Mark Lanegan Band @ Orion [Ciampino, 4/Marzo/2015]

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Mark Lanegan fa parte della letteratura americana. E se non ne fa (ancora) parte mi piace immaginare che da un momento all’altro possa sbucare tra le pagine di un romanzo di John Fante, far capolino in mezzo alle esperienze particolari di Henry Chinaski, sorseggiare birra con Billy Poe mentre tutt’attorno c’è solo “Ruggine Americana”. Con la sua andatura caracollante, sbilenca, pesante. Quanto valgono sulla pelle 50 anni? Nulla in confronto di quanto vale un’anima così grande. Mark Lanegan mantiene intatto un magnetismo insuperabile. E quando fa il suo ingresso sul palco il boato della platea convenuta conferma tutto l’amore che c’è. Denim nero, scarpa lucida con tacco pronunciato, gilet, wallet e gancio Tanner Goods, Mark Lanegan è il top. I primi due brani ripescati dall’ampio archivio sono eseguiti in “acustico” elettrico con il supporto del magnifico Jeff Fielder (chitarrista di Seattle con un CV invidiabile alle spalle) che per tutto il set non lascerà mai solo il suo Re. L’impressione è che la voce non sia sui proverbiali standard d’eccellenza ma con il mestiere, con la grandezza d’artista, il nostro beniamino riesce a trovare il giusto bilanciamento per ogni singolo brano, a spazzare via ogni impercettibile dubbio. Lo sguardo del lupo dietro gli ormai inseparabili occhiali da vista. Aggrappato all’asta del microfono. Aggrappato alla vita. Qualche cartavetroso “Thank you so much” piazzato qua e là lungo i circa 20 brani in scaletta rappresentano (fortunatamente) l’unica interazione che stabilisce con il pubblico (che incontrerà comunque alla fine dello show allo stand del costoso merchandise). Ritrovo con immensa gioia alcuni dei momenti più intensi della sua discografia sterminata: dall’omaggio ai Twilight Singers di ‘Deepest Shade’ alla monumentale notturna brevità di ‘Hit The City’, dalla desueta ‘Ode To Sad Disco’ – che Lanegan incastra a metà set in una tripla sequenza estratta dallo stesso ‘Blues Funeral’ – a quella ‘Black Rose Away’ epitaffio di un’avventura senza tempo chiamata Screaming Trees. C’è emozione anche quando “scricchiolando” si china per raccogliere una bottiglietta d’acqua, preludio al gran finale. La sua band non concede un attimo di pausa. Neanche nel momento dell’ultima celebrazione destinata alla grandeur visionaria di ‘Death Trip To Tulsa’ grazie alla quale prendo nuovamente coscienza di come ‘Phantom Radio’ sia un fottuto disco da rivalutare prima di subito. Non occorre neanche richiamarlo sul palco semi-circolare perchè passano pochi attimi che il quintetto + Duke Garwood (che aveva aperto la serata con la solita maestria e con il solito penetrante graffio blues, presentando il nuovo bellissimo ‘Heavy Love’) decide di sparare in vena un trittico sontuoso. ‘Methamphetamine Blues’, ‘I Am The Wolf’ e la “remixata” e riuscitissima ‘The Killing Season’. Ma è quel verso, quella frase, quel passaggio ripetuto che marchia un’intera esistenza: “I am the wolf without a pack… I am the wolf out wild and free…”. La pioggia che cade. Ultima pagina. Fine.

Emanuele Tamagnini

4 COMMENTS

  1. Ci sono canzoni che sono presenti nella setlist che poi magari non vengono suonate, come successo nelle date del tour precedenti.
    Siccome più articoli la mettono in setlist o copia incollano o sono io che ho perso i sensi per 5 minuti

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