Mark Lanegan @ Circolo degli Artisti [Roma, 14/Maggio/2010]

412

Da Londra a Roma senza cambiare cielo. Nuvoloni grigi su, idem con acquazzone giù. Perlomeno, Londra sembra immune ai nubifragi, con solo quella tanto caratteristica pioggerellina a rompere i cosiddetti. Maggio a Roma è invece sempre carico di spiacevoli sorprese meteorologiche. Ma la pioggia battente non mi scoraggia certo dal dirigermi al Circolo per il vero evento della serata. Mark Lanegan, monumento del grunge con gli Screaming Trees e della musica tutta con l’opera solista e le varie collaborazioni, torna a Roma per un tour in inedita veste acustica. Il concerto è sold-out da giorni, cosa che da un lato mi rallegra (perché è il minimo che lui possa meritarsi) e dall’altro mi preoccupa, vista l’atmosfera da mattatoio che si respirerà al Circolo.

E invece si sta decentemente larghi. Almeno durante tutta la durata dello show di Mr. Duke Garwood, cantautore e ottimo chitarrista londinese. Anche il suo spettacolo è esclusivamente acustico, con qualche affinità stilistica con lo stesso Lanegan: il nostro si rivela poi possessore di una tecnica chitarristica singolare. Brani asciutti e brevi, di sola chitarra e voce vibrante e blues, Garwood ci accompagna per circa tre quarti d’ora, il tempo giusto perché il pubblico apprezzi e non inizi a mugugnare.

Ed ecco che, a un quarto alle dieci, Lanegan fa il suo ingresso in scena, con a fianco il solo Dave Rosser alla chitarra, fedele e preciso. E la voce più profonda, cavernosa e cantautoriale del grunge è come se fosse stata congelata per vent’anni in una cella frigorifera e tirata di nuovo fuori per l’occasione. Il passare del tempo non è riuscito a scalfire quel massiccio monolite, che esce fuori dalla gola con l’intensità, lo spessore e la passionalità di sempre. Lui, a parte decine di rughe in più, rimane il colosso misterioso di sempre, con quel modo tanto personale e ormai storico di aggrapparsi all’asta del microfono. In scaletta finiscono diversi brani del suo molteplice passato artistico, ma l’attenzione è concentrata, coerentemente, sulla carriera solista. Ecco quindi succedersi la pensierosa ‘One Way Street’, la solare ‘The River Rise’, la coinvolgente ‘No Easy Action’, la criptica ‘Resurrection Song’. Mark conferma la sua fama di spigoloso, concedendoci veramente poche parole al di là di quelle delle canzoni. Ma non è quello che andiamo cercando: ci basta radunarci intorno a lui ad ascoltare le sue storie attorno a un ideale cerchio di fuoco, qui rappresentato dai faretti blu puntati fissi sul pubblico. Ammetto che non mi sarebbe dispiaciuto ascoltare i pezzi nel loro arrangiamento originale (e mi pesa l’assenza di un brano come ‘Borracho’, capolavoro del disco ‘Whiskey For The Holy Ghost’), ma è anche vero che così la voce di Lanegan si staglia più imperiosa e stentorea sulla platea, ammaliante ed enigmatica e col tempo diventata, se possibile, ancora più scura. La performance regala anche due ottime cover, una prevedibile, l’altra molto meno: ‘Julia Dream’, da ‘Relics’ dei Pink Floyd, sembra sia stata scritta apposta per lui; ‘Hangin’ The Tree’ arriva invece improvvisa e fulminante a chiudere il concerto. Tutto questo in un’ora e un quarto di concerto, all’incirca. Alle sparute voci di lamentela sulla scarsa durata, dico che, per un concerto impostato in questo modo, un’ora e un quarto è una durata giusta e legittima: un maggiore minutaggio avrebbe inficiato la qualità del concerto, a mio parere. Un’esibizione sincera e convinta da parte di un’istituzione degli ultimi vent’anni: cosa chiedere di più?

Eugenio Zazzara

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here