Mark Stewart & The Maffia @ Zoobar [Roma, 31/Ottobre/2005]

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Probabilmente è stato il concerto dell’anno. Probabilmente nessuno se lo aspettava. Probabilmente così si suona solo all’inferno.
[Inevitabile un riassunto delle puntate precedenti]
La storia del bristoliano Mark Stewart – ex leader maximo del Pop Group – è di quelle che affascinano e rapiscono per intensità ed importanza. Tre anni alla guida del gruppo più politicizzato dell’era post scontri di Lewisham High Street a tracciare la strada per quello che due lustri dopo verrà chiamato trip hop. Stewart (appena 17enne) è ispirato dall’energia nichilista che il primevo punk sta sprigionando in quel periodo così come da ascolti ed influenze colte che riportano al capitano Beefheart, ai Can, al reggae di Lee Perry e al jazz avanguardista di Ornette Coleman. Il sax di Gareth Sager (che prende il posto di David Wright dopo il singolo d’esordio, quel ‘She Is Beyond Good And Evil’ attacco frontale al primo ministro Thatcher) fa quadrare l’equazione free jazz all’interno del seminale debutto ‘Y’ (1979) prodotto da quel Dennis Bovell veterano della scena reggae. Testi militanti, basso dub pulsante e la voce straniante di Stewart sono le caratteristiche focali di un album storico. A seguire uno dei brani più violenti e paranoici che orecchio umano ricordi: ‘We Are All Prostitutes’ edito dalla Rough Trade nell’ottobre dell’anno domini ’79. La fine arriva nel 1981, dopo un secondo album di minore intensità ma di eguale appeal, causata da beghe legali con l’etichetta (da non perdere nel marzo ’80 uno split single con le Slits). Da quel momento Stewart si inserisce nella posse della On-U Sound (Adrian Sherwood è il padrone di casa), forma i New Age Steppers con tre membri degli Aswad e quindi si unisce ad un trio di fenomeni (siamo nel 1982) per formare i Maffia. I tre musicisti (basso/batteria/chitarra) – con un passato collaborativo con Grandmaster Flash, Afrika Bambaata, Sugarhill Gang e ancora Mos Def, The Last Poets, James Brown e George Clinton -, rispondono al nome di Doug Wimbish (nel 1993 entra nei Living Colour per ‘Stain’), Keith Le Blanc (leggenda vivente che è passata dai Cure ai Ministry, dai R.E.M. agli Stones da Peter Gabriel agli Stone Roses…) e Skip McDonald (all’anagrafe Bernard Alexander, multistrumentista titolare del progetto Little Axe e con alle spalle joint venture per Junior Delgado, Bim Sherman, Dub Syndicate e African Head Charge). Nel 1983 dunque Stewart ed i Maffia danno alle stampe ‘Learning To Cope With Cowardice’ (ripetiamo 1983 e non 1982 come qualche sito borghese riporta erroneamente) ristampato un anno fa dalla On-U Sound e quindi ecco la compilazione ‘Kiss The Future’ che riporta in circolo il sangue dei quattro compagni di viaggio.
[Avvertenza]
L’annunciato ospite Robert Gillespie da Glasgow non sarà della partita. Occupato a riprendersi da un malanno (tossicologico?). In compenso tra il pubblico compare Rais.
[E’ mezzanotte]
E’ la notte di Halloween, la notte delle streghe, la notte dei cappelli a punta e dell’uomo nero. Mark Stewart è un omone di oltre un metro e novanta, un Frankenstein imparentato con gli Addams che ispira simpatia nelle sue movenze inevitabilmente goffe. Completo all black e fischietto al collo. Keith Le Blanc è minuto. Bandana nera, canotta in tono e computer portatile ad interagire con una tecnica percussiva da infarto. Skip McDonald (classe 1949!) è un piccolo grande musicista. Se Robert Johnson nascesse oggi assomiglierebbe al chitarrista di Dayton-Ohio, un maestro assoluto (ricordiamo inoltre che il tizio in questione è anche cantante, tastierista e bassista e che lo scorso anno ha dato alle stampe ‘Champagne And Grits’ per la Real World dell’abatino Gabriel) che si lega a quello che nella serata ha impressionato di più: Doug Wimbish. Il bassista del Connecticut è universalmente riconosciuto come pioniere del basso hip hop e dell’effettistica annessa a quello elettrico (lo conferma una mostruosa quantità di pedali ai suoi piedi). Wimbish mette paura, un autentico animale, un virtuoso senza rivali. Insieme danno vita ad un’ora e mezza di trance assoluta. L’imponenza vocale e fisica di Stewart ha la capacità di traghettare l’audience in un’altra dimensione. Una discesa nelle grotte del dub, dell’elettrofunk a tinte forti, di squarci trip hop e di macchinazioni proto industrial che lasciano il segno. Un treno in corsa con un unico obiettivo. Rapire e sbalordire. Anche quando scelgono di coverizzare Sakamoto nel celeberrimo tema di ‘Merry Christmas Mr. Lawrence’. Lo sciamano e i suoi indigeni concedono un bis applauditissimo lasciando a noi poveri mortali il proseguio dell’ormai inutile serata. Da oggi l’inferno ha i suoi padroni.

Emanuele Tamagnini

Foto su: Nerdsphotoattack

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