Mark Burgess & The Sons Of God @ Zoobar [Roma, 1/Dicembre/2005]

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Sono i concerti per i quali darei quel che rimane della mia salute. Giornate da venti ore ad occhi sbarrati smussate da grandi eventi a basso profilo. Come questo. Poca affluenza ma allo Zoobar c’è lo zoccolo duro. Parecchia mobilia dark (lo show è aperto dal trio oscuro degli Avant-Garde penalizzato però dall’acustica e da una staticità musicale che deve far riflettere) che si fonde agli attempati over 30 che seguiranno a memoria lo show del loro beniamino arrivato insieme ai fidi Sons Of God. * Mark “Birdy” Burgess (con un passato nei Cliches) è stato il leader dei Chameleons (fino al 2002 – anno che sancì la fine della reunion apertasi due anni prima), formazione emersa nel 1981 dalle nebbie sature di malsano pulviscolo stanziate a Middleton (ad un tiro di schioppo da Manchester). Il primo demo inviato negli studi di Radio One di Mr. Peel, la firma con la Statik (costola della Virgin di Mr. Branson appena uscito dal vortice Sex Pistols) ed un posto in prima fila davanti allo schermo di un film che vedeva come ex protagonisti i neo psichedelici liverpooliani guidati da sua stravaganza Julian Cope. Un gap colmato fin da subito alla grande attraverso il debutto capolavoro ‘Script Of The Bridge’ – quasi un’ora di pura atmosfera “mood” – sospinto da singoli divenuti nel frattempo classici di un’epoca come ‘Second Skin’ (l’unico grande brano che ieri Mark non ha eseguito seppur stuzzicato da pressanti richieste). Dopo un altro splendido lavoro – ‘What Does Anything Mean? Basically’ – amato dalla critica ma non premiato dal pubblico, il quinto uomo nonchè manager Tony Fletcher li porta alla Geffen per il break commerciale datato 1986 ‘Strange Times’. Pezzi strepitosi come ‘Soul In Isolation’ (accolta da un boato olimpico), ‘Swamp Thing’ e ‘Tears’ rimangono scritti nel libro di storia alla voce anni ’80. La tragica scomparsa per un infarto di Fletcher pone la parola fine sul finire del 1986 all’avventura Chameleons. Burgess con il batterista John Lever formerà i Sun And The Moon (1988), cinque anni dopo i Sons Of God, gli Invincible (sfizio debitore agli eroi glam rock), quindi la fervida collaborazione con Yves Altana (chitarrista del precedente progetto) e nel 2000 la reunion insieme ai membri originali Dave Fielding e Reg Smithies (ex titolari dei Reegs). * Il faccione di Burgess è sempre uguale, il basso un preciso battito cardiaco che pulsa sangue ed emozioni, soprattutto quando la platea calorosa riconosce e accompagna i brani del glorioso passato. La professionalità che non è di casa (quasi mai) tra le pieghe della nostra musica si esalta sul palco insieme ai tre musicisti. E’ la prima volta di Mark a Roma, dedica un brano al suo “grandfather”, il finale alla misteriosa Claudia e ammette sorridendo di non poter dilungarsi ulteriormente perchè ormai vecchio e voglioso di un buon letto. L’umidità ha ormai vinto le barriere strutturali del locale, la stanchezza anche (siamo oltre l’una) ma nulla è riuscito a scalfire la calda voce di un’artista in debito, si col success, ma non con la storia. “… Did my mother bring me to this place, Will I live to see his face…”.

Emanuele Tamagnini

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