Meat Puppets @ Circolo degli Artisti [Roma, 6/Aprile/2012]

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Who needs action when you got words? Quando ho letto la locandina del concerto, un po’ di tempo fa, in cui era promessa l’esecuzione per intero di quel capolavoro che è ‘Meat Puppets II’, tra me e me mi sono detto “sta a vedere che alla fine suoneranno mezz’ora e poi se ne andranno, ne sarebbero capaci”. Il concerto comincia in perfetto orario con ‘Split Myself In Two’, e la sala del Circolo non è poi così gremita. Sul palco ci sono loro, proprio loro: i fratelli Kirkwood (Curt sembra si sia appena alzato dal letto, Cris sembra sia stato acchiappato da sotto un ponte pochi minuti prima dell’inizio del concerto) e il nuovo batterista (dal 2009) Shandon Sham. Mentre l’ordine delle canzoni su disco viene riproposto in sede live, mentre due o tre coraggiosi accennano un timido pogo, mentre un giovanotto davanti a me compie un gesto sacrilego (si mette a fare le corna come fossimo ad un concerto metal, peraltro eseguendole male perché se proprio le devi fare quel dannato pollice tienilo nascosto dietro il palmo della mano, senza mostrarlo, altrimenti sembrerai soltanto un piccolo Spiderman-wannabe), io ho il tempo di notare quanto sia incrementato il numero dei presenti. A brufolosi capelloni adolescenti con i camicioni di flanella (che carini), si accostano splendidi quarantenni dagli sguardi trasognanti e dalle basette di anno in anno più bianche.

Quando arriva il momento di ‘Aurora Borealis’ io sono totalmente rapito dalla semplice ed angelica bellezza di quell’arpeggio; quando si alzano i volumi la pelle del mio collo comincia a tirarsi su, come se la cervicale volesse schizzare via dal mio corpo. Davanti a me quel giovanotto, che prima cercava di sparare ragnatele con la manina, adesso sta baciando appassionatamente la propria ragazza. Che poi dire che la stava baciando pare un eufemismo. Della serie: guarda che così la metti incinta! Mi giro verso la mia ragazza che è totalmente assorta, totalmente perduta in un onirico immaginario di canyon e di deserti, di cactus e di peyote, di cieli che si toccano con un dito e di teschi di bufalo tristemente poggiati al suolo. Dio santo, è per questo che ti amo. L’esecuzione di ‘Meat Puppets II’ nonostante qualche pecca a livello tecnico (Cris non si ricorda neanche una linea di basso, chissà come mai) è da dieci e lode, siamo tutti soddisfatti e siamo tutti molto contenti. Abbiamo cantato/urlato, abbiamo pogato, abbiamo viaggiato. Però è durato tutto una quarantina di minuti scarsi. Bello, ma un po’ poco. E insomma non venite a Roma da quasi vent’anni e non per me che ancora devo compierne ventitré, ma per quegli splendidi quarantenni che sono qui non avete qualcosa nel sacco? Con immenso piacere scopriamo tutti che la serata cow-punk è appena cominciata. Il concerto si estenderà per un’altra oretta buona, un’ora in cui il trio di Phoenix darà adito alla propria discografia estrapolando brani dagli esordi ai giorni nostri (anche se il disco da cui hanno attinto di più è stato ‘Up On The Sun’). E così il Circolo torna ad essere improvvisamente un polveroso saloon in cui tutti si dimenano, in cui tutti cantano e urlano, in cui tutti dimenticano la dura settimana di lavoro. E così tra classici e tra cover (personalmente ho riconosciuto ‘Sloop John B’ e ‘ Glory, Glory, Hallelujah’, ma non mi stupirei se ce ne fossero state altre) la serata va spegnendosi verso mezzanotte, quando un po’ di stanchezza cominciano a sentirla, loro, i Meat Puppets. Perché noi là sotto ci saremmo rimasti fino alle luci dell’alba.

Stefano Ribeca