Massimo Volume @ Leoncavallo [Milano, 18/Dicembre/2010]

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Più che replicare quanto scritto da Eugenio (leggi) preferirei completare il quadro con le luci mancanti e saturarlo in via definitiva cosicché la luce di questa meravigliosa band italiana possa restare incastonata per sempre sulla nostra webzine. Nati nel, e con, il Consorzio Suonatori Indipendenti, sono l’unica delle band rimaste a raccontarci le loro storie nel modo più semplice e naturale possibile, attraverso la poesia. Mimì cita, oltre che Manuel Agnelli (‘Le Nostre Ore Contate’) o i poeti del calibro di Ginsberg (‘Fausto’, “Ho visto le menti migliori della mia generazione”) e Lowel (‘Robert Lowell’), anche musicisti dannati e combattuti come Fausto Rossi, meglio noto come Faust’O, (‘Fausto’), pioniere della new wave e del post-punk nostrano.

Quello intrapreso è un lungo viaggio lontano dai palchi e dallo studio di incisione che è durato dieci anni e che si è concluso con ‘Cattive Abitudini’, un album che racchiude tutto quello che hanno lasciato in sospeso e tutto quello che intendono riprendere. Perché una cosa è certa: ogni album dei Massimo Volume, ogni pezzo, non ha senso se viene decontestualizzato dal precedente o dal successivo. Molti loro pezzi sono dei flash-back, altri dei cut-up che non si esauriscono, ma continuano a vivere a distanza di anni come il nostro Leo, che da ‘Fuoco Fatuo’ risorge in ‘Litio’. Solo per queste illuminazioni artistiche, Clementi meriterebbe molto di più di quello che ha ottenuto dalla critica italiana del cazzo, al contrario di molti altri, Godano in testa, che da quel periodo, quello del Consorzio intendo, ne sono voluti uscire frettolosamente seguendo una carota avvelenata e ritrovandosi in cima alle classifiche (del cazzo). Questa, credo, sia la spiegazione della scelta – per alcuni impopolare – di eseguire la set-list dell’ultimo album: la scaletta è quell’album, quell’album è il lungo filo rosso che li connette alla loro “vita precedente”, parafrasando ‘Da Qui’ e ripescando qualche segnale lanciato al riguardo da Mimì in ‘Pizza Express’. Il plus dei Massimo Volume non è la sorpresa, ma l’attesa. Ed ‘Io ho fede’.

I segnali ci sono tutti stasera, a cominciare da una Milano calcistica mai vista così muta. Sei i milanisti non hanno nulla da festeggiare (avendo festeggiato quasi sempre negli ultimi 25 anni, ndr), i “bauscia” interisti, pur avendolo, preferiscono fare shopping tra le vie del centro e abbuffarsi di panettone. Il chiasso della curva giallorossa attraversa le finestre di casa per tutto il primo tempo. I successivi 45 minuti me li gusto là dove è nata la Fossa dei Leoni e non potete immaginare il grido e le madonne che ho tirato giù dopo il goal di Borriello. Ho pensato ad Antonio De Falchi un secondo dopo. Ma è andato tutto bene. Entro nell’immensa sala verso le 23.20. Il fischio finale della partita segna l’ingresso della gente al Leoncavallo. Solo, me la ghigno euforico come fossi pazzo. Faccio qualche telefonata per i consueti commenti post-partita, dopodiché filo dritto verso i tecnici e gli organizzatori per chiedere un accredito foto. Riesco con semplicità ad ottenere un pass. Gira tutto e gira bene a gran velocità. Iniziano i Bachi Da Pietra. Il duo, attivo dal 2005 e balzato alla ribalta col pezzo ‘Casa Di Legno’ inserito nella colonna sonora della serie TV americana “Sons Of Anarchy” (Fox), prova a scaldare la glaciale sala col loro minimale e sporco rock-blues. Direi che ci riescono anche se tutti sono in attesa dei Massimo Volume. Senza neppure un bis, escono dal palco portando via con se la loro scarna strumentazione.

Dopo dieci minuti esce Clementi, seguito da Egle, Vittoria e un barbuto Pilia. Attaccano con ‘Robert Lowell’ che rimbomba prepotentemente nell’ex cartiera Cabassi. Il suono, come sempre li dentro, non è dei migliori. Devo dire però che il fonico, con qualche accorgimento molto semplice (alcune spie rivolte verso il pubblico) riesce a tenere imbrigliate le onde sonore che altrimenti anche domani continuerebbero a rimbalzare da una parete all’altra. L’esecuzione è perfetta specie nella lenta ‘Avevi Fretta Di Andare’. Si sente tutto e alle giuste dosi come i sospiri di Mimì per la donna fatale di cui parla. Pezzo dopo pezzo Egle macina tapping su tapping, mentre la chitarra di Pilia srotola tappeti di feedback. I due spesso si rincorrono ma rispetto al live di circa un anno fa all’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare, mostrano una maggiore e più matura intesa. Nessuna esagerazione di genere anche se ognuno suona con un proprio stile ben definito e soprattutto con una differente intensità. Pilia è certamente più esuberante: si lascia addirittura andare con qualche saltello alla Dee Dee Ramone. Ma ci sta, data l’età. La scaletta la conoscete, è la stessa del concerto romano. Persino i bis sono gli stessi. Invano richiedo gridando a due passi da Clementi ‘Dopo Che’! Ma è giusto così. Nulla è fatto a caso evidentemente. Tutto il resto è storia, la loro ovviamente che in molti casi continua ad incrociarsi con la mia, la nostra e di quelli che li apprezzeranno. E questo ormai avviene sistematicamente da una ventina di anni perché si tratta della migliore band italiana che ha da dire ancora qualcosa ‘come un’auto che entrasse a centottanta all’ora’ nel nostro cuore.

Andrea Rocca

Setlist
‘Cattive Abitudini’ (l’intero album)
Encore
Il Primo Dio
Lungo I Bordi
Fuoco Fatuo
Encore
Vedute Dallo Spazio + Ororo