Viene praticamente evitato il micidiale “ce l’ho, mi manca” a cui sono abituati gli affezionati dei grandi festival, che in una sorta di raptus compulsivo si ostinano a voler completare il loro personale album di figurine e ricordi. Vale tutto, anche solo cinque minuti di esibizione rappresentano uno spazio da riempire, un vuoto da colmare, una medaglia da mostrare. Per fortuna le dimensioni a misura d’uomo medionormale del Meet In Town, oggi, neutralizzano completamente le precedenti osservazioni, donandoci più tranquillità, più serenità d’ascolto, più controllo dei battiti cardiaci.

Serata ventilata. Arrivo come sempre forte di una puntualità mostruosamente svizzera e per certi versi disgustosa. Incontro Hans-Peter Lindstrøm seduto ai tavolini del bar dell’auditorio che fissa la mia maglietta Nerds Attack! color verdefagiolino venendo ricambiato da un atteggiamento snob del sottoscritto. Il bar però è chiuso e l’organismo bisognoso di caffeina mi rende scontroso, accigliato, smanioso. Inutile che continui a guardarmi Hans, pensa a quando facevi cover dei Deep Purple, pensa a quando da ragazzo ascoltavi i Genesis, i Jethro Tull e il country, pensa a quanto è stato importante Prins Thomas, senza il quale forse stasera stavi ancora a bere una birretta nella tua megalopoli Oslo. Non ho avuto questi pensieri tutti assieme ma li ho centellinati ingannando un’attesa sfiancante, seduto su una scomoda panchina, prima che il mio corpo irritato dal mancato acquisto di una tazza di nero bollente, mi avvertisse che in fondo Hans-Peter è un gran bel talento acquisito, uno che è venuto fuori alla medio-corta distanza, che quegli ascolti di gioventù sono stati poi sostituiti da Sun Ra, Vangelis, fino al Lou Reed di ‘Metal Machine Music’, con il quale deve aver flirtato al momento del concepimento dell’ultimo ‘Six Cups of Rebel’ (un grande lavoro), che l’ecstatic disco di ‘I Feel Space’ rimane un break per certi versi sconvolgente. Ora mi sento meglio.

Scendo le scale che portano al garage e almeno all’inizio ci sono più “addetti” che gente. Inservienti, forze dell’ordine, sicurezza ovunque, pompieri, passdotati e passmuniti, braccialettati e un esercito della salvezza fotodigitale. A singhiozzo assorbo il nostro Dj Knox che funge da riscaldamento lento per i primi avventori contraddistinti dalle più disparate colorazioni ed estrazioni. Vi ho già detto che odio la sottocultura hipster? Mutanti ciclostilati, fotocopiati, che dell’origine, dalla jazz age degli anni ’40 forse hanno giusto qualche traccia manifestata dal taglio di capelli. E’ una repulsione d’antipatia, dunque un sentimento, e come tale non ha poi molte spiegazioni, un po’ come ciò che provo verso i barboncini (razza canina), c’è qualcosa nel profondo che mi dice che dovrei prenderli a calci nel culo (padroni compresi). Alle 22.30 senza troppi “squilli” di tromba prende il suo posto Com Truise (all’anagrafe americana Seth Haley), cresciuto a colpi di anni ’80, Giorgio Moroder, Tubeway Army, Pointer Sisters e passato in breve tempo all’assorbimento griffato Boards Of Canada e downtempo. Ma come per alcuni suoi colleghi contemporanei (su tutti Bibio), tra la produzione discografica e l’esibizione live, il divario è ancora molto. Com Truise è di una noia mortale. Senza guizzi, senza personalità, senza accelerazioni ma neppure senza decelerazioni. Ritorno ad essere smanioso.

Ma le cose fortunatamente cambiano di colpo grazie all’arrivo del magnetico DāM-FunK (all’anagrafe americana Damon G. Riddick) ri-conosciuto “ambasciatore del boogie-funk” che sovverte l’andamento soporifero creato e stabilizzato dal suo predecessore. Il flavour westcoastiano, revivalizza e infiamma le pareti glaciali del garage per destinazione, lanciandoci di colpo indietro nel tempo, e più precisamente a cavallo tra gli ultimi ’70 e i primi ’80. Le ombre lunghe della famiglia Parliament/Funkadelic sono in verità ingombranti ma Riddick ha il grande mestiere di renderle attuali, modernizzando con semplicità e gusto territori post-funk (semi-disco) altrimenti già sentiti.

Lindstrøm era ed è stato il clou. Di lui abbiamo già ampiamente detto, ma conviene sottolineare la statura da autentico fuoriclasse dimostrata durante lo spazio a lui concesso in questa prima giornata del Meet In Town. Voli nello spazio più armonioso, impeccabile leader dell’electro (da)club, come se dentro quella testa frullassero Cerrone, Moroder e Holger Czukay. All’improvviso mi assale il timore che per vendicarsi del mio snobismo caffeinomane, l’artista norvegese possa dedicarmi – indicandomi – una versione tech-house di ‘Smoke On The Water’, ma probabilmente sono solo gli effetti di una stanchezza che pian piano mi accompagna a riveder le stelle.

Emanuele Tamagnini