Master Musicians Of Bukkake @ Init [Roma, 7/Giugno/2013]

873

Si dice che l’apparenza inganna. In questo caso, aggiungerei, non sempre dietro un grande nome si cela una grande band, anzi. D’altra parte, se hai il gusto sopraffino di chiamarti Master Musicians Of Bukkake, allora due sono i casi: o qualcosa di davvero grosso bolle in pentola, oppure sei un bluff clamoroso. Mi sono avvicinato a questi musicisti ammiratori dell’opera seminale (mai aggettivo fu più calzante) di Kazuhiko Matsumoto in prima istanza per il nome, lo ammetto. D’altronde, l’autopromozione è fondamentale, e come operazione di marketing ha la sua efficacia. Beh, questa band di nostalgici esoterici provenienti da una città dal fascino tutt’altro che esotico come Seattle e già attivi in gruppi significativi come Earth e Sunn O))), ne sa una più del diabolico baccanale che mettono in scena ogni volta. Intanto, l’allestimento della location. È forse la prima volta che all’Init vedo palco e platea predisposti per quello che, se non fosse per la strumentazione, sembrerebbe più un rito iniziatico che un concerto. Coltri di fumo e nebbia fitta ci invadono non appena varcato l’ingresso, accogliendoci in una grotta degna dei riti di passaggio all’età adulta dell’Isola di Pasqua. A svettare sul palco, una specie di altarino con candelabro a quattro braccia, foulard e drappi ovunque e, ciliegina sulla torta, un drone bicorde in sottofondo, in un loop basso, tetro e lugubre. La cosa si fa interessante, mi dico, benché il florilegio di allusioni tribali, visioni mistiche, aurore boreali e idoli votivi possa anche pericolosamente preludere alla gran buffonata. Fortunatamente, mi sbaglio. Nell’ombra e nella fuliggine, quando i nostri polmoni cominciano già ad averne abbastanza dei fumi da autoscontro, delle figure si muovono e si agitano nella penombra del palco. Tanto per stare sul sicuro, dell’altro fumo viene sparato sul palco, investendoci inesorabilmente. A questo punto, da un qualche punto indefinito si leva un accordo di synth, che poco a poco diviene un tappeto dronico a creare un senso di aspettativa, di suspence. Un mio amico, per fare riferimento a certi stati di alterazione e di scarsa consapevolezza di sé indotti dall’uso di particolari sostanze, usa l’espressione “ballare con lo sciamano”. È proprio questo quello che mi è venuto in mente quando, dalla coltre appesantita da quegli accordi magnetici, ha cominciato a emergere una nuova figura. Indossa una lunga tunica, il volto coperto da una specie di maglia medievale e, sopra, una maschera con le sembianze di un cervo. Una specie di divinità egizia con un certo, post-moderno gusto per l’abbigliamento kitsch. E gli altri cinque compari non sono da meno, con i loro turbanti colorati sovrastati da anacronistici occhiali da sole. Questo misto di esoterico e profano, questa commistione goliardica e grezzamente americana di orpelli estetici però non disturba; lungi dallo spezzare un’atmosfera che si vuole pagana e quasi settaria, aiuta a sdrammatizzare una messinscena che rischierebbe di risultare pesante e pretenziosa, aggiungendo quell’elemento “cazzone” che distende l’atmosfera senza spezzarla.

Il preludio sulle trovate sceniche è più che necessario per una band del genere, ma ora passiamo decisamente alla musica. Mentre lo sciamano muove con lentezza e solennità le mani, in una ricerca del mistero in fin dei conti riuscita, veniamo man mano investiti da una scia, che poi diventa uno sciame di vibrazioni e convulsioni soniche, cocciutamente uguali a sé stesse ma sempre più potenti. In sei (anzi in cinque, sciamano escluso) riesci a imbastire una gran bella impalcatura sonora, con due chitarre (una da dodici corde), un synth (o, a volte, due), un basso e una batteria (che, all’occorrenza, diventano due). Per mia gioia, vengono estratti brani anche dal nuovo ‘Far West’ di prossima uscita, disco eccellente che svetta decisamente sugli album precedenti. Viene proposta, in particolare, una versione acidissima e dilatata di ‘Gnomi’: dopo l’incipit à la Espers, con quella bella sequenza di accordi tra musica medievale e Grateful Dead, e la sezione cantata in coro dai sei bukkakiani, arriva un tripudio di synth, riverberi e assoli circolari che rimbalzano da parte a parte. Biglietto da visita da urlo. L’esperienza prosegue seguendo gli stilemi più classici del verbo psichedelico: i sei musicisti non si sono ovviamente inventati niente, ma la preparazione scenica, la suggestione visiva e la potenza dei pezzi li collocano di diritto nell’olimpo dei gruppi del genere. C’è chi, poi, si fomenta davvero oltre misura. Un seguace particolarmente devoto della messa pagana si piazza sotto il tastierista e urla, invoca, canta, impreca, delira e allucina: un perfetto adepto del ballo con lo sciamano. L’apoteosi sonica si raggiunge però col pezzo finale, il primo e unico encore. Una suite che sfocia praticamente nel doom, con una sequenza di accordi semplicissima ma reiterata fino alla follia, ogni volta con uno strato di decibel in più, che chissà come tirano fuori a ogni attacco di battuta. Una coda molto in stile Sunn O))), non a caso. Una potenza impressionante, ma non fastidiosa: si viene piacevolmente travolti dall’onda e sbalzati senza bisogno di tapparsi le orecchie. A suggello finale, mentre ancora i ronzii non si placano e l’aria è ancora elettrica, la testa di cervo messa lì, sull’altarino, con la bocca illuminata da una torcia, a futura memoria. Uno spettacolo che ricongiunge la mistica dei divini Popol Vuh con l’acida lascivia e la morbosità sonica degli Amon Düül. Per dirla con gli americani, impressive, really impressive.

Eugenio Zazzara

5 COMMENTS

  1. Beh, un accenno a Luca Mai andava fatto però eh…che a uno strato di decibel in più ha ben contribuito alla fine 😉

    Bel concerto.

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here