Mark Kozelek @ Union Chapel [Londra, 29/Luglio/2010]

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Il vero brivido sarebbe stato assistere a un concerto del genere una quindicina d’anni fa. In piena era grunge, i Red House Painters scrissero una pagina fondamentale della musica moderna. Una storia, contrariamente alle ruvidezze che all’epoca andavano per la maggiore, fatta di intimismo, spiritualità, struggimento e quieta disperazione. Mark Kozelek è riuscito a creare nel suo canzoniere un mondo letterario personale, fatto di amori mancati e perduti, di solitudine e rimpianto, di assilli su giovinezza e vecchiaia, attingendo spesso dalla  propria tormentata biografia. Autori di un disco capolavoro (l’esordio ‘Down Colorful Hill’) e di almeno due ottimi lavori successivi, i “Pittori” si sono poi trasformati nei Sun Kil Moon, altro progetto a firma Kozelek, il quale ha poi intrapreso anche una dignitosa carriera solista. A pochi giorni dall’uscita dell’ultimo dei Sun Kil Moon, l’artista tocca la capitale inglese nell’ambito di un tour per sole voce e chitarra.

Ad ospitare l’evento la splendida cornice della Union Chapel. Esempio di gotico Vittoriano di metà Ottocento, la chiesa rappresenta una location di sicuro fascino e suggestione per un evento del genere. Mentre la security all’esterno continua a ripetere minacciosamente che è vietatissimo l’uso di qualsivoglia dispositivo di registrazione, roba che neanche la Gestapo, il pubblico si va via via accomodando (si fa per dire) sulle pratiche panche della chiesa. Il nostro si fa attendere la bellezza di quasi un’ora e mezza prima di salire sul palco, ma finalmente eccolo lì. Sedia, chitarra, acqua, appunti vari e la sua figura alta e imponente. Appena attacca il primo pezzo, ti rendi subito conto che, anche se stonasse, la qualità dello spettacolo non ne risentirebbe. Il timbro della voce di Kozelek è uno dei più caldi, profondi e originali che si possano sentire di questi tempi. E vent’anni e rotti dopo è ancora lì, intatto. Il silenzio è scalfito solo dagli arpeggi asciutti della classica sei corde e dalle vibrazioni tiepide della voce. Il grosso dei brani è tratto dalla carriera solista del nostro, più alcune incursioni nel repertorio dei Sun Kil Moon e, molto meno, in quello dei Red House Painters. La struttura dei brani è spesso la medesima: intro e finale a base di sequenze armoniche fantasiose e classicheggianti, corpo del brano costituito da non più di tre/quattro accordi per sezione (strofa + ritornello), spesso suonati a ripetizione. Il nostro, infatti, dimostra anche dal vivo una certa predisposizione alla reiterazione, espediente amato nel blues per creare un certo tipo di atmosfera e per calare il pubblico nel pieno della storia raccontata. Reiterazione che può però diventare lungaggine, tanto che a volte mi sono chiesto quante volte sarebbe capace di ripetere in continuazione la stessa frase. Kozelek mi stupisce poi abbastanza per la tecnica. Non che pensassi non fosse dotato, ma è stata una piacevole sorpresa il vedere le sue mani muoversi con disinvoltura nel suonare i vari arpeggi (tecnica sulla quale si è basata la quasi totalità della performance). Il concerto è piacevole per quanto non troppo esaltante – complice magari il fatto che molte delle canzoni del Kozelek solista non le conoscevo -, ma non posso non compiacermi dell’esecuzione di ‘Carry Me Ohio’ e, soprattutto, di ‘Katy Song’: uno dei gioielli della discografia dei RHP: diversa dall’originale nell’esecuzione, ma pur sempre tenera e commovente.

Paradossalmente, nel corso del concerto finisco per apprezzare più le parti soliste (per quanto a volte i passaggi di accordo mi appaiano un po’ forzati) che le canzoni in sé, che alla lunga risultano piuttosto ripetitive. In alcune occasioni, tra un pezzo e l’altro, Mark si mette anche a dialogare e a scherzare con il pubblico, smentendo almeno in parte la fama di ombroso e introverso. E, proprio quando il concerto sembrava volgere verso una gradevole fine, avviene qualcosa che mi lascia perplesso. Dopo il solito tran-tran del finto abbandono del palco, Kozelek annuncia di voler eseguire un pezzo mai eseguito dal vivo. Il brano inizia, procede in modo regolare finché, nelle consuete parti soliste finali, l’artista va evidentemente in difficoltà, senza neanche nasconderlo troppo, e perde completamente il filo della sequenza di accordi. Non ci sarebbe poi niente di male, se non fosse che smette di suonare come se niente fosse, poggia la chitarra sul sostegno e se ne va, senza dire una parola. Al momento di alzarmi dalla panca (e aver evidentemente espiato tutti i miei peccati) dopo un’ora e mezza di concerto, la sensazione è “niente di imperdibile, ma comunque godibile”. Peccato per il finale, davvero fuori luogo.

Eugenio Zazzara

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