Massive Attack @ Auditorium [Roma, 26/Luglio/2016]

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Allora, diciamo che nella mia vita qualche concerto ormai me lo sono visto, un po’ più di trecento, di tutti i generi o quasi, ecco, dopo aver vissuto l’esperienza Massive Attack non dico che la band inglese entri in una fantomatica top 10 o 5 o 3, credo che giochi proprio un campionato a parte. Per me era la prima volta, finalmente aggiungerei, carico di aspettative mie e di “vedrai che roba” degli amici che li hanno già visti, ma anche preoccupato dai feedback provenienti da Firenze, dove il giorno prima Robert Del Naja si era beccato qualche fischio per aver interrotto una canzone a causa di un improvviso calo di voce. L’Auditorium è sold out, pubblico molto misto e tanta attesa. La band sul palco è composta da 6 elementi fissi di cui 2 batterie più altri vocalist che ruotano, tutti sulla stessa linea, con pochissima luce frontale puntata addosso, bensì con un gigante schermo a led alle loro spalle, che pare sia il più grande che abbiano mai avuto in tour. Inutile girarci intorno, l’aspetto visual è la loro arma in più, quella che sancisce lo scarto con tutto il resto. Detto così allora uno può pensare a video estranianti, sequenze di immagini psichedeliche di pregiata fattura, invece no, ma ora ci arriviamo. La band esegue i pezzi in scaletta alla perfezione, esaltati dall’acustica di una venue come l’Auditorium, che i fonici della band portabandiera del trip hop sfruttano al massimo delle potenzialità, roba che i bassi di ‘Angel’ erano qualcosa che perforava lo sterno, entrava nel cuore pulsante e poi viaggiava dentro tutto il corpo, dal cervello ai piedi.

I Massive Attack sono una band attiva dagli albori degli anni ’90, hanno la loro storia e hanno fatto la storia, non ha senso descriverne il sound con parole e riferimenti tangibili, piuttosto ha senso provare a spiegare cosa renda un loro concerto un’esperienza che io ora, auguro di vivere alle persone a cui voglio bene, come un viaggio in una meta paradisiaca. La dimensione sonora che la band di Bristol propone è una miscela onirica ed emotiva, i sogni e le emozioni possono essere soavi e poi divenire tumultuosi, sono tra le cose più intime e incontrollabili insite in ognuno di noi ed in quanto tali siamo disarmati di fronte ad esse, abbiamo la guardia scoperta. Gli artisti sul palco non catalizzano mai l’attenzione su loro stessi, a farla da padroni fin dalle prime battute sono gli schermi dietro di loro, uno enorme sullo sfondo ed un altro più lungo e sottile in primo piano, che all’inizio proiettano scritte ti varia natura, da saluti a domande/risposte, fino a sketch buffi, ed uscite no sense, alternandosi con primi piani di personaggi famosi. Deve esserci per forza uno studio psicologico dietro il lavoro che viene fatto con i visual, ad esempio quando vengono proiettati i volti delle celebrità questi non sono mai integrali, o sono solo gli occhi nella striscia di led più lunga e sottile, oppure tutto il resto del viso (senza occhi) sullo schermo grande. La familiarità dei volti ma l’incompletezza dei ritratti spingono quindi lo spettatore a concentrarsi sulle immagini, fanno mettere in moto la mente, la fanno lavorare e la rendono fertile per recepire informazioni. Di lì a poco il tenore delle scritte che appariranno virerà bruscamente su tematiche quali la vita, la morte, l’esistenza, la società, la politica (Brexit in particolare), la solidarietà (rifugiati), il terrorismo, l’attualità e fatti di cronaca (citato anche il caso Regeni). Tutto o quasi in italiano, così che tutti possano recepire. Una valanga di informazioni, in sequenza, sentenze sintetiche che si alternano con una certa velocità, giusto il tempo per leggerle e poco per elaborarle consciamente, perché è già comparsa la frase successiva, ma che restano impresse nell’inconscio. Fatti oggettivi misti a punti di vista più o meno condivisibili, alcune strappano applausi scroscianti.

La forza dello show dei Massive Attack è questa, non è solo uno spettacolo, una splendida esecuzione musicale, un trip che ti porta altrove, o meglio, la pasta musicale è quella, ma poi ci sono queste bordate di realtà che ti mettono le mani addosso e ti scuotono mentre le difese emotive sono scoperte, ti entrano dentro e dentro restano, ti arricchiscono di informazioni e sensazioni, che tu lo voglia o no, ti esortano a prendere responsabilità, hanno un valore reale e ti lasciano qualcosa. Sono un flusso di coscienza. A questo punto molti altri aspetti tipicamente legati ai concerti “normali” e più o meno belli passano in secondo piano, come lo spettacolo pirotecnico alla fine, la voce di Del Naja che non è al top, ma è meglio che a Firenze e comunque raggiunge la sufficienza, o il fatto che non fanno Teardrop (neanche in scaletta) e nemmeno ‘Karmacoma’, che invece doveva essere l’ultima leggendo la setlist. In compenso chiudono con ‘Unfinished Sympathy’, impreziosita dalla magnifica voce della vocalist Deborah Miller, che non fa rimpiangere la versione originale cantata da Shara Nelson, mentre sullo schermo campeggia fissa la scritta “Siamo tutti in questa situazione, insieme” con un avvicendarsi di volti di uomini, donne e bambini probabilmente siriani. Ne “La Tempesta” Shakespeare diceva che siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni, ecco, i Massive Attack di più.

Niccolò Matteucci

Foto dell’autore

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