Majical Cloudz @ Circolo degli Artisti [Roma, 30/Ottobre/2013]

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“La prima volta fa sempre male, la prima volta ti fa tremare”, cantava il frontman di quella che probabilmente è stata la più grande band italiana di sempre. Ci sono primi appuntamenti che spiazzano, come quelle volte in cui sei tesissimo, ti senti impacciato e puntualmente inadeguato e alla fine non sai se baciare o meno, se hai fatto colpo o se rischi di essere dimenticato, mestamente inserito nella schiera delle occasioni perse o degli abbagli. Magari ci si rivedrà ancora, ma la sensazione è che le tue chances siano già state abbondatemente bruciate nel fuoco della indecisione. Più o meno è questa la metafora utilizzata da Devon Welsh per descrivere dal proprio punto di vista il concerto dei suoi Majical Cloudz al Circolo degli Artisti. Figlio dell’attore Kenneth Welsh (Windom Earle di “Twin Peaks”, per capirci), l’artista canadese ha recentemente dato alle stampe ‘Impersonator’ insieme al socio Matthew Otto (synth-programmer e produttore). Un album che si infila in quel filone che del minimalismo musicale ha fatto il suo dogma: poche note di synth, qualche campionamento quale e là a gradire e, a stagliarsi su tutto, una voce penetrante che decanta testi diretti, semplici e raffinatamente curati, i quali hanno il pregio di mettere a nudo l’anima di chi li interpreta e di far sentire l’ascoltatore a propria volta spogliato con tenera purezza dinanzi alle proprie sensazioni più recondite. Peccato che, quando Devon e Matthew fanno ingresso sul palco del Circolo degli Artisti, ad accoglierli fossimo in poco più di dieci. Un’immagine che desta perplessità e rammarico. Con l’avvicendarsi dei primi due brani ‘Impersonator’ e ‘This Is Magic’ il pubblico incrementa leggermente, ma alla fine del concerto le unità non supereranno comunque i trenta. Peccato, perché la voce di Devon smorza il fiato per quanto è bella, intensa, emotivamente instabile, pura e onesta nel raccontare tutte le proprie incertezze. Dalla bocca di un giovane canadese rasato in maglietta bianca e pantalone nero vengono fuori parole d’amore, di morte, d’amicizia, di delusione. Dai suoi occhi, profondi e penetranti, l’inquietudine della propria onestà emozionale. Dai suoi movimenti, nervosi e tesi, l’incapacità di essere un frontman sfrontato e a suo agio come la tradizione vorrebbe. Di un impacciato che fa quasi tenerezza, Devon canta in un silenzio quasi irreale i brani del suo ultimo disco: ‘Childhood’s End’, ‘Notebook’, ‘I Do Sing For You’, ‘Turns Turns Turns’. Tra un pezzo e l’altro, raccogliendo gli applausi e l’incitamento dei presenti, prova ad instaurare un dialogo, lanciandosi addirittura in qualche improbabilissima battuta, ma il più delle volte si perde in vari “ok, ehm” di ordinanza che mostrano tutta la sua timidezza, per nulla celata e candidamente ammessa. Il pubblico, per quanto esiguo, lo sostiene convinto. In alcuni momenti il canadese cammina nervosamente, per andare a collocarsi negli angoli più in ombra del palco, come se la luce lo mettesse in imbarazzo (d’altronde la sua prima richiesta, appena iniziato il concerto, è di abbassare le luci). Su un altro brano, prende uno sgabello abbandonato in fondo allo stage e si siede, quasi per rilassarsi. Alla fine, per introdurre una toccante versione a cappella di ‘What That Was’, Devon usa la similitudine citata all’inizio del report. Si chiude con ‘Bugs Don’t Buzz’, probabilmente il miglior brano di ‘Impersonator’ e manifesto del glitch pop dei Majical Cloudz. Un’interpretazione da pelle d’oca, che entra dentro e non lascia indifferenti. Devon e Matthew salutano il pubblico, avendo già chiarito che non è il caso che si ripeta il solito teatrino dei bis a cui siamo usualmente abituati, e quindi il primo scende in platea per concedere foto e autografi di rito a chi gli va incontro per complimentarsi, quasi per rassicurarlo sulla riuscita di un concerto che, visti i pochi presenti, aveva tutte le carte in regole per essere uno spettacolo triste. La verità è che chi ha assistito all’esibizione dei Majical Cloudz ha potuto non solo conoscere meglio l’autore dei bellissimi testi di ‘Impersonator’, ma ammirare tutta la sincerità di un artista onesto e profondamente emotivo. Non capita tutti i giorni. Tranquillo, Devon, ci saranno altri appuntamenti e, quand’anche la tua timidezza sembrerà nuovamente toccare vette di disagio mai viste, non temere, sapremo capirti ancora.

Livio Ghilardi

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