Marnie Stern @ Init [Roma, 20/Giugno/2013]

493

Il nome (blasone) e la “tendenza”. Sono queste le condizioni più amate dagli “appassionati” di musica allorquando debbano essere messe sul piatto per l’amletica decisione: andare o non andare a un concerto? Non ci vuole certo una laurea in astrofisicanucleare per capirlo. La curiosità appare ormai (da tempo) relegata nelle più oscure retrovie. Ma non è sempre stato così. Sono fortunato ad essere figlio degli anni ’70, fortunato ad essere stato continuamente sollecitato al desiderio di sapere, e per questo ringrazierò sempre mio padre, fortunato ad esser cresciuto (musicalmente) nel tempo del passaparola, prima che internet sovvertisse le radicate regole carbonare di fruizione. Si comprava un disco solo per la bellezza (o bruttezza) della copertina, perchè te lo aveva consigliato un amico o il famigerato cugino (ed io quel “mio cugino mio cugino” ce l’ho avuto davvero) o perchè lo avevi letto su quelle poche riviste specializzate che si compravano ogni tanto perchè era meglio convogliare i piccoli risparmi nelle casse del negozio di fiducia. Insomma la curiosità prima di tutto. Non che venire attratti e poi attirati dal nome (blasone) e dalla band trendy sia sbagliato, sia un peccato mortale, sia perseguibile legalmente, affatto, ma il nome (blasone) e la “tendenza” non possono essere sempre le due uniche opzioni che vengono lasciate aperte. Altrimenti sulla strada rimagono artisti e concerti come quello di Marnie Stern. Che in una serata piacevole di estate primizia si ritroverà a suonare davanti a poco più di venti persone. Perchè evidentemente da qualche altra parte il nome (senza blasone), il solito nome, per la centocinquantaduesima volta, avrà fatto il pieno. Tutto nella norma. Tutta roba italiana.

Marnie è all’esterno del club nell’angolino deputato al merchandise. Che è assai ricco. Grande sorriso, occhi dolci, paffuta, infonde estrema simpatia. E’ un pochino stanca, reduce da Bologna, si ricorda del nostro articolo a caratteri enfatici pubblicato all’indomani del suo ritorno discografico, che compro in confezione compact disc senza indugio alcuno. Qualche foto nelle semi-penombra e mi siedo accompagnato dalla maglietta “Non si sentono le voci” che dunque fa il suo debutto nell’alta società. Ad aprire la serata sono stati chiamati i Lone Horn, quartetto romano di nuovo conio, formato però (e si sente) da musicisti con un carico d’esperienza sulle spalle (Tocqueville, Tarsvs, Hands Of Orlac, I Demoni). Cinque brani presentati uno più bello dell’altro, con quel sapore tutto americano, tutto neo-psichedelico, in una terra di confine che stringe il calore delle paroline magiche Paisley Underground con le chiavi del paradiso alternative country. Magnifiche le code reiterate, le doppie voci, le armonie delle due chitarre, la sezione ritmica incessante. Cavalli pazzi che tornano a casa con un doppio circoletto rosso colmo di autentico stupore.

Il vestitino floreale di Marnie acquista coraggio e forme maliziose con il soffio deciso del ventilatore appostato alla destra della musicista. Batteria e basso completano il trio che evidentemente è poggiato tutto sull’esuberanza chitarristica della Stern, straordinaria nell’aver pian piano evoluto il proprio sound, portandolo alla completa maturazione artistica con il quarto e più recente lavoro ‘The Chronicles Of Marnia’ (in studio al posto del fido Zach Hill – passato alla corte del progetto Death Grips – questa volta ha chiamato Kid Millions degli Oneida). Dicevamo pochissimi presenti ai quali probabilmente non è stata cancellata la memoria “storica”, ricordano infatti, oltre alla bellezza del già citato disco, che la signorina qua davanti, dal 2007 ad oggi, è continuamente inserita fra i “100 Greatest Guitarists of all Time”. La 36enne newyorchese dell’Upper East Side si è decisa dunque a fare il grande salto e anche dal vivo emergono chiare tutte le influenze di un background che riporta ai migliori Deerhoof (con quel sapore ammaliante e dolcemente sbilenco) e ancor prima alla seminale avanguardia trasfusa dall’icona Yoko Ono, all’amore giovanile a nome Sleater-Kinney (meravigliose), al noise dei mai dimenticati giganti U.S. Maple, a quello punkoide dei fenomenali Erase Errata (ancora attivi), fino alla poliritmia dei padroni Talking Heads. Marnie Stern riduce questi amori dichiarati all’essenzialità. Un filtraggio per rendere tagliente ogni brano che si apre con l’inconfondibile tapping style, ma che non è mai mera dimostrazione virtuosa, perchè Marnie ci mette cuore e anima, e dove non arriva la voce, arriva la sferzata noise che lascia tramortiti. Scorre via uno show piacevolissimo seppur addomesticato dal caldo, con un disponibile bis che riesce a regalare anche il singolone ‘Nothing Is Easy’, adatto a concludere una serata speciale e al contempo surreale. Fuori dall’Init ancora sorrisi e un gioviale “bye bye”. Marnie continuerà ad essere inserita in quelle classifiche, continuerà a collaborare con eccellenze artistiche, continuerà a mostrare tutta la sua simpatia. E voi continuerete a preferite il nome (blasone) e la “tendenza” alla curiosità. E forse è meglio così.

Emanuele Tamagnini

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here