Maria Antonietta @ Monk [Roma, 11/Maggio/2018]

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Le aspettative, le delusioni, l’eternità. È tra questi elementi e in uno spazio temporale indefinito maturato in quattro anni di distanza dai riflettori, che si colloca “Deluderti” il nuovo album di Maria Antonietta prodotto dal musicista e compagno di vita Colombre (Giovanni Imparato). Nove preziosi brani per raccontare un mondo interiore concepito tra consapevolezze, ricerca di autenticità e fedeltà verso se stessi e verso il proprio stile. Un disco dal sapore pop che non intende celare quell’animo un po’ punk e un po’ retrò caratteristici di Letizia. L’attesa è stata lunghissima e le aspettative erano alte. Saranno state deluse o appagate? Dopo la rituale birra pre-concerto ci accingiamo nella sala del Monk ancora semi vuota la quale, timidamente, accenna a colmarsi in prossimità dell’inizio del concerto. Sebbene le prime file siano già occupate da giovanissimi fan in trepidante attesa, ad essere sincera mi sarei aspettata un’affluenza maggiore vista la lunga pausa dai palchi. Una pausa interrotta solo lo scorso anno dal breve tour letterario incentrato sui reading di poesie delle sue “sorelle spirituali”, da Emily Dickinson a Sylvia Plath, inesauribili fonti di ispirazione per la cantautrice pesarese. Sono le 23 e proprio mantenendo questo fil rouge, Maria Antonietta inizia il live recitando una di queste poesie, le luci ancora soffuse, l’atmosfera raccolta. Tastiere e voce all’unisono intonano i primi versi di “Deluderti”, title track del disco, seguita dalle note esotiche di “Cara ombra”, uno dei brani più intensi e ben riusciti del nuovo album, forte anche di un ritornello pop che si imprime piacevolmente tra le meningi. Rispettando fin qui la scaletta del disco con un altro brano efficace, “Vergine”, uno dei pochi eseguito con qualche incertezza vocale, ma con un refrain audace che non intende sbagliare il colpo: “Da qui voglio dare fuoco alla tua cattedrale, e a te che fai la parte della vergine ma non ne hai la stoffa” …non male inserire le parole “cattedrale” e “vergine” nel ritornello di un brano nel duemila diciotto e renderlo così fresco e pop! La bravura di Letizia è anche questa. Seguono alcuni dei brani più malinconici e dal sapore retrò tratti dal precedente lavoro “Sassi” tra cui “Giardino Comunale”, “Diavolo” e “Animali” i quali vengono accolti con calorosissimi cori dal pubblico. Altrettanto accalorata la triade di brani arrangiati per il live al fine di esaltarne le qualità più grintose: “Abbracci” e “Ossa” (Sassi, 2014) e la freschissima “Oceani” tratta dall’ultimo album. Lo spettacolo è curato e preciso, la band e Maria Antonietta sono legatissimi durante il live che scorre velocemente tra un variegato ventaglio di brani proposti che accontentano i nuovi ammiratori e i fan di vecchia data; sarà proprio per loro l’encore finale con alcuni titoli tratti dall’omonimo primo album, su tutti l’immancabile e oserei dire quasi generazionale “Quanto eri bello”, 2.49 minuti di leggerezza e tormento post-adolescenziale, e che lo si voglia o meno, restano sempre attuali e da cantare senza pudore. La sala ormai è satura ma mi concedo un’elegante sguisciata tra il pubblico saltellante per raggiungere la prima fila ed ammirare da vicino l’allestimento del palco che finora avevo solo intravisto. Anche qui le aspettative non vengono deluse. Un tripudio di fiori che si arrampicano sugli strumenti della band, le luci a mò di lampione che creano quell’atmosfera sognante e temporalmente incollocabile, le iniziali di Maria Antonietta elegantemente curvate e svettanti dietro di lei. I capelli e la chitarra rossi, le scarpe dorate, l’inconfondibile timbro di voce. Sono passati quattro anni, un’eternità è vero. Ma posso dire, con un sospiro di sollievo, di aver trovato tutto al giusto posto.

Melania Bisegna

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