Manifesto @ Monk [Roma, 24/Marzo/2018]

267

Tre indizi fanno una prova, asserisce un abusato e sgrammaticato proverbio. Tre appuntamenti sono quelli che di solito si danno le coppie potenziali per vedere se scocca la scintilla. Tre si dice sia il numero perfetto, non sappiamo per quale ragione, ma sappiamo che la prova, la scintilla da terzo appuntamento e la serata perfetta come il numero, alla terza edizione di Manifesto, sono quello che abbiamo trovato nella serata di sabato. Il festival ha mantenuto i suoi standard elevati e la sua location, quella del Monk Club di Via Giuseppe Mirri, per due notti all’insegna dell’elettronica. La line up ha al suo interno un mix di elementi in grado di costituire un’ossatura di squadra inattaccabile per gli amanti del genere: la promessa finalmente sbocciata (Go Dugong), lo straniero (Omar Souleyman) e quelle che ormai sono delle splendide certezze (Ninos du Brasil), coadiuvati dalla sostanza di Jhon Montoya, col nuovo materiale, e Delphi, incaricati nell’ordine di aprire e chiudere la serata, sul palco secondario della sala concerti.

Go Dugong è il progetto solista di Giulio Fonseca, produttore e musicista piacentino, ma di base a Milano. Sul palco si presenta con due soci e tutti indossano delle maschere animalesche con delle grandi corna, oltre a dei costumi ispirati a creature immaginarie provenienti da altri mondi e all’estetica tribale, come dichiarato dallo stesso artista nei giorni precedenti il suo live set, occasione per presentare il disco ‘Curaro’, dato alle stampe proprio il giorno prima dell’esibizione a Manifesto che così diventa il vero e proprio release party. Fonseca oltre a dedicarsi al suo progetto ha anche una collaborazione mensile, molto frequentata, a La Fine, con il format ‘Balera Favela’ che propone già da tempo anche a Milano, focalizzato sui pezzi baile funk, genere nato nelle favelas brasiliane, ma fuso con pezzi di storia musicale italiana rieditati. Nel corso del live si nota la grande ricerca che c’è dietro a quei suoni carpiti dalla natura e dagli animali, nello specifico uccelli, i cui cinguettii saranno parte integrante dei vari pezzi che ci porteranno in un bosco, non solo di suoni. Non era un disco pensato per il dancefloor, in origine, ma la maggior parte dei presenti, attenti e poco rumorosi, si dimenerà parecchio. Nel live ci sarà spazio soltanto per il nuovo album, per non correre il rischio di contaminare le nuove tracce con sonorità in qualche modo passate secondo il producer.

Nonostante assistere a live quasi ogni settimana sia per noi peculiare da un certo numero di anni, mai ci eravamo trovati al cospetto di un siriano sul palco. È quello che ci succederà dopo la mezzanotte, quando, coadiuvato da un tastierista, Omar Souleyman, con il suo iconico e quasi caricaturale look composto da una kefiah bianca e rossa, occhiali da sole démodé e baffoni da sparviero, si presenterà al pubblico del Monk. A 51 anni suonati si esibirà in un lungo show nel quale interpreterà a suo modo la dabka, musica tradizionale mediorientale che Omar ha deciso, da oltre dieci anni, di proporre in versione elettronica. Arriva su questo palco importante dopo gli anni di gavetta passati a fare il cantante ai matrimoni nel suo paese. L’entusiasmo e gli applausi che riceverà saranno i più convinti e numerosi nel corso della serata. Il fatto che non sia un pesce fuor d’acqua in questo ambiente lo conferma un dato di una certa rilevanza: ‘Wenu Wenu’, il suo album d’esordio datato 2013 e più volte richiamato nel suo live di serata, è stato prodotto niente di meno che da Four Tet. L’atteggiamento di Souleyman è spassoso, specie nel modo in cui cerca di caricare il pubblico, accennando movimenti delle braccia che ricordano un po’ quelli di nostro nonno che imita l’esultanza di Tardelli dopo aver segnato nella finale del Mondiale di calcio dell’82, ma intanto continua a far ballare e a coinvolgere tutti, per tutta la durata del set.

Per il finale di serata, o almeno per quello del palco principale, si presenteranno i due artisti più energici del panorama elettronico italiano, i Ninos du Brasil. Ci troviamo al loro cospetto per la settima volta in quattro anni e per la quarta occasione nella cornice di un festival in cui sono in programma. Assistiamo alle loro esibizioni molto fisiche e trascinanti sempre molto volentieri. Nico Vascellari e Nicolò Fortuna vengono da Vittorio Veneto, ma le loro atmosfere ci riportano alla mente più São Paulo, dove tutto ha avuto origine, che la bassa trevigiana. Trucco bianco sul volto, parrucche e maglie bianche della band con design a cura di Vascellari, apprezzato artista a tutto tondo, e una fisicità strabordante, con tamburi percossi, fusione col pubblico saltante ed esaltato, ammiccamenti alla techno nei nuovi pezzi, alle atmosfere carnascialesche con il lancio di coriandoli e brani tratti dai tre album finora dati alle stampe, dall’esordio ‘Muito N.D.B.’, con l’immancabile ‘Tuppelo’, fino ai più recenti ‘Novos Misterios’ e ‘Vida Eterna’, risalente allo scorso anno. Il pubblico li accoglie bene e si dà da fare, come da copione, ma vederli su un palco sopraelevato toglie qualcosa ad altre loro esibizioni ad altezza uomo che abbiamo apprezzato in passato. Per chi è con noi e non li conosceva, una gran bella sorpresa. Manifesto, invece, resta una certezza, con le sue line up sempre più curate, anno dopo anno. In chiusura ci sarà Valerio Delphi, in quest’occasione fuori dal duo Tiger & Woods, che farà muovere chi ancora ne ha, mentre l’ora da legale diventerà illegale, togliendoci un’ora di sonno, torniamo a casa avendo ormai una certezza in più nel panorama musicale romano. Dopo un terzo appuntamento così, negare il quarto a un partner così interessante a ogni livello, sarebbe davvero un delitto. L’unico peccato è che per vedere come continuerà questa storia, ci sarà da aspettare un anno.

Andrea Lucarini