Mark Eitzel @ Jailbreak [Roma, 23/Novembre/2005]

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Mark Eitzel si presenta solo su un palco minimalista arredato con una sedia, con un’asta da microfono, e con un leggìo senza alcun foglio. Mark Eitzel ha una delle più belle voci che abbia mai sentito, sussurata, emozionale, evocativa e graffiante e la sa usare con grande sapienza. Mark Eitzel per accompagnarla arpeggia su una chitarra acustica con accordatura aperta dal suono molto caldo. Mark Eitzel è un’artista vero, uno tra i più grandi cantautori viventi, un poeta. Mark Eitzel è un loser. Nè con gli American Music Club, nè come solista ha mai raggiunto il successo presso il grande pubblico che si meritava, non l’ha mai cercato. La sua biografia narra che, dopo aver fatto parte di un movimento di “rinascita cristiana”, a 16 anni capisce che la religione non fa per lui e le preferisce la bottiglia (il suo rapporto con l’acool traspare anche dalle liriche delle sue canzoni, dove il bar diventa un microcosmo descritto alla perfezione). Dall’85 al ’94 pubblica album meravigliosi con gli American Music Club e si fa apprezzare dalla critica e da un pubblico ristretto e fedele con le sue ballate intense, malinconiche e pessimistiche. Nel ’96 inizia la sua carriera solista portando avanti il discorso iniziato con gli AMC dimostrando un eclettismo invidiabile quando intraprende sonorità jazz, soul e addirittura elettroniche (Aphex Twin è uno dei suoi artisti preferiti). E’ di questo periodo la collaborazione con Peter Buck dei R.E.M. per la realizzazione dell’album ‘West’. Nel 2004 riforma gli AMC per l’album ‘Love Songs For Patriot’ che inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi “America is over” in cui traspare tutta la sua (e la nostra) pessima considerazione dell’attuale amministrazione U.S.A. Il set del concerto attraversa l’intera carriera di Eitzel che alterna pezzi incisi da solista a quelli degli AMC inserendo anche una spogliata Heart and Soul, cover dei Joy Division, tanto per rimanere in allegria. Tra canzoni che parlano di redenzione con toni apocalittici (‘Ladies And Gentlemen’) e altre elegiache e pastorali (‘Sleeping Beauty’) la sua voce riesce a trasportarci con eleganza in un altro mondo e a farci entrare dentro le storie che lui stesso racconta: sono storie di vita americana, storie di un America lontana dall’immaginario comune, raccontate come le raccontano i ben più noti Tom Waits o Bruce Springsteen ma con una capacità interpretativa da brividi più simile a quella di Nick Cave, come fosse un profeta ubriaco che sembra delirare mentre in realtà ha pienamente compreso il (non) significato dell’esistenza e cerca disperatamente di trasmetterlo agli avventori del bar. In questa occasione Mark non sembra ubriaco, in tutto il concerto beve un bicchiere scarso di vino e dimostra di essere una persona divertente ed ironica in occasione dei suoi siparietti tra un pezzo e l’altro. Le apparenze contano davvero poco, è lecito persino fermarsi in mezzo alla strofa di un brano, mettersi la chitarra a tracolla, alzarsi dalla sedia, alzare il microfono e riprendere il pezzo esattamente da dove era stato interrotto. Dopo tre pezzi suonati come bis ci saluta ricordandoci che è in vendita in fondo alla sala il suo nuovo album solista ‘Candy Ass’ a 10 euro, la stessa cifra con la quale lui ci venderebbe il suo di candy ass, quello vero … a patto di pagargli anche un paio di drink. A fine concerto usciamo nella notte gelida e pungente chiedendoci se, mentre noi ce ne torniamo a casa, Mark stia dando inizio al rito della “sostituzione del suo debole sangue con il vino” per poter continuare a raccontarci le sue bellissime e toccanti storie nonostante il suo pessimismo esistenziale. Ein prosit!

Daniele Gherardi

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