Massive Attack @ Palalottomatica [Roma, 8/Febbraio/2019]

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Un concerto per smuovere le coscienze, intorpidite dal consumismo e dal suo rutilante fumo negli occhi. Questa è solo una delle molteplici chiavi di lettura dell’evento che si è tenuto venerdì scorso al Palazzo dello Sport, rimpossessatosi del nome originario, scevro da denominazioni commerciali, dopo la scadenza del contratto per i naming rights durato per anni con la società che si nutre, fino a diventare obesa, della malattia del gioco degli italiani. Un vizio mascherato da esercizio di ottimismo e speranza di un futuro migliore. Per se stessi, è ovvio, non certo per la collettività. Abbiamo notato l’ironia della cosa, visto che i messaggi del live andranno tutti nella direzione opposta, verso un impegno comune dei cittadini per tornare a vivere un mondo senza nemici imposti dalla propaganda, come quelli indicati ad esempio da Trump e Putin, fischiati dalla folla nelle loro apparizioni sui visual che hanno accompagnato, o meglio sono stati parte integrante, dei brani in scaletta. L’occasione è quella del XXI anniversario di ‘Mezzanine’, disco seminale. Si potrebbe obiettare che non si festeggiano in pompa magna i ventuno anni di nulla, sovente nemmeno di età, se mai i venti, ma il mondo è troppo vasto per essere girato in lungo e in largo in un solo anno. Per restare nel nostro orticello a forma di stivale, l’unica data dello scorso anno fu quella di luglio a Perugia, tutt’altro che gradevole secondo i testimoni diretti a causa di un diluvio che si abbatté sulla cittadina umbra, durante un concerto giustamente programmato all’aperto, ma che rese difficile la fruizione agli spettatori che per giunta trovarono sotto tono il collettivo di Bristol. Quest’anno invece la data di Roma inframezza quella del mercoledì a Milano e la successiva di sabato a Padova. Nati come gruppo aperto e col nome di Wild Bunch, i Massive Attack hanno inventato un nuovo genere, il Trip Hop, anche detto Bristol Sound, partendo dalle basi dell’hip hop newyorchese e aggiungendovi dub, reggae, elettronica, soul e fermiamoci qui con l’elenco per andare incontro al lettore che non ha tempo da perdere. Robert del Naja, noto come 3D, artista di strada con la passione per la street art  (molto spesso indicato come colui che si cela dietro il moniker di Banksy, tra smentite più o meno decise) e Grant Marshall aka Daddy G saranno i padri putativi, insieme a Andrew ‘Mushroom’ Vowles, uscito dal gruppo proprio dopo ‘Mezzanine’, del collettivo che di lì a qualche anno prenderà il nome di Massive Attack. I primi due dischi, usciti per Virgin, occhio lungo sulle nuove tendenze, faranno esplodere il fenomeno, ma sarà il terzo disco, quello più oscuro e profondo, ad essere universalmente riconosciuto come il loro capolavoro.

L’orario previsto per l’inizio del concerto è quello delle 21, ma per vedere apparire il collettivo britannico dovremo aspettare quasi mezzora in più, accompagnati nell’attesa da brani del tutto casuali e inappropriati prima di un evento del genere. Ci saranno canzoni pop da classifica di qualche anno prima, alcuni mostri moderni, ma soprattutto nulla che ricordi neppure da lontano lo stile della band che siamo venuti a sentire. Sin dall’intro, ‘I Found a Reason’ dei Velvet Underground, da cui i Massive avevano estratto i sample per ‘Risingson’, seconda in scaletta, ci renderemo conto che non sarà solo la musica ad occupare il centro della nostra serata. Riflessioni socio-filosofiche proverranno dai continui input che appariranno sui tre grandi schermi situati dietro la band e ai lati del palco. Ci sarà un compendio di tutto ciò che è stato mondialmente rilevante negli ultimi vent’anni, con filmati che riguarderanno politica, musica, gli effetti delle droghe sul corpo umano (e su quello di Britney Spears), ma anche frasi spot di solito in bianco su sfondo nero che faranno riflettere e non lasceranno insensibile lo spettatore. Immagini molto dure, in taluni casi anche di morte, scuoteranno le coscienze come avevamo visto fare in passato, a certi lidi, soltanto da Morrissey col suo celebre video da vegano militante ‘Meat is Murder’. I Massive Attack, in sette sul palco, con i soliti noti presenti, oltre a due batteristi e due tastieristi, hanno ingaggiato per questo tour il filmaker Adam Curtis e l’artista che si occupa di intelligenza artificiale Mario Klingemann per dare gioia agli occhi e pugni nello stomaco ai fan accorsi. Sebbene sia un concerto tributo al disco di ventuno anni prima, la scaletta non seguirà quella originaria, ma verrà riproposta interamente, con una sequenza rimescolata. Troveremo altre cover di brani dei quali si trovano sample nel disco, come ’10:15 Saturday Night’ dei Cure, ’Bela Lugosi’s Dead’ dei Bauhaus e ‘Where Have All the Flowers Gone?’, affidata alla voce angelica di Elizabeth Fraser dei Cocteau Twins. I guest vocalist che apparivano su ‘Mezzanine’, la già citata Fraser e Horace Andy, saliranno a più riprese sul palco alternandosi alle parti vocali con Robert Del Naja e Daddy G. Ci sarà spazio persino per un assurdo minuto nel quale verrà diffusa dagli altoparlanti ‘Levels’ del compianto producer Avicii. Nell’ora e quaranta riascolteremo brani che abbiamo apprezzato negli anni scorsi e quelli che sono diventati classici anche per chi tanto fan di questa band non era, né lo è diventato, come le celeberrime ‘Angel’, che immaginavamo fosse accolta con più calore, e ‘Teardrop’, la più celebrata, ad ogni modo entrambi pezzi entrati di diritto nella storia della musica. Tutti gli artisti, compresi gli ospiti, appariranno sul palco senza essere presentati singolarmente. Sono un blocco unico e ogni individuo è sul palco per contribuire ad attualizzare un disco che racconta meglio questi anni di quanto lo stiano facendo gli artisti in uscita negli ultimi tempi, che più di ogni altra cosa mancano nei testi, davvero svilenti. “Siamo intrappolati in un loop perenne. È tempo di mettersi il passato alle spalle e iniziare a costruire al futuro”. Questa la frase che lascia in eredità agli spettatori in visibilio la band dopo essersi dileguata dal palco, senza encore e senza aver detto una sola parola o aver fatto un solo cenno al proprio pubblico. Di fronte a questo spettacolo, in fondo, non ce n’era proprio bisogno.

Andrea Lucarini

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