Maserati @ Monk [Roma, 12/Novembre/2015]

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Se i Maserati avessero sfornato il loro primo lavoro con otto anni di anticipo, adesso staremmo parlando dei paladini del post e gli alfieri dell’ennesima rifondazione del buon vecchio rock. E invece, il quartetto compaesano di Michael Stipe e soci (vengono da Athens, Georgia) si è dovuto accontentare da sempre di un ruolo da gregario, da outsider, nell’alveo delle band devote al crescendo drammatico. E un po’ forse è anche meglio così, visto l’agio che gli ha probabilmente consentito di passare da un cinematico approccio al post-rock a visioni al contempo più cosmiche e meccaniche, spruzzate di quel tanto di elettronica che non guasta. Signori, stiamo parlando di una band capace di sfoderare autentici capolavori nel genere, quali sono ‘The Language Of Cities’ e ‘Inventions For The New Season’ e che, con gli ultimi ‘Maserati VII’ e ‘Rehumanizer’, non ha certo dormito sugli allori e sta consapevolmente cercando di ridefinire il proprio stile. Eppure, tutto questo poco sembra importare, almeno a giudicare dai freddi numeri. Pubblico delle piccole occasioni quello convenuto al Monk per questa esibizione, e fa un po’ male pensare quanto poco valga il privilegio di vedere questi tizi dal vivo. Sì, direi che si è capito che i Maserati, anche se non da molto, mi hanno conquistato. Andiamo a vedere cosa hanno combinato.

L’inizio non lascia presagire molto di buono, va detto. A quanto sembra la band ha avuto qualche ritardo nell’arrivare al locale. La sfortunata conseguenza è stata il dover ripiegare su un azzardato soundcheck appena prima del live, al termine del gruppo di apertura (che, per la cronaca, erano i Jarman, che mi rincresce non aver potuto seguire come si deve: da quel poco che ho ascoltato, meritevoli di attenzione. Cercateli!). Prospettiva non esaltante, ma meglio di niente. Ed ecco partire fischi a non finire, feedback, suoni scoraggianti dei tom e un generale senso di precarietà. Smarmella tutto: la band si lancia e attacca col primo pezzo. Groan: tutto questo non rende assolutamente giustizia. Purtroppo le pecche sono molteplici: il basso è indefinibile, un blob melmoso dal quale si fa fatica a distinguere le note; i volumi delle due chitarre sono sballati; il volume e la qualità generale dell’impasto sono lacunosi anzichenò. La strada sembra segnata, ma mai sottovalutare i colpi di reni di cui sono capaci fonici e band. Lentamente ma inesorabilmente, la situazione migliora brano dopo brano e mette finalmente in luce le doti di questi musicisti. I Maserati hanno una capacità innata e spiccata di creare architetture sonore magnetiche e circolari, delle spirali all’interno delle quali finire invischiati in un vortice di rimandi, rimbalzi, sapienti intrecci di chitarra, con basso e batteria che tengono il punto come metronomi. Il tappeto rosso è steso principalmente per i brani dell’ultimo album, tra i quali si distingue un’ottima ‘End Of Man’, col suo vocoder alieno, e ‘No Cave’, con un’intro che piacerebbe a Klaus Shulze. Fortunatamente le sgroppate a ritroso nel tempo non sono rare, ed ecco che, su tutte, ‘Inventions’ si innalza in tutto il suo splendore. Dei quattro, è il batterista in particolare ad attirare le attenzioni dei presenti: sarà la collocazione al centro del palco, sarà la mole importante, Mike Albanese porta a casa il MVP per questa serata grazie a una performance maiuscola e un ghigno ringhioso che rende il tutto ancora più fotogenico. Mancava poco che, al termine del concerto dopo le encore, prendesse e scendesse dal palco per picchiarci tutti, non pago dell’adrenalina scaricata sulle pelli. Le encore, giusto. La ciliegina sulla torta, l’epilogo da sogno. Non contenti, tornano ancora più metodici e metronomici di prima e inanellano un terzetto di brani che sono autentici bolidi lanciati a tutta velocità su lungo plateau interminabile. Il buon Piero, anche lui della partita, conferma che da fuori le pareti del Monk tenevano botta a fatica, e da dentro l’impatto è frontale e strabiliante. Certo, a volergliene cantare per forza quattro, devo ammettere che l’escamotage di realizzare quell’irresistibile chitarra plettrata continua, che è un po’ il loro cavallo di battaglia, tramite portatile mi ha lasciato un deluso, anche se capisco che servirebbe un braccio meccanico di quelli che assemblano appunto le maserati per tenerla perfetta per tutta una serata. E quindi sì, mi dico che va bene così. Lancio un’occhiata al banco del merchandising e non c’è ancora nessuno. Tempo di finire il concerto e Coley Dennis, uno dei due chitarristi, si sistema dietro lo stand e fa le veci del commerciante. Mito. Riportarsi a casa ‘Inventions For The New Season’ è il minimo che possa fare. Astrali.

Eugenio Zazzara

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