Mark Kozelek @ Circolo degli Artisti [Roma, 4/Aprile/2014]

788

Ok, devo prenderne atto. Dovrei smetterla di andare ai concerti dei miei artisti preferiti. Non sono in grado di reggere il confronto tra l’amore platonico che serbo per loro e l’incontro/scontro con la dura realtà, il vederli cantare e suonare, in carne e ossa, lì davanti a me. Cercherò di essere meno melodrammatico e dire recisamente: sono uscito da questo concerto con qualche perplessità. Un’avvisaglia c’era stata. Giusto quattro anni fa, in un’altra era della mia vita, lo vidi per la prima volta alla Union Chapel di Londra, il 29 luglio, e l’esperienza mi lasciò una sensazione di mancato appagamento. La storia si ripete, questa volta giocando in casa, e con l’aggravante di un’amara conferma. Un concerto oggettivamente inappuntabile, inattaccabile. E però… Dopo aver fatto parlare confusamente le emozioni, cerchiamo di vederci chiaro. L’artista non ha assoluto bisogno di presentazioni. Per chi l’ha interiorizzato, lo sente dentro, Mark Kozelek è un punto fermo. Per quante nefandezze artistiche possa commettere (ma non ne ha commesse), le sue opere rimangono incise come tagli di Fontana. Non ricordo neanche bene da dove sia saltato fuori. Probabilmente, una recensione letta quasi per caso. È bastato un primo ascolto di ‘Down Colourful Hill’ dei Red House Painters ed era fatta: virus inoculato. E da lì pagine e pagine di appunti, spartiti, testi, a formare una corposa e sconfinata discografia che, pur non sempre all’altezza, non ha impedito di continuare ad attribuire l’aggettivo “fondamentale” a questo musicista dell’Ohio. Sì, si sarà capito che a me, Mark Kozelek, piace tanto, forse anche troppo…

Contrariamente a quanto successo quattro anni fa, l’inizio dell’esibizione è quanto mai puntuale oggi. Il Circolo si riempie in fretta e alle 22.00 circa la figura burbera e scontrosa di Kozelek emerge dalla penombra per andare a occupare quella sedia vuota, quasi desolata, al centro del palco. Affianco, la onnipresente sei corde classica, quella chitarra sempre così “blue”. Il silenzio pian piano cala (così come a Londra, anche oggi è assoluto il divieto di scattare foto e acquisire video), infranto solo dal ronzio dell’impianto di aerazione. Lui lo fa giustamente notare e allora il silenzio diventa pressoché totale, e denso come il calore che si andrà generando man mano. Si inizia con un fraseggio in minore, vagamente flamenco, che si trasforma subito dopo in un bucolico arpeggio. È ‘Black Kite’ dal ricco catalogo Sun Kil Moon. Si entra subito nell’atmosfera giusta. Se non fosse per qualcosa che, a mio parere, la incrina e la incrinerà per tutto il resto del concerto. Tramite un pedale, la voce passando attraverso il microfono produce un riverbero pazzesco, che ovviamente coinvolge anche la chitarra. Non mancherà chi, dietro di me, lo definirà, e a ragione, l’’effetto Papa’. La voce è riverberata all’inverosimile generando, nei punti in cui Mark tocca le ottave più alte, anche parecchio rimbombo. Magari sono gusti personali, ma una voce nuda e cruda (e non si parla di una voce qualunque) sarebbe bastata a rendere il tutto molto più intimo e toccante. Vabbe’. Si prosegue con due brani dall’ultimo a firma Sun Kil Moon, ‘Benji’, che, insieme al disco diviso con Jimmy LaValle, ‘Perils From The Sea’, rappresentano due ottime pagine del canzoniere dell’artista dell’Ohio, tornato ai fasti di un tempo dopo le poco personali cover di pezzi altrui e la penultima, non proprio convincente, esperienza a nome SKM. È l’ora dei due pezzi dedicati ai genitori, ‘I Can’t Live Without My Mother’s Love’, e ‘I Love My Dad’, con quest’ultima presentata in tono minore da Kozelek: “This is not as good as the song for my mother…”. Il testo ironico del brano non può fare particolare breccia su un pubblico non madrelingua, tant’è vero che lui continuerà a suonarla in maniera dimessa per un po’, fino a interromperla bruscamente farfugliando “This song fucking sucks…” e strappando al pubblico una bella risata. Il nostro non le manda a dire e, al fotografo di palco che, in barba alle disposizioni, continua a fotografare con tanto di flash dice “This is Mark Kozelek’s show, it’s not the who-the-fuck-you-think-you-are photographer’s show”. Si va avanti ancora con una sequenza ininterrotta di brani da ‘Benji’ (tra gli altri, ‘Carissa’, ‘Dogs’ – presentata come “This is a song about fucking and oral sex’, e ‘Micheline’). La voce è grazie a dio sempre quella, così come la scorza da duro e insensibile dietro la quale si cela il cinico burlone del Midwest. Peccato per quel diavolo di riverbero, che ovatta e appiattisce tutto… La prima incursione in ‘Perils From The Sea’ arriva con ‘By The Time That I Awoke’, e da lì si capisce quanto kozelekiani siano quel Fender Rhodes e quel piano elettrico che, nonostante tutto, stasera si fanno un po’ desiderare. Sul podio come pezzi migliori del live finiscono, per quanto mi riguarda, ‘Gustavo’ e ‘Ceiling Gazing’. La prima: un resoconto quasi rappato di una disavventura con un operaio messicano, incaricato di mettere a nuovo la casa del musicista; la seconda, una tenue e aerea ninna nanna su divagazioni e ricordi del nostro. Due pezzi, ciascuno a suo modo, toccanti, appassionati, struggenti. Ho sentito un po’ la mancanza delle basi elettroniche in questo frangente, ma le liriche e le melodie hanno compensato ampiamente. L’impossibilità di captare totalmente le parole è certo un limite per creare la giusta atmosfera: un po’ come chiedere che un americano si appassioni ascoltando un brano di De André (senza impelagarsi nel paragone). Kozelek continua a scherzare col pubblico, lamentandosi della scarsa presenza femminile e del fatto che qualcuno verrà a rompergli l’anima dicendogli che non vede l’ora esca il prossimo vinile dei Sun Kil Moon. E lì la perla: “If the only thing you’re waiting for in your life is a vinyl to be published, then your life sucks” (liberamente parafrasato). Il diniego a ripescare pezzi dal catalogo Red House Painters è reciso, e il chitarrista rimarrà fedele all’intenzione di non tornare più indietro del 2012 negli anni. Tra le encore, anche degli estratti da un altro dei tanti progetti di Kozelek, l’album condiviso con i Desertshore: da qui ‘Tavoris Cloud’ e ‘Livingstone Bramble’, pezzo in cui proclama candidamente ‘I hate Nels Cline’, in riferimento al chitarrista statunitense, collaboratore tra gli altri di Wilco e Thurston Moore. Due ore tonde di concerto. Bilancio: un’esibizione pulita, piacevole, generosa. Gli ultimi due album dimostrano che Kozelek ha ancora frecce al suo arco e, finché quella splendida voce lo assiste, saprà ancora emozionare. Io vedrò di fare pace con le mie emozioni e cercare di farmi piacere completamente questo concerto, promesso. Nonostante i mugugni dell’incipit. Giuro però che un giorno chiederò a Mark di quel maledetto riverbero…

Eugenio Zazzara