Massimo Volume @ Spazio 211 [Torino, 19/Luglio/2009]

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Il confine fra solennità e retorica è sempre molto sottile, specie quando viaggi a cavalcioni di una leggenda dell’underground. Autori di una formula mai facile da portare dal vivo, i Massimo Volume sono tornati sulle scene esattamente un anno fa e a solo pochi chilometri da qui, per anticipare il concerto di Patti Smith che avrebbe chiuso la quinta edizione del Traffic Festival. Intanto, lungo questi sei anni di inattività, il loro uditorio si è paradossalmente allargato, andando oltre i fatidici sei-settecento che regolarmente si registravano durante le date degli anni ’90 ed arrivando a lambire tutta una nuova generazione di estimatori e di discepoli (solo un paio di giorni fa, da questo stesso palco, un Vasco Brondi in acustica ha gridato forte le sue pretese da erede con un’esibizione ispiratissima).

Di fronte alle rinnovate platee, la band porta avanti da un anno una tourneè che lo stesso Mimì ha definito “celebrativa” ma che già fa previsioni per un nuovo progetto di studio. Fin da quando si presenta in scena, il Clementi-centauro (per metà voce narrante per metà basso elettrico) è già una figura mitologica decisamente diversa da quella statica del lettore di reading, con la quale si è a lungo misurato. La dinamica tra i chitarristi e la bravura della Burattini dietro le pelli sono due fra quegli ingredienti scontati che la dimensione live ci consente di riscoprire ed apprezzare a dovere. Poi, certo, c’è un grosso debito con il passato che dev’essere saldato: viene ripagato a suon di classici, con i molti e cruciali estratti da ‘Lungo I Bordi’, ripassando per bene la storia di Alessandro, con l’attesissimo nostro Grido nella pioggia: “Leo è questo che siamo?”. Chi questi racconti li ha ascoltati e vissuti in diretta, ora sta in prima fila per gridarli in faccia ad Emidio, quasi a volerglieli restituire. Pathos, devozione, deflagrazioni improvvise nella religiosità del rituale liturgico: un concerto dei riformati Massimo Volume è tutto questo e per ora funziona bene così. Ma in vista di una ripartenza l’augurio (per loro come per noi) è quello di ritrovare la forza di propulsione che rese il gruppo di ‘Stanze’ il grande decostruttore di canzoni che conosciamo: ritrovare allora la “chitarra motrice” di Egle Sommacal come giusto contraltare ai versi di Mimì, quando questi non venivano scritti per essere declamati ma per essere urlati al cielo, distanti da qualsiasi rischio di messa cantata.

Simone Dotto

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