Massimo Volume @ Airport One [Roma, 25/Giugno/2014]

918

Un foglio bianco. Come se non avessi altro da aggiungere. Eppure, i Massimo Volume li conosco da parecchio, ormai. Non da tantissimo, ma comunque abbastanza per saper prevedere le mie reazioni. E invece no, stavolta hanno sorpreso anche me. Certo, m’han preso alla sprovvista. Hanno punto nel vivo, hanno scavato un tunnel nella memoria neanche tanto lungo, ma sufficiente per evocare spettri del passato. Sono entrato senza armatura, sguarnito come le mura di una loro canzone, ignaro dapprincipio ma sedotto e abbandonato poi. Tanto m’han preso che ho iniziato a scrivere questa recensione come non avrei voluto. Come un (mediocre) racconto. Torniamo coi piedi per terra. È sulla Casilina che il Roma Vintage ha piantato le tende, quest’anno, dopo l’esperienza al Parco San Sebastiano. La nuova location non mi seduce particolarmente, ma diamo tempo al tempo. La conferenza stampa sull’avvio della nuova edizione è appena terminata, e vedo qualche volto noto. L’area dei concerti dell’Airport One è in uno spazio recintato sul lato destro rispetto al sentiero principale, in direzione dell’area concerti principale, posta un po’ al centro del nulla nell’area che una volta ospitava l’aeroporto militare di Centocelle. Sono le 22 circa e siamo in pieno soundcheck. A esser sinceri, le premesse non sono le migliori: i volumi sono tutti da sistemare, il basso sembra non voler venire fuori e, quando ci riesce, prorompe in un fastidioso ronzio, una cassa non fa altro che emettere un sibilo costante. Ma, nonostante l’ora, è presto e il fonico troverà tempo e modo di regolare il tutto a dovere. Spazio esiguo per una band come loro ma, in fin dei conti, sufficiente per un pubblico che non andrà oltre l’aggettivo ristretto, purtroppo. A provare durante il soundcheck è ovviamente la band che si esibisce per prima, i Rosaluxx (se la memoria non m’inganna dopo averli letti sul cartellone). Patiscono forse ancora il mixaggio in via di definizione e una certa rigidità iniziale, quindi non riescono a fare troppo bella figura, all’inizio. Poi via via le cose migliorano, e qualcosa di buono comincia a venir fuori. Ad esempio, una bella coda strumentale dove, percuotendo e facendo risuonare gli strumenti in maniera un po’ arbitraria, i quattro ottengono comunque bei risultati a livello sonoro. Sono in quattro, con bassista-contrabbassista e voce-vocoder-synth a spiccare quanto a strumentazione, rispetto alle più canoniche batteria e chitarra. Piacevoli intrecci, che ricordano qualcosa dei Karate, così come il più classico dei math-rock e qualcuno del cantautorato al femminile nostrano (penso a Ginevra Di Marco, per dirne una). La voce non finirà per convincermi mai del tutto, ma tutto sommato fanno la loro buona figura. Non il migliore dei palchi né la migliore delle occasioni, ma si fanno ascoltare e apprezzare.

Ormai si son fatte quasi le 23.30. Finalmente, entrano in scena i Massimo Volume. Tornati alla ribalta nel 2008 dal vivo, e poi finalmente di nuovo in studio nel 2010 con ‘Cattive Abitudini’, un album stupendo, che rivaleggia in bellezza con la fenomenale tripletta iniziale (‘Stanze’, ‘Lungo i Bordi’, ‘Da Qui’ ma, a quest’ultimo, il cuore preferisce l’album del 2010). Infine ritornano nel 2013 con ‘Aspettando i Barbari’. Disco particolare, difficile da afferrare e assimilare, con Sommacal che prova soluzioni inedite alla chitarra, emulando suoni di tastiera e synth mai sentiti in precedenza. Il ricordo dell’ultima volta, nel 2010 al Circolo degli Artisti, si fa largo senza bussare. Stasera si ripresentano, integri e compatti, gli stessi di quattro anni fa: ai tre membri storici, si è aggiunta com’è noto già dal 2008 la preziosa presenza di Stefano Pilia alla chitarra. E si parte: l’incipit è affidato a ‘Dymaxion Song’ dall’ultimo album, con un ritornello quasi grunge molto più incisivo dal vivo che in studio, ed Egle Sommacal che si aggiunge con la voce effettata. Suoni belli, pregni, finalmente dritti come una lancia. Emidio “Mimì” Clementi è serissimo e compassato, ma acquisterà un’inaspettata aggressività ed energia poco a poco; Sommacal è una sfinge, imperturbabile. A movimentare un po’ la scena c’è Pilia, non a caso e per quanto stereotipato possa suonare, il più giovane del gruppo; e certamente Vittoria Burattini, che ciancica e nel frattempo macina ritmi scandendo il tempo all’inizio di ogni brano, il nucleo della sostanza. Ma lo spettacolo non è per gli occhi. Mi ritrovo sorprendentemente preso alla gola, a godere e a ricordare. Quattro anni fa ‘Aspettando i Barbari’ non c’era, ma i suoi pezzi si integrano naturalmente nella scaletta, prendendosene una buona parte. ‘La Notte’, ad esempio, ricorda qualcosa di ‘Ronald, Tomas e Io’, anche in quel “E io…” del testo, quasi una citazione (in)diretta, ma prosegue al contempo il discorso più melodico intrapreso in ‘Cattive Abitudini’. ‘Aspettando i Barbari’ si protende fino a legarsi idealmente con l’inquietante ‘Compound’, in un abbraccio mortale che ci avvince al sound claustrofobico dell’ultimo album, la cui resa dal vivo è decisamente migliore. Mimì si fa poco a poco più imperioso, mentre il fraseggio fra le due chitarre è come sempre impeccabile: Sommacal e Pilia si trovano come due fratelli gemelli. Si rimane da quelle parti, con ‘La Cena’, singolo del disco con video a opera di Gipi. Ma finalmente arriva il primo tuffo al cuore. ‘La Bellezza Violata’, primo pezzo ripescato dal penultimo lavoro, nonché uno dei migliori. Senza nulla togliere al nuovo, sono però i classici ancora a scalfire, a mordere, a commuovere. Ce ne concederanno solo due. ‘La Città Morta’ arriva di lì a poco: l’alternanza piano-forte tra strofa e ritornello sconvolge la placidità di alcuni, forse ignari o quasi dei nuovi brani, e dona loro nuova linfa. L’altra perla arriva inaspettata e fulminante. Al termine di ‘Silvia Camagni’, si distende una coda atmosferica, sospesa, desiderosa di nuovo slancio. E a darglielo arriva ‘Il Primo Dio’, dall’imprescindibile ‘Lungo i Bordi’. Impossibile non commuoversi, non ricordare, non ripensare. Quasi inaspettatamente, il pezzo arriva e mi rivolta da dentro, come l’uragano di cui parla, e mi regala un ritorno a casa fatto di pensieri e memorie. Come una macumba. Mancano due brani, ma tutto è stato già detto. L’encore ‘Le Nostre Ore Contate’ chiude degnamente un concerto la cui unica pecca è di essere stato davvero troppo breve. Poco più di un’ora di scaletta serratissima, senza quasi stacco tra un brano e l’altro, a parte poche parole da parte di Clementi, ma ancora tanto ci sarebbe stato da dire. Forse altri avrebbero letto in un concerto di questo genere della boria, della sufficienza, della noia. Io no, non so se per troppa indulgenza o per essermi consegnato completamente fin dall’inizio. Ancora, bentornati.

Eugenio Zazzara

Foto dell’autore

2 COMMENTS

  1. Concerto memorabile! visti una miriade di volte, ma questa esibizione la metto tranquillamente tra le loro migliori tre dei concerti che ho avuto il piacere di presenziare.
    Peccato per i tempi tirati, a livello organizzativo c’è da tirare le orecchie ad airport-one: Non ho trovato corretto far pagare 15 € (full price) uno show per metà, visto che si è suonato almeno 40 minuti in meno rispetto ai canoni dei loro live set.Probabilmente ci saranno stati degli intoppi, o degli imprevisti, ma sono sicuro che si poteva fare diversamente per permettere ai Massimo Volume di iniziare prima il loro show.

    Mi trovo molto vicino alle sensazioni che hai esternato nella tua recensione: ho trovato inequivocabilmente perfetta la scelta della setlist da parte dei miti di Bologna; trovare tutte quelle canzoni di “Aspettando i Barbari”, mi ha fatto realizzare ancor di piu’, grazie alla dimensione live, che è uno dei disco a dir poco eccezionale, prova ultima di infinita maturità, e continua ricerca di nuove soluzioni sonore.

    Se devo aggiungere un’emozione alla tua recensione; devo scrivere che uno dei picchi piu’ catartici, ed extrasensoriali, è stata quella “Litio”, che con la sua violenza emotiva, ha travolto tutte le anime che si trovavano a tiro degli allucinogeni saliscendi di tonalità della chitarra di Egle, del Basso (post)punk di Pilia, del timpano della burattini e da una delle interpretazioni più sentite e sofferte di Emidio.

    La domanda che pongo è: I Massimo Volume sono la migliore live band Italiana in attivata?….io voto si.

  2. Concordo pienamente sul fatto che il rapporto prezzo/durata del live non fosse congruente, e che le cose potevano essere organizzate meglio. Credo che sia il primo live della manifestazione, avrà pesato anche un po’ questo.

    Ci sono stati tanti pezzi memorabili: la recensione poteva arrivare a essere lunga il doppio 😀

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here