Marduk @ Init [Roma, 23/Ottobre/2009]

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Monumentali. E’ la parola che ti esce dall’intestino quando aspetti duecento ore a sorbirti musica che non finisce mai, hai finito i soldi in birra Tourtel mascherata da Forst… Frost… come si chiama, nel pacchetto hai l’ultima sigaretta, non ne puoi più di vedere abiti neri ovunque, che mezzanotte e mezza non arriverà mai e sei lì lì per andartene ogni cinque minuti. Pensi che sarà l’ultima volta, che è ora di appendere il chiodo al chiodo, i tuoi capelli non torneranno più e domattina chissà a che ora mi sveglio.

Devastanti. E’ la prima cosa che pensi quando vedi apparire sul palco quattro orchi girati di spalle e senti l’urlo straziante che annuncia ‘With Satan And Victorious Weapons’, quando parte il riff ed entra prepotente la batteria. Ti cominci a chiedere perchè ascolti ‘sta roba e poi capisci a suon di martellate dentro lo stomaco che se tutti tirassero fuori la violenza repressa ascoltando i Marduk forse il mondo sarebbe migliore. Dopo ‘sta cazzata andiamo a vedere cosa è successo ieri.

Il primo gruppo non l’ho sentito, anche se le voci di sala ne parlavano bene. Però soffermiamoci un po’ sui Fleshgod Apocalypse va’. Un po’ perché sono un prodotto nostrano (Perugia) e un po’ perché a sentirli a freddo non sono poi così male. Certo, giudicare solo dal live era impossibile visto che il suono era pessimo e non si distingueva neanche una nota. Autori di un unico disco ‘Oracles’, propongono un brutal ipertecnico a tinte melodiche che non sarà niente di nuovo ma risulta anche piacevole. Certo che i ripetuti “daje Roma” e “forza Roma” pronunciati dal cantante non si potevano sentire.

Verso le 23.30, puntuali sulla tabella di marcia, si presentano i Vader, i famosi polacchi che insieme ai Behemoth sono il gruppo metal più rappresentativo nel mondo del proprio paese d’origine. L’acustica è sempre piuttosto inconsistente. Presentano pezzi qua e là dal proprio repertorio di otto dischi da studio che ad essere sinceri non mi ha mai entusiasmato. E’ un mio limite ma i tempi tuppattuppattuppa e gli assoli di leva non riesco più a sentirli, non me ne vogliano gli anziani nostalgici del thrash metal. Riconosciamo fra le altre ‘Rise Of The Undead’ dall’ultimo disco, poi ‘Silent Empire’ dal secondo e ‘This Is The War. Però abbiamo capito che il cantante sa pronunciare bene le bestemmie in italiano. A volte mi sembra quasi che facciano parte dei testi. Ah, poi vorrei capire perché al microfono era attaccato un utilissimo appendicravatte di Lidl a forma di gabbia toracica, ma andiamo avanti.

Beh ok, ora si fa sul serio, penso. Certo con questa acustica ci sarà poco da ascoltare. Dopo una lunga pausa, alle 00.30 o forse anche un po’ prima, ecco finalmente i Marduk. Beh l’impatto l’ho già raccontato. Come ho detto, iniziano col primo devastante pezzo di ‘World Funeral’, che a dirla tutta si sente malissimo, al punto che alla fine del pezzo un disperato fra il pubblico urla un accorato “nunsesentencazzoooo!”. Per fortuna il fonico stupisce tutti e improvvisamente dal secondo pezzo in poi è tutto impeccabile. Sarà che con una chitarra sola è tutto più comprensibile, anche se ti chiedi come faccia a uscire un muro di suono tale solo con un basso, una chitarra e una batteria. Il batterista fa sempre paura, soprattutto per la potenza e la precisione con cui suona, ma anche per via della faccia verniciata da pagliaccio di ghiaccio. Ecco ‘Those Of The Unlight’, che fa sempre la sua figura anche a distanza di anni. Poi il solito piacevole viaggio nel tempo, dagli ultimi ai primi dischi, passando per il caposaldo ‘Panzer Division Marduk’. Scene di guerra, fuoco e fiamme, le voci dei demoni dell’inferno e tutta la brutalità dell’uomo ti arrivano dritte in faccia a stuzzicare il tuo subconscio e purificarlo dal maligno. Anche qualche pezzo dell’ultimo ‘Wormwood’, in verità disco non entusiasmante ma rivalutato dopo averlo sentirlo dal vivo. Alla fine, uscita di scena senza bis e senza saluti, in perfetto stile nichilista/misantropico. Ma fa parte del paesaggio e glielo perdoniamo. Del resto anch’io me ne sono andato senza salutare.

Simone Serra

11 COMMENTS

  1. non ha vinto nessuno
    la citazione era la canzone Pagliaccio di ghiaccio, perché in giro per il concerto era stato avvistato il suo autore Metal Carter

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