Mark Lanegan @ Magazzini Generali [Milano, 13/Maggio/2010]

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Col “Solo Acoustic Tour”, ancora una volta Mark Lanegan tocca il suolo italiano, in due tappe, per presentare vecchi successi e nuove canzoni che lo diverranno a breve. Infatti è in preparazione un nuovo album di cui però ancora non si conosce la data di uscita. Ma pare, si vocifera, che si tratti di un capolavoro del calibro di ‘Field Songs’ (2001) o ‘Bublegum’ (2004). Per ora circola una bootleg registrata, abbastanza bene, al Brundenell Social Club di Leeds il 24 aprile scorso (prontamente acquistata). Dicevamo quindi, solo due date in Italia, Milano e Roma (stasera), già sold-out da un pezzo come era ovvio aspettarsi per un’icona del rock come lui che, ricordiamo, ha mosso i primi passi in piena epopea grunge con gli immensi Screaming Trees passando per lo stoner-rock (o desert-rock) dei Queens Of The Stone Age (‘Desert Sessions’ annesse), l’elettro-rock dei Soulsavers, le collaborazioni più ardite con l’ex Afghan Whigs Greg Dulli (The Gutter Twins) ed Isobel Campbell (Belle & Sebastian) fino a raggiungere, ora, una propria dimensione ancor più intimista, solitaria e decadente alla Drake, Buckley e compagnia cantanti. Corteggiatissimo, instancabile ed attivo soprattutto dopo aver abbandonato gli eccessi fatti di droga ed alcool e aver vinto, quindi, la propria sfida con la morte, Mark si conferma la condicio sine qua non del rock internazionale: un “stone wall” nel deserto creativo che ci circonda.

Ad aprire il concerto è l’ottimo chitarrista londinese e bluesman Duke Garwood. Etichetta certamente stretta a Duke, dato che nei pezzi che ci propone di blues, specie nel cantato, non ve n’è traccia. E’ più simile a Lanegan ed, in fin dei conti, a pensarci bene, non poteva essere altrimenti. Duke ci fa compagnia per circa un’oretta, molto scarsa aggiungerei; giusto il tempo per attendere che la gente esca da lavoro e si catapulti nel “dopo-lavoro” targato Magazzini Generali. Considerate che si è iniziato verso le 20, col sole ancora lì che ti guarda e pare chiederti “ma non mangi qualcosa? E’ ora di cena sai”. Incredibile, sempre prima. Ma questa è una questione già ampiamente trattata che rasenta l’assurdità e che non credo valga la pena parlarne più.

Verso le 21.30, di fronte ad una sala mai vista così piena, tra cui spiccavano anche Manuel Agnelli, Giorgio Prette e Cesare Basile, esce Lanegan accompagnato dal chitarrista Dave Rosser (ex Tennessee Waltz poi entrato nei Gutter Twins). Vestito di nero, si pone sul palco al suo solito identico modo: poggiato con la mano sinistra sul microfono e la mano destra a sostenere l’asta come fosse la sua particolare stampella che lo accompagnerà sino alla fine. Barcolla leggermente accentuando i lineamenti rugosi del volto ad ogni urlo, ad ogni litania che riecheggia all’interno dei Magazzini Generali. Ogni tanto scuote la testa per riprender fiato, o almeno farci credere qualcosa del genere. Infatti la sua voce è intatta come se fosse geneticamente schermata al fisiologico logorio del tempo. I pezzi eseguiti dal duo ripercorrono la storia artistica di Mark: dagli Screaming Trees (‘Where The Twain Shall Meet’, ‘Traveler’) ai Soulsavers (‘Can’t Cautch The Train’) senza dimenticare i capolavori della carriera solista come ‘Shiloh Town’, ‘Where Your Number Isn’t Up’, ‘Resurrection Song’, ‘Bell Black Ocean’, ‘Don’t Forget Me’, ‘One Way Street’, ‘Bombed’. Esegue anche la cover dei Pink Floyd ‘Julia Dream’ per lasciarci con ‘Hanging Tree’ dei QOTSA. Mark e quell’insolito, inspiegabile magnetismo: basta la sua voce ed una chitarra per percepirlo e farlo proprio. Per sempre.

Andrea Rocca