Marilyn Manson @ Postepay Sound Rock in Roma [Roma, 25/Luglio/2017]

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Certi titoli di giornali ed un paio di iniziative a dir poco folcloristiche mi avevano regalato brividi che non provavo da anni. Gente che ancora scrive “Arriva il rocker satanico, bla bla bla” uniti a parroci di paese che organizzano veglioni di preghiera, tutto il “meglio” della tradizione nostrana insomma. Per quanto il clima creato mi rimandi tragicomicamente indietro di 15-20 anni, mi ricordo purtroppo che siamo nel 2017 e tutto l’entusiasmo per questo concerto viene ottenebrato da una coltre di malinconica consapevolezza. La natura di questa presa di coscienza è data da una serie di elementi, premetto che stimo Brian Warner, a.k.a. Marilyn Manson, come artista a tutto tondo in maniera spropositata, ma mi duole constatare che sia giunto il momento di confrontarsi con la realtà e reinventarsi, altrimenti la fase di transizione che sta attraversando (seppur costantemente supportata da una discreta ispirazione musicale) si trasformerà in un labirinto senza uscita alcuna, se non l’oblio. “Il Reverendo” mancava a Roma da ben 16 anni, si avverte un certo fermento, con l’immaginazione che vola e ti fa pensare che nella capitale della cristianità potrebbe succedere qualcosa di speciale. In effetti l’ultima volta ci scappò una denuncia per atti osceni in luogo pubblico, come ricorda lui stesso prima di presentare ‘mObscene’, all’epoca quella storia fece scandalo, ma erano altri tempi (io c’ero, appartengo evidentemente agli altri tempi, ndr). Il Manson di oggi è visibilmente appesantito, ma sa ancora muoversi bene sul palco, sfruttando sapientemente il peso (nel senso di carisma e fama) della sua presenza e basta anche un minimo gesto per far infiammare i fan. Come in quei film horror in cui il mostro si indebolisce quando si smette di aver paura di lui, mi rendo però conto che nel 2017 Marilyn Manson non spaventa più nessuno, il che fa perdere una parte di fascino anche alla musica, perché si parla comunque di pop (nel senso buono del termine) sotto mentite spoglie (rock, metal, industrial, ecc) che in quanto tale resta in auge finché cavalca il sensazionalismo, traendone energia. Oggi i demoni con cui Brian Warner ha terrorizzato una generazione sono ormai realtà palpabili e quotidiane alle quali siamo tutti abituati. Dunque scenograficamente parlando si riduce un po’ tutto ai vari cambi di outfit, anche se una piccola menzione è doverosa per le diverse forme dei microfoni utilizzati, che vanno dal tirapugni al coltello, passando per il fucile ed infine il manganello, rappresentando probabilmente l’ultimo baluardo del provocatorio simbolismo mansoniano, che torna a puntare l’indice sulla cultura delle armi negli Stati Uniti oltre che sulla violenza della polizia.

L’arte nelle provocazioni di Manson infatti è sempre consistita nell’incarnare mediante maschere sceniche i mali della società, celebrandoli col fine di denunciarli. Per capirlo occorreva leggere un po’ tra le righe, cosa che ovviamente non faceva quasi nessuno, ma anche questo era tutto calcolato, perché così si creò l’aura controversa del rocker maledetto, satanico, ecc. ecc. che però ora sortisce lo stesso effetto della casa stregata al luna park. Quando vidi Marilyn Manson dal vivo in Canada 10 anni fa (il periodo d’oro era comunque già alle spalle) assistetti ad uno show pazzesco, con una scenografia quasi circense ricca colpi di teatro, un tipo di performance stile Alice Cooper per intenderci. Purtroppo per lui il suo personaggio ed i suoi messaggi sono però molto più crudi e realisti di quelli del suo leggendario predecessore, che invece nell’immaginario collettivo è quasi paragonabile ad un (anti) eroe dei fumetti. Ieri la scenografia è stata piuttosto scarna. Da un lato non mi sorprenderei se fosse Manson stesso a non voler svilire il significato della sua musica riducendo le sue performance a qualcosa di più simile ad una giostra horror sulla falsariga di gente tipo Kiss e Rammstein, ma magari potrebbe essere solo un problema di costi per potersi permettere di portare in giro “il carrozzone” anche in Europa.

Rispetto agli anni ruggenti c’è meno ricerca sistematica dell’estremo e del “disturbante”, anzi ci scappa pure qualche gag come ’The Dope Show’ che siccome siamo a Roma viene presentata come ’The Pope Show” e alla fine il concerto resta sempre godibile, anche se Mr Manson sul palco non da mai l’idea di essere davvero preso al 100%, forse complice anche il grave lutto occorso alla rockstar americana, che un paio di settimane fa ha perso il papà. Nella data romana vengono suonati tre brani inediti dal nuovo lavoro ‘Heaven Upside Down’ non ancora uscito, ‘Revelation #12′, ‘We Know Where The Fuck You Live’ e ’Say10’, che per ora non risultano propriamente “memorabili”, alternate alle più recenti ‘Deep Six’ e ’No Reflection’ che si sommano a vecchi e rodati cavalli di battaglia come ‘Great Big White World’ e ‘Coma White’ (da ‘Mechanical Animals’), ma soprattutto ’The Reflecting God’ e l’immancabile ‘The Beautiful People’, dal “famigerato” disco ‘Antichrist Superstar’. Tra le cover (da sempre l’arma in più di Manson) non poteva mancare il classico ‘Sweet Dreams (Are Made Of This)’, mentre si apprende guardando le setlist presenti sul palco che tra i bis è stata saltata ‘Personal Jesus’, in compenso però prima di ‘Disposable Teens’ viene accennata ‘Revolution’ dei Beatles. Roma saluta il Reverendo Manson dopo un’ora e mezza di show. Sulla via per l’uscita dall’Ippodromo delle Capannelle ascolto distrattamente qualche commento, i “neofiti” sembrano entusiasti, mentre i “veterani” storcono abbastanza il naso, probabilmente vedendo il proprio idolo in quella che ad oggi sembrerebbe una parabola discendente, che spero di cuore non sia ancora inesorabile.

Niccolò Matteucci

Foto dellautore

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