Massimo Zamboni @ Init [Roma, 25/Febbraio/2010]

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Giovedì 25 febbraio Massimo Zamboni, ex chitarrista storico di CCCP e CSI tiene un reading sostenuto da Federico Fiume, sulla ristampa arricchita del suo libro “In Mongolia in retromarcia” riguardante il famoso viaggio in Mongolia sostenuto da lui stesso e da Ferretti ormai più di dieci anni fa, e su “Il mio primo dopoguerra”  la sua visione letteraria, il suo ricordo romanzato della Berlino anni ’80. Della Berlino che è stata culla ed occasione casuale ed estemporanea della formazione dei CCCP e quindi a monte dell’incontro tra Zamboni e Ferretti. Due musicisti, personaggi, che la leggenda narra si siano incontrati e conosciuti in un club di Berlino per la prima volta, anche essendo vissuti fino a quel momento a pochi metri di distanza. In case della gloriosa, rossa e rigorosamente area sovietica di Reggio Emilia. Galleggiando nell’acqua insomma che a distanza di anni ed in versi amarcord ha fatto la fortuna degli Offlaga Disco Pax. Roba rossa, sovietica, CCCP, Ferretti e quindi Zamboni.

Soviet, CCCP, Ferretti e Zamboni Un allegro insieme di nomi e sensazioni per molti fino a poco tempo fa indissolubili, fedeli alla linea che li tiene insieme. Fino a quando Ferretti non è sceso in campo e non ha cominciato a dire a tutti i suoi adepti, i suoi discepoli, come la pensava veramente, cosa realmente ha sempre trattenuto dentro se stesso. Ovvero tutto il contrario di quello che chi lo ha sempre ascoltato pensava. O meglio tutto il contrario di ciò che forse chi lo ascoltava ha sempre negato di aver ascoltato.  La sua ortodossia, la sua regola, la sua voglia di rigidità e dogmatismo. Che sia stata di derivazione stalinista prima o dogmaticamente e spaventosamente monastica oggi. Ma stiamo parlando di Ferretti però potrebbero obiettare i capitati su questa pagina. Non è invece il pezzo su Zamboni? Esatto, è il pezzo su Zamboni. I due però sono fusi, legati dalle spalle l’uno a l’altro, anche non desiderandolo. La falce ed il martello si sognava fossero. Poi la falce ha apparentemente abiurato le sue prima convinte e rigide tesi e si è sperato che almeno il martello fosse comunque rimasto a testimoniare garante nel tempo un senso condiviso da tutti, l’anima dei CSI e dei CCCP prima di tutto. Ovvero che fossero comunisti.

E invece sembra di no. Anzi le deviate sensazioni di chi scrive hanno percepito esattamente un no. Ad un certo momento della tranquilla e placida serata sulle sedie apparecchiate all’Init, un astante magari stancato dalla giornata di lavoro si è preso la briga di compiere un’azione diversiva. Zamboni aveva appena chiuso la prima parte del suo reading. Aveva appena finito di parlare della Mongolia da sotto il palco e si stava apprestando a salire sopra per raccontare accompagnato da video d’epoca la Berlino che conosce meglio (con immagini tra l’altro molto simili anzi uguali a quelle che riempivano gran parte della mostra “Via libera – Viva la libertà”  sulla caduta del Muro rimasta in allestimento fino allo scorso 31 gennaio al MACRO Future di Roma, ma questa magari sarebbe ancora un’altra storia, non riguardante Zamboni,quanto invece la unicità e la ricerca del materiale che a volte nelle mostre ci fanno vedere). In quel momento il presente si è fatto forza ed ha chiesto a Zamboni: “E il tradimento di Ferretti?” Tutti, almeno un ingenuo, si sarebbero aspettati una risposta confortante, cullante. Del tipo, Ferretti è un pazzo, non sa quello che dice, lasciatelo stare e ricordatevi di cosa siamo stati. Invece no, e comunque a prescindere stranito dalla domanda che ci immaginiamo onnipresente e perseguitante sull’ex amico e capo probabilmente, Zamboni con il suo fare timido ma inesorabile ha risposto in sintesi. “Ma vedi, a noi hanno sempre dato dei traditori, andavamo di là e ci chiamavano traditori, di qua lo stesso. Ormai ci siamo abituati. E poi non avete mai ascoltato bene il testo di “Unità di produzione”? Canzone apertamente anticomunista. Noi siamo sempre stati sulla lama, in bilico, non abbiamo mai detto e dichiarato nulla di certo e quindi non abbiamo mai tradito nessuno”. Con Federico Fiume che ammollava e cautelava a mestiere il senso delle frasi con il fatto che i CCCP fossero sempre stati punk, e quindi indisciplinati e a modo loro.

Ecco forse nessuno sul posto ha dato peso alla risposta e all’atteggiamento leggero riguardante l’argomento mostrato dal nostro chitarrista. Forse qualcuno ha dato invece importanza alla faccenda ma ha preferito sorvolare. Ma c’è stato anche chi l’ha presa differentemente. L’autore di queste quattro righe per esempio. Ma come, Massimo! Ma che significa. Perchè non smentisci e dici di essere comunista da una vita e ancora adesso! Perchè non almeno del PD. Perchè non parli di riformismo e speranze per una nuova Italia. Perchè non palliare almeno la nostra sofferenza con una magrissima consolazione. Niente di personale e nessuna caduta di miti. Ma perchè allora dieci anni fa farsi riempire i palasport da migliaia di almeno apparentemente comunisti sfegatati. Perchè non avvertirli prima dell’acquisto del biglietto: questo non è un concerto di Guccini e nemmeno dei Modena City Ramblers. Le vostre idee e sensazioni non sono le nostre parole sostieni? Perchè allora vendere migliaia di dischi ad un audience che si è consapevoli quanto stia travisando il messaggio. Perchè creare un’epopea su simboli ed immagini inequivocabili per poi gettare tutto in mare senza dirlo a chi su quei simboli ha speso tempo, autoradio e soldi. Anzi, dicendolo dopo, a mezza bocca, al chiuso. Perchè non annunciare la verità dell’operazione che si sta compiendo da un palco stracolmo. E aspettarne la reazione. Certo, ci sono i testi si potrebbe obiettare. Ma uno dentro ci legge quello che vuole nei testi. Sono una scusa per urlare e ubriacarsi. E’ stato tutto un grande basso bluf? Non è solo Ferretti quindi che ha deviato il suo cammino e magari sarà anche uno che crede ad Alberto da Giussano? Confermi Massimo? Anche tu che credevamo chitarra forgiata dal ferro degli Urali? Forse i discepoli già sanno e qui c’è solo uno scemo che non se n’è mai curato e quindi accorto. Ma forse si,è stato tutto un grande bluff.

Corrado De Paolis

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