Mark Lanegan @ Alcatraz [Milano, 25/Marzo/2012]

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Ore 21. Ristorante adiacente l’Alcatraz di Milano, mentre pago il conto la tipa alla cassa mi fa: “Che concerto c’è stasera?”, Io: “Stasera c’è il concerto di Mark Lanegan, non so se lo conosci, era il cantante degli Screaming Trees”. La sua faccia a punto interrogativo mi fa capire che non lo conosce e che tantomeno risponderà, come speravo, continuando la citazione degli Offlaga Disco Pax e magari dandomi dell’”arrogante bottegaio indegno della roba che vendo”. Ma io lo so chi è Mark Lanegan, è il carisma fatto persona. Uno a cui non serve ammiccare, non serve fare mosse o balletti, non serve scenografia, non servono soprese in scaletta, non servono cose veloci, non servono cose complicate. Per l’ennisima volta stupisce solo con la sua voce, che fa ritrovare puntuali i brividi dove pensavi dovessero stare. La sua trachea è un pozzo artesiano, i suoi pentagrammi fantasmiedeserto sono al piano -2, vicino a dove girate per cercare di ritrovarvi anche stasera. Se l’estensione dei cantanti si valuta anche verso il basso lo si deve soprattutto a questo riferimento assoluto.

Lui c’è, sta lì appoggiato stancamente all’asta del microfono in quella che, ormai, è una posa iconografica a lui ascritta. Imperturbabile. Con i suoi occhietti incavati, il pizzetto prominente, e i pensieri anni luce sopra i nostri piccoli guai. Gli anni, 46, iniziano a proiettarlo in una somiglianza inquietante con Tom Waits, vestito tutto di nerointensità, che è il colore sfondo e ricorrente nel suo ultimo ‘Blues Funeral’, e anche il colore unico con cui sono vestiti gli altri 4 LaneganBand: Jean-Philippe De Gheest (batteria), Frederic Jacques (basso), Aldo Struys (lap steel e tastiere), e il ciuffone di Steven Janssens alle mille chitarre. Tutti e quattro alle prese, egregiamente,  con parti registrate da autentici miti passati in studio da Lanegan per le consuete ospitate. La scaletta come ci si aspetta sviscera soprattutto l’ultimo disco, recupera una buona metà dell’ottimo ‘Bubblegum’, e infila qualche ripescaggio dai primi dischi solisti di una ventina d’anni fa. Come l’inattesa ‘Pendulum’ dallo stellare ‘Whiskey for the holy ghost’. Niente di niente degli Screaming Trees (tranne ‘Crawlspace’), dei QOTSA, dei Gutter Twins, di Lanagan-Cambell o dei Soulsavers. Un’ora e mezzo in tutto, a ondeggiare su questi densissimi blues mid-tempo interrotti solo da qualche raro episodio più teso, o da qualche esperimento cross-genere come la divertente ‘Ode to Sad Disco’ che rilegge ‘Sad disco’: traccia dance del danese Keli Hlodversson. Mi fa piacere vedere da vicino, quando alla fine della serata Lanegan scende per autografare un po di cose, che sembra stare meglio di come lo ricordavamo nelle apparizioni degli anni scorsi. Cantante unico, cantautore raro. Non sorride, non socializza, ma la musica che album dopo album, progetto dopo progetto ci fa ascoltare resta sempre di altissimo livello. Lunga vita a Mark Lanegan.

Giovanni Cerro

Setlist
When your isn’t up
Gravedigger’s song
Sleep with me
Hit the city
Weeding Dress
One way street
Resurrection Song
With you well
Crawlspace
Leviathan
Quiver Syndrome
One Hundred Days
Creeping coastline of lights
Riot in my house
Ode to sad disco
St. Louis elegy
Tiny grain of truth
Encore
Pendulum
Harborview Hospital
Methamphetamine Blues

4 COMMENTS

  1. Se sapevo che non la scrivevi quella di Bologna questa di Milano la facevo in terzine endecasillabi.

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