Massimo Volume @ Auditorium [Roma, 1/Marzo/2019]

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I Massimo Volume sono il passato che riaffiora. Emidio Clementi, Vittoria Burattini ed Egle Sommacal tornano in trio per “Il nuotatore”, che giunge a sei anni dal precedente “Aspettando i barbari”, a nove da “Le cattive abitudini” e a undici dal loro ritorno alle scene dopo lo scioglimento del 2002. Nel mentre i diversi progetti paralleli e le esperienze musicali collaterali di ognuno dei protagonisti. La Loro vita precedente li distinse tra coloro in grado di poter fare musica di qualità nel panorama indipendente del nostro paese. Negli anni Novanta riuscirono anche a suscitare l’interesse delle major, nonostante la particolarità della proposta. Nati nel 1991 a Bologna, hanno pubblicato quattro album: “Stanze” (1993), “Lungo i bordi” (1995), “Da qui” (1997) e “Club Privè” (1999), oltre alla colonna sonora di “Almost Blue” (2001). Segnanti e magnetici come pochi, inquieti ed evocativi, densi e malinconici. Hanno guadagnato un’autorevolezza notevole mostrando una forte personalità espressiva. Musicalmente s’ispiravano agli esempi post-rock e indie-wave di matrice anglofona, mentre testualmente erano capaci di scuotere il nostro idioma fino a esaltarne le sfaccettature. L’urgenza comunicativa si colorava di ampi riferimenti letterari e contagiava le menti fertili. Lo spoken word caratteristico della voce narrante di Mimì era un marchio di fabbrica che ha attraversato il tempo senza patirne troppo gli effetti. Il loro settimo album ricorda molto quel periodo, richiamandolo soprattutto nelle sfumature del suono delle chitarre. Composto e suonato in tre, senza elettronica, synth o tastiere, ha solo alcune sovraincisioni della sei corde in studio. Per ammissione degli autori, c’è una maggiore ricerca di sensualità nel suono, mentre la poetica dei testi s’ispira all’inglese Tony Harrison e il titolo richiama il racconto omonimo di John Cheever. Per la prima volta in carriera affrontano un tour nei teatri, un impatto meno fisico ma più confidenziale con il pubblico.

La sala Petrassi dell’Auditorium è sold out da qualche giorno e l’atmosfera è quella delle grandi occasioni. La band entra in scena alle 21:10, accolta da un fragoroso applauso generale. I tre membri storici sono coadiuvati da Sara Ardizzoni (aka Dagger Moth) alla chitarra elettrica e ai cori. Mimì ha un carisma unico, il tono austero e l’aspetto elegantissimo nel completo blu, con camicia, cappello e stivaletti neri. Il suo storytelling è viscerale e descrittivo come pochi altri. Un continuo flusso d’immagini si genera dalle frasi pronunciate e dal tono della sua voce. Un processo che si compie a pieno nella musica che lo contiene, in una sorta di liquido amniotico. Il pulsare deciso del suo basso, il drumming scrupoloso di Vittoria e l’intreccio sapiente delle chitarre e dei cori, lo sostengono e lo completano alla perfezione. La setlist è la stessa della data d’esordio di Bologna e presenta tutti e nove i brani del disco nuovo, oltre a sette tratti dal passato prossimo del post reunion e tre a testimonianza di quello più remoto. L’assalto di “Litio” apre le danze. L’Ardizzoni imbraccia il basso per l’occasione, mentre Mimì canta e passeggia. La seguente “Una voce a Orlando” rimette perfettamente ogni cosa al giusto posto. “Dymaxion Song” vede i cori di Egle e Sara nei ritornelli. La voce di Emidio graffia, grande impatto e finale a schiaffo. “Le nostre ore contate” scorre morbida e “Amica prudenza” esalta la maggiore linearità e l’immediatezza del nuovo materiale. Questa volta l’Ardizzoni si cimenta nelle armonizzazione dei refrain. “Nostra signora del caso” strugge per malinconici intenti. Mimì ringrazia, dice di aver conosciuto Nietzsche e di averlo raccontato in un brano, per poi rettificare scherzando subito dopo l’esecuzione. Nel mezzo la versione di “Fred” risulta sinuosa nella sua languida malinconia. “La ditta di acqua minerale” ha una falsa partenza accolta con l’applauso d’incoraggiamento del pubblico. Sistemato al volo il problema, la band riparte e regala una performance tagliente e asciutta, tra le migliori della serata. Qualcuno urla “fuoco fatuo” dalla platea, Clementi fa segno d’aspettare e attacca “L’ultima notte del mondo”, che conferma l’ottima impressione destata dal nuovo materiale. I due anni di gestazione in sala prove lo rendono particolarmente adatto alla dimensione live. “Silvia Camagni” cavalca una strana inquietudine, fino al finale sospeso tra le armonizzazioni dei cori e la chiusura in feedback, che sfocia direttamente nella successiva “Compound”. Quest’ultima si compie in un denso strato di noise, voci raddoppiate, echi e delay, creando un sublime caos emozionale. Il tempo di cambiare accordatura ed è la volta de “Il nuotatore” e la sua capacità metaforica di galleggiare tra i flutti impervi della vita. “Mia madre & la morte del generale Josè Sanjurjo” è uno dei migliori episodi del nuovo album e dal vivo non tradisce le aspettative. “Vedremo domani” chiude la prima parte così come il disco. Mimì lo presenta come il pezzo dell’addio, in realtà all’ascolto s’avverte un sottile ottimismo di un futuro da raccontare. Salutano ed escono tra gli applausi. La pausa è veloce e “La cena” apre i bis. Clementi ha tolto la giacca, tirato su le maniche della camicia scoprendo gli avambracci tatuati, ma ha mantenuto il cappello. Si stoppa a metà brano per un problema al basso. Ripartono e questa volta tutto va liscio, anche se il brano stenta a decollare e mostra qualche sbavatura nel mezzo, per poi riprendersi egregiamente nella coda strumentale finale. “Coney Island” ristabilisce l’equilibrio tra resa ed effetto, impreziosita da un fraseggio di chitarra di Sommacal da brividi. Le note iniziali di “Primo Dio” rischiano di far venire giù la sala. Un brano meraviglioso per la sensazione perfetta evocata nel testo, eseguito bene e accolto meglio. Salutano di nuovo ed escono. Il pubblico li richiama e loro non si fanno pregare a lungo. “Qualcosa sulla vita” è la riflessione che mancava, la sospensione ideale su cui cullare liberamente l’oblio. L’Ardizzoni armonizza ancora e dona quel tocco in più all’esecuzione, per un crescendo conclusivo davvero notevole. “Fuoco fatuo” è l’attesa deflagrazione finale, il giusto epitaffio a sublimare tutto l’insieme. I 95 minuti di concerto fotografano il presente dei Massimo Volume in buono stato di salute, aspettando non più i barbari, ma il futuro che verrà.

Cristiano Cervoni

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