Martin Rev @ Init [Roma, 21/Marzo/2009]

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Se la memoria non m’inganna, qualche anno fa al Circolo c’era addirittura meno gente. Forse perchè la sala dell’Init è più piccola, o forse perchè a concerti inspiegabilmente semivuoti ci si è quasi abituati. Alla vista di quel centinaio di persone presenti, il primo pensiero non può che essere quanto ci metterà “Marty” a farne scappare almeno la metà. Ma l’attenzione è subito rubata dalla presa di coscienza di aver perso a piè pari il primo gruppo. Chiedo scusa ai Beasts (che se qualcuno volesse gentilmente commentare…), constatando che la puntualità dell’Init è in vertiginoso aumento, aldilà di ogni pronostico. Sul palco c’è l’art-noise dei Nastro, quartetto romano evidentemente ispirato all’onda newyorkese di James Chance e alla Mutant Disco dei Liquid Liquid, col cantante che fa una ginnastica scomposta, esasperata fino a diventare troppo sopra le righe, dimenandosi tra basso e synth. Divertenti e ballabili, ma in fondo, poco credibili.

Chi aveva già visto la metà del duo che ebbe “un’influenza tremenda su tutti” (parola di Glenn Branca), sapeva cosa aspettarsi. Chi era lì per vedere per la prima volta la storica metà dei Suicide, mettendo (forse) da parte il proprio debole per la musica “melodica”, è probabilmente uscito convinto di aver assistito ad un concerto-truffa. È circa mezzanotte, quando Martin Rev sale sul palco. La canotta della Marvel che indossa non passa certo inosservata, ma è davvero niente in confronto agli occhialoni specchiati “modello vacanze sulla neve” che ha scelto stasera. Sono così enormi, che ogni tanto li deve spostare per capire dove si trovi realmente. Da lontano, Martin Reverby sembra (quasi) un pischello. Da vicino, si vedono tutte le sue rughe e, a prescindere dalla sacrosanta esistenza del gusto personale, la sensazione di avere di fronte un personaggio di tutto rispetto è fortissima. Così forte, che anche se la sua performance fosse tutta una presa per il culo ai danni dello spettatore, il suddetto potrebbe rimanere lì, a scuotere il corpo, con un sorriso frastornato in volto e la capacità di stare al gioco. Senza pensare di aver buttato i soldi.

Diversamente dalla sua versione su disco, ironica ma inscrivibile nel concetto di forma canzone, una performance di Martin Rev si svolge così: lui, appena atterrato da un altro pianeta, manda le sue basi e ci suona sopra. Improvvisa rumore, percuotendo i tasti del suo sintetizzatore come viene, canticchia ogni tanto, dice frasi incomprensibili al pubblico e poi riprende. Basi techno e ballabili, un paio di sambe deturpate da suoni fastidiosi, il momento “sing along” con motivetto bubblegum- girl group anni ’60, troncato bruscamente – per spaventare gli astanti – con rumori improvvisi da frattura multipla di apparato uditivo e nervoso. Un karaoke della provocazione, insostenibile, poi divertente, poi ripetitivo fino all’esasperazione, poi ilare, poi odioso, poi incomprensibile. In una delle sue numerose (micro)punte di saggezza, mi sembra di capire qualcosa come “È solo a un certo punto che impari a fare rock’n’roll”. Ha un passato ingombrante, Martin Rev, da cui nel primo bis, ritorna ‘Cheree’ e un altro brano perso tra i miei ricordi e le sue deformazioni. Non era la prima volta, sabato, che sentivo dire “Martin Rev non è niente senza Alan Vega”. Sebbene sia vero che il totale è (stato) maggiore della somma dei due, non mi permetterei di definire una bufala la versione live di Marty (come lo chiama la sua dolce metà). Si tratta di un gioco, come già detto, di una provocazione che ha un suo senso nella dimensione live. Non è “musica bella”, anzi sfugge spesso al concetto di “musica” per rifugiarsi in quello di performance, di teatro degli orrori e dei contrasti. È arte che scuote i suoi adepti e stizzisce chi, per differenza di gusto, è destinato a porgere le proprie orecchie altrove. Martin Rev, prima di fare coppia fissa con Alan Vega, suonava free jazz. E i Suicide erano famosi perchè la gente scappava dai loro concerti o gli tirava oggetti (Alan Vega c’ha lasciato pure il setto nasale), disgustata da quell’elettronica squilibrata e senza senso. I superstiti a fine concerto non sono molti, o comunque c’è chi ha “barato” con lunghe boccate d’aria. Ma dopo 30 anni, qualcuno ha ancora bisogno che tutto questo sia altro, se non un meraviglioso  non-sense?

Chiara Colli

Per alcuni scatti clicca su: NERDSPHOTOATTACK

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