Mark Gardener @ Circolo degli Artisti [Roma, 9/Maggio/2007]

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Caro amico,

Quando riceverai questa lettera starò gia pensando a cosa scrivere su quel foglio bianco che ogni giorno compare minaccioso sul mio tavolo. Ti scrivo a caldo ancora pieno d’euforia per aver assistito ad un concerto perfetto ed emozionante al quale alla viglia avevo dato colpevolmente poco credito. Il protagonista è stato Mark Gardener, ricordi? Te ne parlai qualche settimana fa invitandoti ad ascoltare qualcosa della sua passata avventura in seno ai fenomenali Ride. Una debole scusa per convincerti ad accompagnarmi al Circolo degli Artisti. La tua reticenza e tutti quei dubbi riguardo la bontà solista del quasi 38enne di Oxford mi indicavano però una strada diversa. Sapevo che avrei dovuto attraversare da solo la strada di un mercoledì tiepido dal retrogusto misto primavera. Peccato tu sia stato vinto dalla pigrizia e dalla scarsa curiosità. Mark Gardener avrebbe meritato l’attenzione di un club pieno. Avrebbe meritato una diversa coscienza collettiva da parte di tutti quelli che, come te, si professano amanti della musica, cultori del suono smaccatamente no-mainstream, censori di ogni forma e rappresentazione d’arte mediocre. Come ti avevo accennato telefonicamente l’ex Ride (dove divideva la leadership, poi rivelatasi conflittuale, con Andy Bell) è ancora a supporto del debutto solista (‘These Beautiful Ghosts’) uscito sul finire del 2005. Grazie alla collaborazione con una connection belga che fa capo all’etichetta Anorak Supersport il mio eroe è riuscito ad allargare il proprio bacino d’utenza. Due dei quattro musicisti della sua band arrivano infatti dal Belgio (il chitarrista dei Jeronimo e il bassista di origini italiane Calogero) mentre la bravissima violinista/tastierista e il batterista appartengono alla terra d’Albione. Quando Mark e compagni salgono sul palco siamo una trentina a calpestare i caldi tappeti e occupare i morbidi divani posizionati quasi sotto gli amplificatori. Mio caro, ti confesso che in quei momenti avrei voluto avere un cilindro o una bacchetta magica per far comparire un’altra manciata di persone che solo verso la fine giungeranno alla spicciolata. Ma sono qui a capo chino per raccontarti di un grande show e non voglio perdere tempo ad annoiarti, conoscendo anche i tuoi numerosi impegni che ti tengono lontano da qualsiasi tipo di pausa ricreativa. Ti premetto però che l’album di Mark l’ho finito di scoprire da poco, pochissimo, e che non ho esitazioni nel giudicarlo bellissimo. Dando importanza al termine “bellissimo” molto spesso inflazionato e privato del suo enorme significato. Bellissima come l’ora e mezza passata in compagnia di un set rodato, inappuntabile e pieno di vibrazioni inaspettate. A volte mi chiedo, cosa dovremmo mai chiedere ad un artista dopo che si sia reso protagonista di uno spettacolo semplicemente fantastico come è accaduto ieri sera? Avresti dovuto vedere la sua emozione salito su quel palcoscenico. Era la prima volta a Roma, come ha confessato candidamente dopo i saluti di rito, una prima volta che ha bagnato in maniera eccelsa. I brani del già citato album solista sono efficaci. Mark si è diviso tra chitarra acustica ed elettrica. Riproducendo con intensità quelle composizioni che fanno di ‘These Beautiful Ghosts’ un oggetto da amare e scoprire poco alla volta. Le linee vocali mettono i brividi. Ci vuole poco per essere assaliti dalla nostalgia di un tempo miracoloso. Quando la parola shoegaze aveva un senso. Quando i sussulti madchester venivano splendidamente fusi e donati alla psichedelia qualche tempo prima del pop della “new britannia”. Quando riuscirai ad avere tra le mani ‘Nowhere’ dei Ride, quando ascolterai il recente singolo ‘The Story Of The Eye’, quando avrai l’umiltà di darmi ragione un pezzo della tua vita (sospetto ancora tremedamente grigia) assumerà colori sgargianti. Di un’illuminazione. Ecco di cosa hai bisogno. La stessa che ha colpito tutti quegli impavidi, straordinari avventori, che non hanno badato alla stanchezza, al giorno della settimana, al rischio di una performance solitaria con sgabello e barba lunga. Mi avvio alla conclusione di questa epistola facendoti partecipe del tuffo al cuore provato quando Mark Gardener ha infilato tre brani del repertorio Ride. Uno spettacolo assoluto. Un’orgia lisergica. Brani diluiti e corrotti da quell’esperienza che Gardener si porta cucita sulla pelle. Mi sono sentito come allora. Contento e commosso alla stregua di un diciannovenne. Un quarto brano lo regalerà nel bis. Come quei sorrisi, come quella stretta di mano che gli rubo accanto al piccolo stand approntato con vario merchandising. Ti prego di comprendere la mia gioia che ho cercato di trasfondere su queste pagine. Ti prego di capire che la musica suonata così appartiene solo alle piccole grandi storie che non tutti hanno il privilegio di conoscere. Che non tutti hanno la capacità di leggere.

Sinceramente tuo

Emanuele Tamagnini

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