Massimo Volume @ Circolo degli Artisti [Roma, 31/Gennaio/2009]

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Formidabili. Al massimo della forma. O quasi. Dal vivo i Massimo Volume sono una sorta di ipnosi. Chi li ha visti – Sabato, a Dicembre o prima – sa di cosa parlo: un campo magnetico, semplicemente potente. E ogni tentativo per spiegare a parole quello stato d’animo ai limiti del manicheo, finisce con l’essere banale.

Interviste, recensioni, articoli. È da Luglio che i Massimo Volume sono ovunque. Sulla carta stampata e in rete, Mimì risponde cortese a un sacco di domande (quasi) tutte uguali e un mucchio di parole provano a descrivere la magia e lo stupore che poche, pochissime reunion riescono a suscitare. Un tour celebrativo: sulla carta, quasi più rischioso di un ‘Best Of’. Sebbene lo stimolo fosse qualcosa di nuovo (la sonorizzazione del film “La caduta della casa Usher” di Epstein al Traffic) e come obiettivo – ormai ufficiale – ci fosse l’uscita di un album d’inediti (a Settembre?), il tour era comunque un’arma a doppio taglio. E allora bissare un concerto, praticamente uguale, a meno di due mesi, è finita con l’essere una specie di prova. Senza l’emozione da “prima volta”, carica dell’attesa inaspettatamente soddisfatta e di un’atmosfera sacrale in stile “debutto di una band di culto”, i Massimo Volume avrebbero sortito lo stesso effetto? Un tassello – profondamente diverso da tutti gli altri – del rock italiano era lì, ma la loro forza sarebbe andata oltre la celebrazione di “ciò che era e ciò che è stato”? Oppure, alla fine, si sarebbero annoiati e avrebbero annoiato anche noi?

Con questo dubbio o, volendo, paranoia, alle 22.30 in punto sono al Circolo. Che è pieno, e presto sarà anche sold out, sebbene non con la stessa prepotenza del 3 Dicembre. “Anche stavolta”, penso, cominciano con ‘Atto Definitivo’. Il volume della voce, per qualche secondo, mi sembra troppo alto, non sento bene e il timore che stasera sarà tutto più fiacco si fa sempre più insidioso. Com’è piacevole, a volte, capire di avere sbagliato. E soprattutto, capirlo subito. Forse solo un po’ più distesi sul palco, con Clementi che si muove (più del solito) al ritmo della musica, i quattro bolognesi d’adozione sono musicalmente ed emotivamente disarmanti, proprio come l’ultima volta. Il fingerpicking di Egle, l’archetto disturbato(re) di Stefano Pilia, la voce profonda di Mimì e quel suo gesto mistico col microfono, la precisione, metronomica e leggera, di Vittoria: è tutto, ancora, perfetto. E l’impatto, è totale. Ad ogni attacco mi scappa lo stesso pensiero: “è la mia canzone preferita”. E non sono l’unica, a quanto pare, a perdere una logica di ragionamento, irrimediabilmente in balia dell’uragano.  Diversamente da due mesi fa, in scaletta ci sono ‘Manciuria’, ‘Pizza Express’, ‘Lungo I Bordi’ e (dopo ‘La Città Morta’ e l’inedito di battaglia ‘Esercito Di Santi’) ‘Inverno ‘85’. “Mi sento come il soffitto di una chiesa bombardata”. Ovviamente. Come d’abitudine, Mimì non proferisce parola; ed anche il pubblico, stavolta, sembra meno chiacchierone. Dopo ‘Stagioni’, il gruppo esce e rientra per il bis. Qualcuno grida ‘Alessandro’. Il vicino non fa in tempo a smontare scientificamente la richiesta, che parte il riffetto paranoico del ragazzo del Centro Civico. Boato. ‘Alessandro’ in versione implosa, tensione inespressa ma sempre sottesa. Da mozzare il fiato. I Massimo Volume sono lo “Sturm und Drang” del rock italiano. Lo sono leggendo i testi, 100 volte di più su disco e 1000 dal vivo. È estasi, ma conflittuale, tesa. È il piacere di farsi cullare, perdere il filo dei pensieri e poi tornare in sè, stremati. Le immagini diventano parole, s’intrecciano ai suoni per trasformarsi in una sorta di trance.

Tra lucidità e bassissimi doppi sensi, è verso la fine della suddetta terapia d’urto, forse durante ‘Altri Nomi’, che ho questo pensiero: “Qua in mezzo, chi ha le palle più grosse è Vittoria”. Nervoso e impeccabile, imprescindibile eppure mai ingombrante, il suo battere è il perno stabile dei Massimo Volume (senza nulla togliere al basso di Clementi, però…). È stato incredibile scoprire, dopo il primo bis, che la Burattini aveva suonato con 39 di febbre e che, a quel punto, non ce la faceva – ovviamente – più. “Avevamo previsto un set più lungo, ma Vittoria ha 39…”: con tono garbato e direi anche dispiaciuto, Mimì spiega perché il concerto finisce, inevitabilmente, dopo poco più di un’ora. Manda un bacio spalancando le braccia e ringrazia gli adepti. Non ho idea di come lui sia davvero, ma lo definirei umile, sereno e fortissimamente espressivo. Cerebralmente così potente da riuscire ad avere anche un impatto fisico. Il nuovo album? “Io non ho speranza. Io ho fede”. Ovviamente.

Chiara Colli