Massimo Zamboni + Le Luci Della Centrale Elettrica @ Circolo degli Artisti [Roma, 11/Giugno/2008]

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Doppio appuntamento quello di stasera al Circolo. Uno solo il filo conduttore. Una linea di continuità fra passato e presente, fra gli anni ottanta del punk emiliano – nella figura del sempiterno Massimo Zamboni, ex-CCCP, ex-CSI – e i recenti fasti del ferrarese Vasco Brondi, col suo progetto Le Luci Della Centrale Elettrica. Il secondo che, con le dovute proporzioni, riprende sonorità e temi dalla produzione musicale-letteraria del primo. E approda l’ennesima volta sul palco romano dopo un esordio molto valido, che mescola ai sopracitati punx filosovietici una vena cantautoriale in linea diretta coi grandi noti, filtrata dalla voce roca e gridata anche quando sussurra. Punto di raccordo materiale, a concludere, Giorgio Canali (che era stato nemesi chitarristica – distorto contro melodia – di Zamboni nei CSI) nelle vesti di talent-scout di Vasco Brondi e chitarra da colore. Con queste splendide premesse in testa inforco il due ruote con l’amica fragile stretta al maglione. E gli altri motorini a seguire. L’incredibile e raffazzonata comitiva di stasera è causa del ritardo con cui entro in sala. Vasco Brondi ha già suonato due brani, riferisce il controllabiglietti. Lo vedo, al di sopra dell’oceano di crani, seduto che imbraccia una chitarra nuova di zecca – quella nera, stracciata, scocciata che esibiva agli esordi è andata distrutta un paio di settimane fa, mi dice più avanti. Giorgio Canali, in piedi, ricurvo sullo strumento, lo accompagna col suo stuolo di melodie compatte e sempre attente a restare giusto un filo sotto la voce. Da fuori avevo riconosciuto ‘Piromani’. Stando a quanto detto prima, l’esibizione si consuma con un pugno di canzoni. I due fanno in tempo a suonare ancora ‘La Gigantesca Scritta Coop’ e ‘Produzioni Seriali Di Cieli Stellati’, per poi lasciare piuttosto sbrigativamente le postazioni. Nota di merito: come già nel disco – anche se la canzone-raccordo era un’altra – la conclusione vera e propria arriva con un omaggio a Rino Gaetano, dei versi vengono ripresi e ‘incollati’ agli accordi dell’ultimo brano. Gran bell’effetto. Anche Giorgio Canali, alla fine, si mette a gridare “chi muore al lavoro”.

Altro discorso vale per Massimo Zamboni. Attese appena un po’ ingenue (per noi fedeli alla linea), che ci arrivano dirette dai vecchi dischi messi a suonare chissà quante volte. Trovarsi generazioni dopo di fronte a quella chitarra, quella voce, quel volto ha sempre le sue controindicazioni. Il colpo arriva attutito. E ci disponiamo alla più completa attenzione per il progetto di stasera. ‘L’inerme è Imbattibile’, questo il nome. Premessa: nel 1998 i CSI toccavano in uno dei loro ultimi concerti la città di Mostar, in Bosnia, paese dilaniato dalla guerra fino a tre anni prima. E ascoltavano le storie degli abitanti del luogo. Ora, anni dopo, Zamboni è tornato ad incontrare quelle stesse persone, e ne ha raccolto le testimonianze. Realizzandone una serie di interviste che, proiettate su uno schermo montato sul palco, vengono alternate ad esibizioni vere e proprie – la strumentazione del gruppo che lo accompagna consta di: un paio di chitarre, un basso a dodici corde che osservo rapito con un amico, una drum-machine ibrida, un portatile e, per concludere, una cantante soprano. Il percorso musicale offre una base per le parole di Zamboni. Che descrivono non già la realtà disastrata del periodo post-bellico, ma al contrario singole storie di gente che torna a vivere. In una panoramica più profonda, la capacità degli abitanti di Mostar di “riaffermare le loro singolarità di persone, in un mondo che li avrebbe voluti confinare in un’identità di parte”. Storie di rivalsa nei confronti di un conflitto che, malgrado i suoi orrori, non ha cambiato queste persone. Come nel discorso di uno degli ex-rifugiati. Che racconta di come, a distanza di anni, non imbraccerebbe un’arma se gli eventi si ripetessero. Un plauso al progetto, quindi. Che fa passare in secondo piano le pur numerose imperfezioni. Come la voce di Zamboni che alle volte cala, coperta dagli strumenti. O la sua genetica predisposizione alla nota stonata – ma, consideriamo, non è certo noto per le sue doti canore. Nell’ultima parte della serata, suona una manciata di brani dai precedenti album. Si scusa addirittura, e fa sorridere tutti, dopo aver straziato la sua ‘Sorella Sconfitta’. Meglio riuscita ‘Don’t Forget’, anche per la tela di voci e le note ondulate della cantante che lo accompagna. Per il materiale che presentava stasera – e per il genere che suona – a pensarci sarebbe stato meglio un teatro. Con posti a sedere e tutto il resto. Ma poco importa, a guardare i risultati. Che dicono che Zamboni se la cava con le parole e, soprattutto, con le storie. E che l’attenzione per certe problematiche c’è ancora.

Filippo Bizzaglia

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