Matt Elliott @ Init [Roma, 5/Marzo/2014]

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Matt Elliott dimostra come siano necessarie veramente poche note per fare una bella melodia. E questo lo fa in tutta la sua semplicità, presentandosi all’Init di Roma, vestito come se stesse a casa sua: pantalone nero comodo, scarpe da tennis e T-shirt con scritta “supergonzo” che si lasciava intravedere dalla felpa, sempre nera, semiaperta. Nulla a vederlo così avrebbe fatto credere che è proprio lui l’autore di pezzoni folk e super tristi come ‘Oh how we fell’ o peggio ancora ‘If anyone tells me if it’s better to have loved and lost than to never have loved at all’. Ma tant’è e non appena impugna la sua chitarra Matt sembra quasi cominciare una catarsi senza tempo. Il respiro si fa tecnico come tecnici allungamenti di yoga sembrano le posizioni che assume con il collo nei momenti  più importanti dei suoi pezzi. E’ solo lì sul palco ma talmente a fondo nel dar vita ad un suono così illimitato e denso, che nulla sembra minimamente accennare ad una stato di solitudine, anzi, tutto lascia percepire una sensazione di “pieno”, un “tanto”, un “affollato” a cui l’orecchio deve prestare attenzione se non vuole perdersi lo spettacolo. E questo accade paradossalmente proprio quando si appresta a raccontare di “how it feels to be alone” (“come ci si sente nel stare soli”), refrain ossessivo e ripetuto ad infinitum nel  pezzo ‘Dust flesh and bones’. Il ritmo invece sembra seguire una logica inversamente proporzionale: tanto calmo e lento all’inizio, quanto veloce e inquieto in chiusura. Il “go run go” del terzo pezzo porta invece come ad “esorcizzare” qualcosa, un invito forse ad uscire da una realtà non sempre vicina al proprio desiderio. Bene ‘I put a spell on you’, poco coinvolgente l’omaggio a Nancy Sinatra con ‘Bang Bang’, ottima invece la cover dalle atmosfere più “pulpfictioniane” di ‘Misirlou’ con climax caldo ed avvincente esploso a chitarra in overdrive. Nel complesso si deve a Matt Elliott una certa professionalità, capacità e bravura. Si sentono nei suoi pezzi il lungo errare, un cadere e rialzarsi tipico di chi ha sicuramente più di qualche storia da raccontare ma manca al tempo stesso di un certo spessore di quella profondità e tragicità forse propria e più vicina ad un fare latino passionale che britannico. Ma la musica tutta si sa soffre etichette e preconcetti, è continuo divenire e come tale dev’essere lasciata in pace. Matt ha la stoffa di chi un giorno dimostrerà anche tutta la sua profondità, per ora è tecnicamente quasi perfetto e senza alcun dubbio gradevole. Ultima nota di critica infine va all’orario scelto per il concerto: cominciare alle 23h di mercoledì sera può essere vagamente faticoso per chi vita d’artista non ha.

Daniela Masella

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