Mad Cool Festival @ IFEMA [Madrid, 12-14/Luglio/2018]

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Rimane soprattutto questo, del festival:

  • Eels e la sua ‘The look you give that guy’.
  • Jack White e uno spettacolo sanguigno, autentico, micidiale, totale. Punto.
  • Trent Reznor e i suoi NIN: l’espressione più pura della potenza e del furore.
  • Gli Underworld e ‘Born Slippy’, e la parola fine a un’esperienza segnante.

Eppure, nel bene e nel male potrebbe essere stato il festival più chiacchierato degli ultimi anni. A cominciare dal duello a distanza virtuale con il Primavera, alimentato perlopiù dal rumore di fondo del social più deleterio. Come se si trattasse di eventi perfettamente sovrapponibili, come se la loro storia fosse interscambiabile. Ma tant’è, raccogliere il guanto di sfida che nessuno ha gettato è una tentazione troppo forte, e il campanilismo, anche qua di casa, fa il resto. Perché non pensare, invece, che finalmente anche la capitale spagnola ha un festival degno di questo nome e che, anzi, in sole tre edizioni è riuscita a imporsi all’attenzione mediatica e, soprattutto, a inanellare una line up da fantacalcio, mai come quest’anno. E, perché no, a far impallidire gli altri. La concorrenza porta con sé la spinta a fare meglio, che si traduce in un’offerta più ampia, più varia e, in definitiva, nell’imbarazzo della scelta, ogni estate che passa. Al Mad Cool ci sono state lacune organizzative e di gestione. Su questo non c’è dubbio. Altri festival non ne sono immuni, nessuno lo è mai stato, ma forse qui le conseguenze di un’inadeguatezza irrisolta si sono fatte sentire particolarmente. Rimanere un’ora e mezza sotto il sole delle sei per ritirare il proprio bracciale è un’esperienza che non auguro a nessuno, specialmente da queste parti. Il “potere” di ciascun tipo di bracciale in merito alle aree alle quali si aveva accesso poteva essere spiegato meglio fin dall’inizio. La gestione delle aree VIP nella platea di fronte ai palchi poteva essere migliore, più ordinata e forse, in definitiva, evitabile. E magari ci saremmo potuti risparmiare qualche coda di troppo agli stand per cibo e bevande, dove il personale non è parso essere all’altezza, per non dire alle prime armi. Son bastati questi inconvenienti a rovinare il festival? Direi di no, o almeno non alla maggioranza delle persone. Ovvio che questa testimonianza è per forza parziale, non può tenere conto del festival vissuto da ognuno, se non dai commenti lasciati su forum e social, sempre da prendere con le pinze. Al netto dei problemi, alcune verità vanno dette. La qualità degli spettacoli è stata altissima, roba che non si vedeva da tempo e, al netto di alcune imperfezioni (specialmente in alcuni stage) che sono poi state corrette, la qualità del suono è stata ottima negli eventi più attesi. A parte qualche caso sporadico e minore, non vi son stati problemi di ordine pubblico e, a parte lo sguardo criminale di qualcuno appena ti azzardavi a tentare di guadagnare qualche centimetro rispetto al palco di turno, l’atmosfera è stata tranquilla e ordinata, e la gente sembrava tutto sommato godersela. L’esperienza è personale e privata, e dispiace per coloro per i quali il Mad Cool è stato anche disagio e sofferenza ma, riserve di sopra a parte, il bilancio è positivo e ci riporta a casa sfatti, esausti, insonni, ma felici.

Giovedì 12

Dopo le prime due esperienze nello spazio del Caja Mágica (tragicamente teatro, peraltro, della morte di un acrobata durante l’edizione del 2017), è tempo di cambiare aria per l’organizzazione. La copertina che fa bella mostra sulla pagina web madcoolfestival.es parla chiaro: 240.000 gracias per gli ingressi venduti. Più o meno come ritrovarsi nel Maracanà per tre giorni di seguito. Qualcosa che impressiona e mette i brividi allo stesso tempo. Tra le varie modalità di arrivo all’area del festival, scegliamo quella che va, per ovvi motivi, per la maggiore: metro fino alla fermata Feria de Madrid, quindi un quarto d’ora a piedi. Lo scenario che ci si presenta alle 18.30 circa appena salite le scale della metro non è dei più incoraggianti. Decine, centinaia di persone già incolonnate in una fantasiosa fila indiana che lentamente si fanno strada per accedere all’area fieristica, quindi ancora ben lontane dall’ingresso al festival vero e proprio. Per fortuna, la coda viene smaltita fortunatamente in maniera sempre più rapida, finché si riesce a camminare più o meno speditamente. Due le barriere per il controllo di sicurezza, il primo più blando, il secondo più accurato; non so quanto senso abbia disporli a pochi metri uno dall’altro, ma quest’è. Ancora alle sei e mezza c’è un caldo asfissiante, molto intenso, e purtroppo un solo punto d’acqua lungo il tragitto, non fosse per bere, almeno per rinfrescarsi sotto il sole implacabile. Ci facciamo strada circondati da capannoni, ruspe, camion e magazzini di ogni tipo, nell’area industriale che popola, si fa per dire, l’area. Finalmente arriviamo al checkpoint per il controllo dei bracciali, già prontamente indossati. Dettaglio non da poco visto che, alla nostra sinistra, una fila ancora più lunga e compatta della precedente è ferma in direzione dello stendardo che indica l’ingresso per chi quel benedetto bracciale deve ancora ritirarlo. Sospiriamo con un brivido per lo scampato pericolo ed entriamo finalmente nel vivo.

L’acciottolato che precede il passaggio sotto la scritta gigante del festival non è esattamente l’ingresso al Grand Hotel, per chi avesse difficoltà motorie, ma quella di tappezzare il terreno dell’intera area con un prato artificiale è una buona idea e ci risparmia i nugoli di polvere e ghiaia che si sarebbero alzati altrimenti. Sette i palchi, più uno dedicato alla memoria dell’acrobata scomparso in un incidente nell’edizione dell’anno scorso, l’Espacio Pedro Aunión. Il nostro festival si svolgerà essenzialmente intorno a tre stage, dove si concentrano gli eventi più succulenti: il Mad Cool, il Madrid Te Abraza e The Loop, con qualche puntatina sporadica al Koko. Ed è proprio nel primo di questi che ci dirigiamo, con l’esibizione degli Slaves già a buon punto. Originario del Kent, il duo formato da Isaac Holman e Laurie Vincent suona un punk rock imbevuto di sonorità garage, piuttosto fisico e tribale, a tratti anche molto teatrale, con chitarrista a batterista che interpretano fisicamente e gestualmente i brani. Band peraltro al centro di una polemica legata al proprio nome, a detta di alcuni critici inutilmente offensivo e razzista. Evidentemente porsi dei problemi pretestuosi va di moda anche in terra d’Albione. Niente dell’altro mondo, ma un buon aperitivo col quale rinfrescarsi sotto il sole ancora cocente. Canicola che ci spinge verso gli stand di cibo e bevande, posti in aree separate; questione di sicurezza, mi dico, per quanto questionabile e, in definitiva, forse poco pratica. Nel recinto è vietato, infatti, portare cibo e acqua da fuori. L’economia tutta interna al festival si alimenta a colpi di 9 e 10€ a piatto ma vietare del tutto nello specifico l’acqua, al netto delle ragioni di sicurezza, ci sembra esagerato, visto che sembra di essere a El Paso. Il litro di birra, che gli spagnoli con una certa ironia chiamano “mini”, costa 9€ MA, in fondo alla lista delle bevande disponibili, compare la voce “bicchiere di plastica riutilizzabile”. Cosa però non così pubblicizzata e, al momento di pagare, saltan fuori questi 10€ che, di fatto, non stanno scritti da nessuna parte. Si poteva trovare forse una maniera più trasparente per gestire il tutto.

Arriva finalmente il primo coup de cœur del festival con l’esibizione degli Eels, nello stage Madrid Te Abraza. A celebrare l’ingresso sul palco della band di Mark Oliver Everett sono le note di ‘Gonna Fly Now’ di Bill Conti, meglio (e, anzi, arci) noto per essere il brano portante della colonna sonora del film “Rocky”. Everett, con barba (ora più curata, dopo la fase ‘Hombre Lobo’) e occhiali tondi scuri attacca subito forte sulle note di ‘Out In The Street’ degli Who, cui fa seguito un’altra cover, questa volta di ‘Raspberry Beret’, di Prince. Segue un dittico di brani dal nuovo ‘The Deconstruction’, ‘Bone Dry’ e ‘Flyswatter’, per poi celebrare un pezzo di storia con ‘Dog Faced Boy’, ripescato da ‘Souljacker’. La band suona coesa e divertita, c’è un’atmosfera rilassata e serena, nonostante il sound non sia proprio dei migliori e non arrivi con la dovuta convinzione. Everett sembra però fare buon viso a cattivo gioco e scherza col pubblico: “sono una persona così pigra che piuttosto che togliere il bollino a una mela ci mangio intorno”. La prima emozione forte, commovente arriva con ‘The Look You Give That Guy’: spoglia, semplice, diretta. Un inno agli underdog e alla malinconia. Stupenda. “Il batterista è il nuovo arrivato. E tutti sappiamo cosa vuol dire essere quello nuovo…” Allo sfottò segue poi però un siparietto di omaggio al batterista: un bel pensiero per lui e un giocoso diversivo per noi. Tempo quindi di un altro brano recente, ‘Today Is The Day’, che precede il classico ‘Novocaine For The Soul’, l’ultimo brano dello show degli americani che ascoltiamo, protagonisti di un set ridotto ma energico.

Il tempo che intercorre tra un’esibizione e l’altra non è molto (cosa che diviene lampante con il trittico delle meraviglie del sabato), cosicché è tempo di levare le tende e spostarsi altrove. E, come ogni buon festival che si rispetti, giunge anche il tempo delle scelte. Alla stessa ora, infatti, vanno in scena tanto i Lali Puna quanto i Fleet Foxes. Il cuore dice i primi, tutta la vita, ma è qui che il cervello e quel poco di memoria che resta arrivano a mediare e a ricordarmi che la band tedesca ce la godremo anche al Vasto Siren Festival, in un contesto peraltro ben più suggestivo. E quindi vada per i FF. Band bravissima che ha anche un grande merito: aver dimostrato che un certo stile, dalle forti venature folk, è capace di uscire dalle melensaggini e dalla pochezza nelle quali si è autoconfinato per raggiungere un’altra dimensione. Che è poi la cifra stilistica della band di Robin Pecknold: piacciano o meno, i Fleet Foxes hanno un’impronta prettamente personale, difficilmente si corre il rischio di confonderli per altri. Eppure stasera, pur avendo suonato benissimo, al combo è mancato il guizzo, il mordente. Benché ‘Crack-Up’ sia senza dubbio l’album più riuscito finora, i pezzi suonati stasera non hanno inciso, non hanno aperto una nicchia, un varco nel quale insidiarsi e stabilirsi a vita. Viene da pensare che la musica di Pecknold non sia forse adatta a proporzioni oceaniche e che una dimensione più raccolta la valorizzerebbe di più. Speriamo di avere l’occasione di godercela. Il concerto della band americana è stato preceduto da un accidente rispetto al quale ancora adesso la verità dei fatti mi sfugge. Uno dei punti più criticati di questo festival (e non a torto, ma credo non sia l’unico nel quale ciò accade, tra l’altro) è stato quello di introdurre accessi e aree VIP, concetto va da sé discutibile. Visto che siamo qui anche per la cronaca, a questo punto cerchiamo di capire se esista la possibilità per noi di accedervi. Il primo addetto al personale a cui chiediamo ci risponde che non ne sa niente e che l’hanno messo a gestire la sicurezza senza ulteriori spiegazioni. Bene. Allora identifichiamo la zona VIP vera e propria, antistante il palco, per capire se sia concepita anche per stampa e “addetti ai lavori”. L’addetta di turno ci dice che l’accesso stampa è dall’altra parte del palco. Cioè, va circumnavigato proprio, come Magellano. Facciamo team con una ragazza nella nostra stessa situazione, sul campo per un’altra webzine, che ci dice “Prima agli Slaves m’hanno fatto passare in zona VIP, ora non si capisce perché non si può più”. Dopo il giro di bolina, intercettiamo qualcuno che potrebbe saperne qualcosa. Ci dice “Potete entrare nel fossato e fotografare solo durante le prime tre canzoni”. Ecco, il malinteso, basato su un’attrezzatura fotografica inesistente. Fatto presente il disguido, arriva una coordinatrice che risolve la tenzone dichiarando “Dovete passare dall’altra parte”. Sì, come Colombo. Morale della storia: se non ci avevano lasciato passare da una parte, allora voleva dire che non potevamo. Bella supercazuela, non c’è che dire!

Per prepararci al meglio e al carnaio che ci aspetta di lì a breve, urge una pausa rifornimento. Una parola. A finire sotto gli strali dei critici di questo festival son state le file per procacciarsi cibo e bevande: in questo frangente confermo il disagio, ma non che altrove succeda diversamente, va detto. Ad ogni modo, “appizzo” l’orecchio, come si dice, e sento due ragazzi davanti a me dire “Dall’asiatico non c’è praticamente fila”. E vai, lungo la via della seta. Di stand non ce ne sono pochi: asiatico, artigianale locale, pizza, hamburger, ecc. Ma come in ogni festival la domanda supera largamente l’offerta, e di fronte a tanto genere umano neanche una miracolosa moltiplicazione di vivande potrebbe molto. Comunque, era vero che dall’asiatico non c’era fila: infatti, faceva abbastanza cagare. Quantomeno una scusa per rimettersi in forze, approfittare dei pochi minuti a disposizione e, nel frattempo, dare un ascolto agli Yo Lo Tengo a poche decine di metri. Al principio non ci possiamo credere. L’acustica del Koko Stage è vergognosa: sembra che la musica della band di Hoboken provenga da una radiolina, e neanche tanto buona. La frustrazione traspare dai volti dei tre, soprattutto da quello di Ira Kaplan, che maltratta la chitarra più del normale, producendo suoni acidissimi. Nel giro di un paio di brani, per fortuna, le cose vengono aggiustate e si torna a livelli di qualità accettabili. Purtroppo, è ‘Motel 6’ a inaugurare il concerto, passando dalla succitata radiolina. Almeno ‘Stockholm Syndrome’ va più o meno bene, e ancora meglio va con la classica ‘Autumn Sweater’, in quello che è un set breve ma pieno di chicche dal passato. Ahimè, il tempo è quel che è e dispiace vedere una band come loro confinata a un palco di così poco conto e qualità, ma tant’è.

L’evento del giorno si avvicina. Basta poco per accorgersene. Verso il Mad Cool Stage è in atto una transumanza, una marea umana che sfida la legge di compenetrazione dei solidi; andare in direzione perpendicolarmente opposta può significare morte. La calca è tanta, anche troppa rispetto a quanto sarebbe stato lecito aspettarsi. Per qualche manciata di minuti stiamo tipo polli in batteria, con qualsiasi movimento che possa ostacolare la visuale e l’esperienza di altri vissuto come un affronto alla morale e alla decenza. Esagero, in realtà si sta stretti ma l’atmosfera in generale è rilassata. Solo che facciamo una saggia scelta quando ci accodiamo a un trenino di fan in direzione ostinata e contraria, alla ricerca di tregua e aria. “El escenario está al otro lado!”. Sì, ma la vita sta da quest’altro. La bontà della decisione diventa chiara quando Eddie Vedder e soci salgono sul palco: uno spazio minimo vitale che ci consente di gustarci il concerto come si deve. L’esordio è memorabile: come a Roma, ‘Release’ riempie l’aria e l’anima di ognuno, e ci promette un frontman e una band in grande spolvero. Sui maxi schermi, i volti in bianco e nero, sudati ma esaltati, sembrano alludere a quello status di classico che i Pearl Jam ormai detengono da parecchi anni a questa parte. Come d’abitudine, Eddie interagisce di frequente e con allegria col pubblico, in uno spagnolo incerto e malconcio e con l’inseparabile fiaschetta. E passa anche un messaggio importante, trasmesso attraverso i maxi schermi dagli attori Javier Bardem e Luís Tosar. Si tratta della campagna “no es no”: “Quando dice no, è un no; e anche quando non dice sì, è un no”. Ribadire ciò che dovrebbe essere ovvio. La scaletta prosegue lungo un ideale tappeto rosso, con ‘Ten’ che viene saccheggiato di metà dei suoi brani. ‘Why Go’, ‘Even Flow’, ‘Jeremy’ cadono come fulmini, grazie anche a un Mike McCready in formissima, in stato di estasi quasi, e sul punto di rubare la scena al frontman in diversi frangenti, come in ‘Eruption’, cover appassionata dei Van Halen, con tapping sborone annesso e connesso. Un’incazzata ‘Lukin’, brano a lungo rimasto anonimo all’interno di ‘No Code’ ma fortunatamente ripescata spesso nei concerti più recenti, fa da apripista a ‘Corduroy’, che unisce tutti in un singalong a cui ormai siamo abituati. ‘Do The Evolution’ scatena il finimondo, come ogni volta, sempre fresca, sempre attuale, mentre prima di ‘Wasted Reprise’ Vedder sentenzia “Non lasciate che razzisti, sessisti e violenti di qualsiasi genere prendano il sopravvento. Mandateli affanculo!”. ‘Porch’, dirompente, sfrontata, chiude con i botti il set, prima dell’inevitabile e programmato encore. Che non si apre proprio nella maniera più trascinante possibile. Riprendiamo il fiato con ‘Just Breathe’, cui segue ‘Sirens’ che è, potenzialmente uno se non il brano più brutto mai scritto da questa band. Detto da un grande fan. Ma pare sia il rospo da ingoiare prima che la band possa intonare gli accordi di quel brano che, come ‘Personal Jesus’ coi DM, come ‘No One Knows’ coi QOTSA, tutti si aspettano e tutti vogliono. E i PJ non ci lasciano a bocca asciutta. Ovviamente ‘Black’, con tutta la sua epicità, tensione, melodramma. Non mi ha mai convinto, non mi ha mai fatto impazzire, ma pochi sono i brani che creano magia: questo è uno di quelli. Come se mi avessero letto nel pensiero, Vedder e soci proseguono a spron battuto con ‘State Of Love and Trust’: una gradita sorpresa, un regalo inatteso che si conferma micidiale anche dopo tanti anni. Il tris finale è la degna conclusione di un gran concerto: ‘Rearviewmirror’, ‘Alive’ e poi la chiusura, ovviamente, con ‘Rockin’ in The Free World’, che spompano e stancano, ma con un sorriso enorme sulle labbra. Forse non è stata un’esibizione di quelle indimenticabili, da cuore in mano. E non lo dico per sminuire ma da fan che, forse con aspettative molto alte, finisce sempre per stare a quel tanto, a quei pochi millimetri di fiato per assaporare il concerto della vita. Non è stato questo il caso, ma… tutto perfetto, tutto bellissimo, prestazione eccellente: solo, uno straccio d’anima è rimasto ancora appeso al corpo e non strisciando in mezzo alle pedaliere. Ma va benissimo così, ed è forse ciò che i Pearl Jam riescono meglio ad essere: classici con stile, con potenza e furore. Mentre ci avviamo, il pensiero va ancora al grandangolo che spesso inquadra un cappelluto Jeff Ament, in una posa che ricorda tanto il singolo ‘Rearviewmirror’ ma anche i Mother Love Bone e il sempre caro Andrew Wood. Ah…

A sentire il corpo sarebbe da tornarsene a casa. Ma la curiosità di ascoltare Gaspard Augé e Xavier de Rosnay, in arte i Justice, non è poca e prende il sopravvento. Non so se altri due ben più celebri francesi, Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter, sappiano dell’esistenza dei Justice, ma ci sarebbero gli estremi per la violazione del diritto d’autore. Ironia a parte, il duo in scena stasera è autore di una disco massiccia, magniloquente, che non disdegna però ammicchi e continui riferimenti al passato, in un gioco al citazionismo che però viene fatto con gusto, non c’è che dire. Qua e là frequenti rimandi ora ai Daft Punk, ora ai Chemical Brothers, a volte anche ai Prodigy, ma il tutto filtrato attraverso un French touch che è poi giocoforza la cifra del loro riferimento primario e compatriota. A livello visivo, lo show ha il suo impatto, con la croce simbolo del duo che si staglia gagliarda sopra di loro, e diviene fulcro e origine di tutti i giochi di luce e di laser che la band propone. Tanto basso, tanta saturazione, tanta botta, tanti soldi. Pompati e divertenti. Mentre faccio per avvicinarmi verso l’uscita, do giusto una rapida occhiata ai Japandroids, che suonano nel Baracca stage (il Koko). Abbiamo fatto progressi e chitarra e batteria del duo arrivano almeno a un buon volume e con buona qualità. Da lì a poco suoneranno anche gli MGMT, ma la stanchezza è tanta e ci sono ancora due giorni belli densi da affrontare. Passo e chiudo.

Venerdì 13

Vuoi o meno per l’infausta associazione di numero e data, nel secondo round del festival madrileno si raggiunge l’apice e il baratro di tutta la manifestazione. Si parte a duemila con il set degli At The Drive-In e un Cedric Bixler-Zavala in stato di (dis)grazia. Il set è il Madrid Te Abraza, grazie a dio, perché con l’acidità di default del loro sound ascoltarli dal Baracca sarebbe stato lancinante, da sangue alle orecchie, ma sangue e basta, senza neanche l’adrenalina. Si parte dritti contro un muro con l’incipit ormai tipico, quell’’Arcarsenal’ che, non serve dirlo, battezza uno degli album più incendiari che abbiano scavallato il millennio. Segue ‘Governed By Contagions’, uno dei quattro tributi prevedibili all’ultimo, incerto ‘in•ter a•li•a’. Quando parte ‘Sleepwalk Capsules’, si aizza il fomento generale, benché non si riesca a capire veramente un cavolo di ciò che accade e proviene dal palco. Il mix è abbastanza carente ancora, anche se, come con gli Yo La Tengo, dal mixer ci vanno mettendo poco a poco una pezza. Vero è che neanche gli ATDI sono un gruppo facile da gestire, in questo senso. Con ‘Invalid Litter Dept.’ e soprattutto ‘Enfilade’ diventa tutto d’improvviso più chiaro e roboante. E anche Cedric sembra apprezzare che le cose girino, e comincia a dare di matto. Nonostante qualche chilo di troppo che lo porta a somigliare paurosamente a un giovane comico-politico nostrano, il nostro ha ancora carica e foga da vendere, che sfoga salendo sull’amplificatore di Omar, salendo sulla cassa di Tony, saltellando di qua e di là e gridando come un’arpia. Ma tutto ciò è banale. E dunque, dopo essersela presa con la stessa cassa a colpi di asta e aver lanciato quest’ultima a pallonetto dietro la batteria di Tony (a cui devono essere venuti i sudori freddi), non soddisfatto fa il giro del palco, prende una ventola e inizia a farla roteare intorno a sé. Ci godiamo lo spettacolo ma una parte di noi teme il peggio. Sazio di prendersela con i ventilatori, si lega la cintura intorno al collo come per strozzarsi e poi, con orrore del cameraman, si lancia verso di lui, gli fa girare la cintura intorno alla vita e lo tira verso di sé, con la testa ben diretta verso i gioielli di famiglia. Sembra Benigni dei tempi che si lancia verso Baudo in estasi erotica. Mentre Omar se ne sta in disparte a osservare tutto con l’entusiasmo di chi sta per tirar su un muretto a secco dopo la pausa pranzo, Cedric fa per lui, per sé e per tutti gli altri seminando il panico tra il personale della sicurezza e non solo. Tony, Paul e Keeley reggono su la baracca come sempre, metronomici e taglienti, col batterista in particolare in gran forma. Un’esibizione folle, dissonante ma figa, che tocca il cielo con ‘Napoleon Solo’, forse l’unico pezzo in cui la band davvero si comporti come un sol uomo, con una compattezza precaria altrove. E poi, certamente la conclusiva ‘One Armed Scissor’, dessert fisso e regalo ai fan. Come sempre, gli ATDI ti lasciano ebbro e confuso.

Nell’immediato, non ci sono band che ci interessino particolarmente. Una qualche curiosità per le Goat Girl viene presto sopita per esercitare i buoni doveri di accompagnante e quindi assistere all’esibizione degli Snow Patrol. Il buon Gary Lightbody, frontman e chitarrista della band nordirlandese, incarna un po’ lo stereotipo del ragazzo di provincia un po’ sfigato che, però, in qualche modo ce l’ha fatta. Profilo che, stando alla pagina che gli corrisponde su Wikipedia, non è tanto distante dal vero. Cosa un po’ evidente nel suo approccio: ben lungi dall’essere un animale da palco, possiede tutto sommato qualcosa che gli infonde un non so che, probabilmente anche grazie al mood romantico e in minore di molte delle sue canzoni. E ci diventa inevitabilmente simpatico quando, imbracciando la chitarra acustica, attacca con i primi tre, quattro accordi per poi fermarsi e dire “Avete presente quegli incubi in cui sognate di trovarvi a suonare di fronte a decine di migliaia di persone e vi accorgete troppo tardi che la vostra chitarra è scordata? Ecco.” ‘Run’ incornicia l’intera esibizione, un fulcro intorno al quale tutto gira, e che conquista tutti, facilmente. Abbiamo fame e sete, ma c’è un legittimo impedimento che fa passare bisogni altrimenti fondamentali in secondo piano. Col timore di ritrovarci a vedere il concerto dal balcone del vicino, ci avviciniamo di buon’ora allo stage Madrid Te Abraza. Il Jack White solista non mi ha mai preso più di tanto su disco, e né che i White Stripes, a dosi continue, mi siano mai stati così digeribili. Ma stasera qualsiasi agnostico si sarebbe ricreduto. Dieci minuti prima dell’orario fissato, sui maxi schermi compare un mixer, uno studio di registrazione sul quale si muovono le cifre di un conto alla rovescia. Di tanto in tanto, nel video compare il musicista che, qual maestro Canello, bara bassamente cambiando i numeri in sovrimpressione. Allo scoccare dell’ora, un fascio di luce e fumo blu scuri squarcia il buio al centro del palco e la band, senza troppi complimenti, fa il suo ingresso.

Qua davvero c’è poco da scrivere. Vuoi per le non enormi, iniziali aspettative, vuoi per la prova maiuscola, il set di White e compagni meriterebbe delle pagine, un articolo a parte. La prova della band è micidiale, stratosferica: non un cedimento, non un momento interlocutorio, per tutto il tempo. Senza dubbio IL concerto di tutto il festival. Jack White ha totalmente il controllo della situazione, ha il polso di chi è ben cosciente del proprio influsso ma non strafa’, anzi, lo somministra con le giuste dosi. La band è mostruosa, potrebbe andare col pilota automatico, ma lui amministra, lancia sguardi, crea complicità e funge da protagonista e da amalgama allo stesso tempo. È tutto semplicemente perfetto. Si parte con un tuffo nel passato e con ‘Black Math’, poi ‘Over and Over and Over’ e capisci che ‘Boarding House Reach’ è un disco che va ben ascoltato e compreso, ma che comunque la sua dimensione è quella live, dove trionfa, poche storie. Con ‘Corporation’ saltano sul carro Herbie Hancock, Prince, Stevie Wonder, tutti trasfigurati e filtrati attraverso il suono inconfondibile del nostro. Formazione da rhythm ‘n blues, con due tastieristi e sezione ritmica: mix azzeccato di abrasione e groove, con Neal Evans e Quincy McCrary sugli scudi a prendersi la loro giusta dose di gloria. Su ‘Cannon’ è tutto l’hard rock dei Settanta ad essere chiamato in appello, a uso e consumo di Mr. White. ‘Hotel Yorba’ è un gran bel salto indietro nel tempo, un divertissement che non stona insieme ai suoi vicini più rumorosi, ma anzi aggiunge diversità e rimescola il tutto. Nel festino di distorsioni e sincopi, non guasta neanche prendersi il gusto di una pausa, con White che si adagia sulla scenografia per cantilenare ‘We’re Going To Be Friends’. Ma basta poco perché il rumore si impadronisca di nuovo della scena sotto forma del fantasma dei Raconteurs e della loro ‘Steady As She Goes’, dove un elegantissimo Dominic Davis e una Carla Azar mai così in palla macinano ottave. Il sublime si raggiunge sul finale: ‘The Hardest Button To Button’, ‘Ball and Biscuit’, ‘Seven Nation Army’. Carica, beatitudine, spinta, intreccio di soddisfazione e di emozioni difficili a descriversi. Al famigerato inno dei mondiali sparisce qualsiasi associazione: te lo godi, ci balli, ci sudi e basta. ‘Ball and Biscuit’, il blues come suona ora, come ognuno dovrebbe volere che suonasse ora. L’impressione è di aver assistito a qualcosa di grande, di importante. Anche Jack White se ne accorge quando dice “Siete stati grandi, mi avete trasmesso un’energia unica. Lo dico sul serio. Grazie!”. Grazie a te, Jack, altroché. Grazie a te…

E, come karma vuole, per un artista nella gloria ce n’è uno nella polvere. Ma prima che si consumi il dramma, un breve accenno va anche agli Arctic Monkeys e agli Alice In Chains. Breve quanto il tempo che siamo in grado di dedicargli. Il combo di Alex Turner è lontano dall’ingenua irruenza degli esordi e trasmette una sicurezza e un dominio dei mezzi inedito. Li osserviamo un po’ dalla distanza per riprendere il fiato dopo tanta calca: pur senza travolgere, il loro set fila liscio e dritto come si deve. Gli AIC è tutta un’altra storia. A parte il culo di ritrovarsi a suonare sulla Baracca, siamo stati in bilico fino all’ultimo sul vederli o meno. Ma sono là, che fai, non gliela dai una possibilità? Ma sì, e non ce ne pentiamo per niente. Cantrell e gli altri due pards recitano a soggetto e saprebbero rifare quei pezzi anche alla fisarmonica. L’attenzione è tutta rivolta a William DuVall, per ovvie ragioni. Se la cava egregiamente, più che bene. Il giudizio è più che positivo. Canta bene, interpreta bene andrebbe detto, e si cimenta con buoni risultati anche con la chitarra. Andrebbe tutto bene se questi non fossero la band che erano. E se, inevitabilmente, non ti stai confrontando solo con te stesso e solo con la tua band. Ti stai confrontando con un grande assente. La cui scomparsa pesa ancora, tanto, come un macigno. E quindi alla fine non puoi evitare di chiederti “Ma perché?”. Attendo giusto l’esecuzione di ‘Nutshell’, e poi mi dico “Ok, può bastare”.

A questo punto si ripropone l’annoso dilemma su quale band prediligere per il seguito. A contendersi il gagliardetto Massive Attack e Franz Ferdinand. Come nel giorno precedente, benché gli scozzesi non li abbia mai visti dal vivo e vorrebbero dunque la preferenza, dall’anima, dall’amore prorompe come un imperativo il nome dei bristoliani. E così sia. Ci lasciamo quindi avvolgere dall’ala protettrice del Loop, lo stage al chiuso dedicato perlopiù agli show più elettronici e disco, dove ieri si sono esibiti i Justice. E dunque, sono quasi le due meno un quarto, dovremmo esserci ormai. La musica in sottofondo prosegue senza cedimenti anche dopo che sono passati tre, cinque, sette, dieci minuti dall’orario previsto. Più di qualcuno inizia a sbuffare. Finalmente, la musica si ferma, sembra che ci siamo. L’attesa si fa lunga, però: troppo, per anticipare l’ingresso di una band. E infatti, pessimo segnale, riparte la musica di sottofondo. Il pubblico inizia a spazientirsi, i cori di incitamento vanno trasformandosi sempre più in urla di biasimo e di insofferenza. Ecco che la musica, forse intorno alle due e venti, (una buona mezz’ora di spettacolo già andata in fumo), si ferma di nuovo. Ma nessuno ormai ci crede più. E infatti il reggae che accompagna le nostre aspettative deluse riprende, implacabile. Le due e mezza sono l’orario che stabiliamo come limite di garanzia per Del Naja e soci. Speranza vana…

Due giorni dopo compare un annuncio sulla pagina ufficiale del festival. Un comunicato congiunto di band e organizzazione che recita “Il gruppo non ha potuto esibirsi nell’orario previsto a causa dell’interferenza causata dal suono proveniente dai palchi circostanti che, per la natura tecnica del sistema di monitor IEM (In Ear Monitor) del gruppo, impediva la realizzazione stessa del concerto.” Ora, se è vero, come sostengono alcuni, che il suono proveniente dai palchi adiacenti effettivamente disturbasse l’esibizione dei gruppi del Loop (esperienza che non abbiamo potuto fare personalmente giacché l’unica band ascoltata in questo stage erano stati i Justice, che al limite possono essere un problema per gli altri, non viceversa), è pur vero che questa cosa doveva essere chiara ben prima che il problema si verificasse a concerto teoricamente in corso. Inoltre, un tentativo di iniziare il concerto, di provare a testare il suono, di vedere come andava era doveroso farlo, anche per una ragione di buon senso: la band avrebbe così avuto buon gioco a rilevare i limiti dell’organizzazione e a uscire a testa alta dalla questione. A peggiorare le cose, non una persona, che fosse della band o dell’organizzazione, si è mai affacciata sul palco per dare qualche sorta di informazione ai presenti. Nessuno. Questo comunicato fuori tempo massimo suona molto a un reciproco “salviamo capra e cavoli”, a una coalizione tra band e organizzazione per evitare il peggio e spalleggiarsi nella distribuzione delle responsabilità. Non ci sembra sufficiente e rimane una delusione enorme, tanto per il festival quanto, e sicuramente di più, per la band. I Franz Ferdinand cattivi, rei di disturbare col proprio concerto quello degli altri, stanno intanto terminando e facciamo giusto in tempo a gustarci il classico ‘Take Me Out’ e poi ‘This Fire’, che pone fine a un concerto sicuramente divertente. Di sicuro più dell’attesa vana a cui siamo stati costretti altrove… Mentre il compatriota The Bloody Beetroots grida come un Brian Johnson in acido dal palco principale, servendo l’ultima dose giornaliera di bpm e adrenalina, rincasiamo per caricare le batterie, in attesa del gran finale.

Sabato 14

Due giorni sul groppone si fanno sentire. Gli stimoli visivi e sonori delle due giornate precedenti sono ancora in circolo e fanno dormire male, nonostante la stanchezza. Il sabato pomeriggio lo viviamo da zombie, aggrappati alle energie residue per reggere fino al termine di questo tour de force. Non possiamo mollare proprio adesso, non stasera. Ci concediamo una passeggiata defatigante facendo da ciceroni per le strade di Madrid. Defatigante si fa per dire, visto il caldo implacabile. Un abbiocco atroce chiede, oltre al cameriere, il conto in un bar nei pressi della Plaza Mayor. Un espresso doppio nel bar italiano della calle omonima è un puerile tentativo di resistenza al disfacimento, ma funziona. Stavolta però, complice la fatica accumulata e il programma non proprio imperdibile (non me ne vogliano le band delle prime due ore), decidiamo di arrivare più tardi a Feria de Madrid nella speranza di essere belli arzilli per l’entrata in scena dei Queens Of The Stone Age.

Il Mad Cool ha richiamato gente da un po’ tutto il mondo e questa volta Facebook compie una buona funzione sociale per una volta, giacché veniamo a sapere che degli amici di Roma saranno anche loro alla giornata conclusiva del festival. A rendere il tutto più interessante è il fatto che hanno acquistato un ingresso vip. Sì, lo so, chi disprezza compra, voi direte… ma, oltre a poter essere con loro quest’oggi, la novità mi proietta in una dimensione parallela all’interno del festival che mai avrei creduto esistesse. Intanto, l’ingresso vip e stampa è diverso da quello per i comuni mortali (cosa comunque mai stata chiara). Non pensate a poltrone in pelle umana e piante di ficus: cambia solo l’ingresso, tutto qua. In sostanza, non serve a molto, da questo punto di vista. Altrettanto inutile è, per il sottoscritto, l’accredito stampa per accedere a questa struttura enorme disposta sul lato destro dell’area, più o meno di fronte alla ruota panoramica che domina la visuale, che altro non è se non una sorta di privé gigante sul quale si può salire, prendere da mangiare e da bere, e vedere il festival da una prospettiva aerea. Io aspetto fuori, come il cane. Ma la novità invece davvero di rilievo e che segna una svolta è l’area vip vera e propria, quella antistante i palchi, che ci svela, tramite un accorgimento, un espediente neanche tanto spudorato, un’insperata realtà. Ci accodiamo agli amici e, approfittando della calca che si viene a creare anche nella zona vip, pur con una titubanza di mezzo secondo dell’inserviente che controlla i bracciali, accediamo finalmente a questa zona oltre i confini galattici. Fa un po’ tristezza vedere un pezzo di prato semivuoto per i danarosi e tutto il resto strapieno, comunque, ed è una cosa che non può sfuggire al buon Josh Homme.

L’ingresso sul palco è di quelli sobri. Parte il brano portante della colonna sonora di Arancia Meccanica e, accanto al Ginger Elvis, si dispongono la colonna Troy Van Leeuwen, Dean Fertita, Michael Shuman e l’ex Mars Volta Jon Theodore. Si parte quando c’è ancora luce, nelle lunghe giornate dell’estate spagnola, con ‘If I Had a Tail’. Una buona metà dei brani del set, prevedibilmente, vengono dagli ultimi dieci anni di attività della band californiana: non solleticano particolarmente gli appetiti ma, come già visto a Roma, la band dal vivo scalpita, colpisce e non si risparmia. Si accelera con ‘My God Is The Sun’, con la scena che ruota intorno al leader, con la sua aria un po’ strafottente, un po’ padre padrone, sotto il cui volere e aura tutto accade. Anche senza lasciar notare più di tanto la loro presenza, Fertita e Shuman sono degli ottimi strumentisti che aiutano il veliero a solcare la folla con incisività e precisione. Troy Van Leeuwen è sempre una pedina imprescindibile. Meno protagonista rispetto al passato, ma autore di un lavoro enorme sulle retrovie e non solo, che sia sull’elettrica come sulla pedal steel: gli assoli di pancia, di potenza sono di Homme; quelli di fino di Leeuwen. E se c’è qualcuno che dimostra di avere le credenziali per stare alla destra del padre quello è Theodore: motore della formazione, miracolo di equilibrio, potenza e tecnica, a cui è concesso di esibirsi per almeno un paio di minuti in un pregevole assolo nel mezzo di ‘No One Knows’. Il primo sussulto di emozione, però, mi prende quando arriva il momento di ‘You Think I Ain’t Worth a Dollar, but I Feel Like a Millionaire’: sì, che palle ripeterlo, ma il pezzo, privo della voce di Nick Oliveri, è ganzo e cazzuto come sempre, ma è monco. Quella formazione era qualcosa di irripetibile, caso strano proprio quando il leader doveva condividere il trono con altre tre teste niente male.

Come in fisica, la legge anche qui è relativa ed è Homme a definirla quando si avvede della sproporzione di pubblico tra una zona e l’altra del palco. E, indossata la cappa del paladino dei deboli e degli oppressi, intima il personale di sicurezza di lasciar entrare nell’area vip le persone in attesa ai suoi margini. “Se non fai come ti dico te la dovrai vedere con me stanotte!”, minaccia. Di fronte al lungo manico della legge e per evitare conseguenze potenzialmente peggiori, alla fine la security la dà vinta al rosso californiano e consente almeno a una parte del pubblico in attesa di avvicinarsi al palco. Il Robin Hood di Palm Desert. ‘Make It With Chu’ segna uno dei momenti essenziali del concerto, con una versione come sempre cristallina e trascinante. Ed è purtroppo l’ultimo brano che riusciamo ad ascoltare con la dovuta attenzione. Il tempo che intercorre tra la fine del tempo concesso ai QOTSA e l’inizio del concerto successivo è così ridotto che non possiamo fare altro che abbandonare il campo sulle note di ‘Little Sister’ e, sempre più in lontananza, di ‘Go With The Flow’ e ‘A Song For The Dead’, peraltro dedicata ai Nine Inch Nails, in programma di lì a non molto. Ricordiamo bene cosa significasse ascoltare quest’ultimo brano come si deve, spettinati dalle distorsioni, travolti dalla gente in delirio paranoide, nel mezzo della calca. Ed è non senza rimpianto che l’ascoltiamo malinconicamente mentre ci allontaniamo. ‘Long Slow Goodbye’. Ma c’è un’ottima ragione per tutto questo.

Ok, faccio outing. Questa è la mia prima volta con i Depeche Mode. La formazione di Basildon è stato un oggetto ignoto per me per lungo tempo. Rispetto a tanta altra roba che mi è familiare, questo sembra un buco gigantesco. Non che conoscessi niente, ovvio, a meno di non vivere sotto una pietra per anni. Ma, saltati in un dato periodo della vita, è stato come se fossi ormai fuori tempo massimo. Ma c’è sempre una prima volta. Si spiega così la fuga dalla corte di Ginger Elvis. E anche l’assenza giustificata dal palco Baracca, dove alla stessa ora si esibiscono i Black Rebel Motorcycle Club, e la curiosità non è poca (ma visto il palco forse è meglio essersela scampata). Tramite lo stesso “accorgimento” usato coi QOTSA, mi ritrovo a godermeli da una posizione invidiabile. Sulla sinistra si accende il maxischermo, e un caleidoscopio di colori vividi illumina la platea. Da questo momento in poi, una marcia trionfale di brani che sembrano scelti dalle case discografiche per il box regalo del Natale: una sfilza di greatest hits che, in qualche modo, sono un po’ come un manuale “Depeche Mode for dummies”, ideale per un neofita. Si comincia in realtà con la recente ‘Going Backwards’, ma poi si continua con ‘It’s No Good’, ‘A Pain That I’m Used To’, fino a risalire nel tempo fino a ‘Everything Counts’. Martin Gore si prende i suoi minuti di gloria con ‘Somebody’, giusto per far tirare il fiato a Dave, ma anche in tutti gli altri frangenti è dietro a tutta la macchina, la olia, la fa girare e detta i tempi degli ingranaggi, mentre Gahan si consegna, si concede ai favori dei fan, e ammalia. Non un minuto di pausa, per il frontman: tra i pochi ancora oggi a entrare nell’immaginario di ognuno come la rockstar votata all’eccesso e alla perdizione. Al di là del cliché, c’è più di qualcosa di vero in tutto questo, e già averlo qui davanti ancora oggi sa un po’ di miracolo. Lo spettacolo che monta su è sfrontato e divertente: lancia baci, si mette in posa, armeggia con l’asta (del microfono), si atteggia, lascia poco all’immaginazione. E si diverte: la cosa più bella è vedere sul suo volto disegnarsi un sorriso. Questo è il suo mondo, la sua casa: questo è ciò che ancora ama fare veramente, e si vede. Ed è anche da qui che si è costruito mattone su mattone il mito DM: da questo mix senza pari di suoni oscuri, presenza medianica, palpitazioni, mito, atmosfere e chorus irresistibili. Una scrittura ispirata come poche, soprattutto nei primi dieci, quindici anni, come dimostrano ‘Stripped’, ‘Personal Jesus’ e ‘Never Let Me Down Again’, finale già scritto di un concerto da manuale (come tutti gli altri, mi dicono dalla regia fan di vecchia data e di grande esperienza). A contribuire al successo oggi e da parecchi anni a questa parte ormai anche i musicisti in tour Peter Gordeno, tastierista e polistrumentista, ben inserito anche esteticamente nel combo (e con una somiglianza a volte notevole con Marlon Brando) e Christian Eigner, batteria e cuore pulsante della macchina. E il buon Andy Fletcher, presentato per ultimo da Gahan, che sembra a volte lì solo per far partire il loop e sul cui effettivo apporto alla band nutrono dubbi anche i fan più assidui, scherzando ma non troppo. E in fondo anche lui, con questo suo dubbio ruolo, concorre a scrivere un mito ormai infrangibile. Le encore regalano prevedibili, ma sempre graditissime, emozioni con ‘Walking In My Shoes, ‘Enjoy The Silence’ e (questa un po’ meno attesa, a dire il vero) ‘Just Can’t Get Enough’, passato ancestrale ancora scanzonato e spensierato per la band. La festa ora è davvero finita.

Ma ne inizia subito un’altra, ancora più scura. Tetra. L’allegria del brano di chiusura nel palco principale si stempera nella nube di fumo finto che aleggia intorno allo stage principale. Ancor prima di accendere le macchine, si nota un deciso cambio d’atmosfera. L’entusiasmo e l’ansia di vedere una band attesa da sempre, che si mescola con la voglia-timore di rimanerne travolti. Ed è quello che accade, un attimo dopo che Trent Reznor e compagni raggiungono il palco in un silenzio irreale. Pochi secondi e c’è un abisso tra il prima e il dopo: l’escursione di decibel è impressionante. ‘Somewhat Damaged’ esplode senza neanche i primi accordi in acustico per prepararsi; così, sfrontata, diretta. Ed è subito chiaro che non sarà un concerto come gli altri. La cassa è violentissima, una palla demolitrice che squarcia il torace in due a ogni colpo. E i bpm sono tanti, fitti. L’abrasiva ‘The Day The World Went Away’ non lascia un centimetro cubo di aria libera, con Reznor e Robin Finck in sincrono a costruire una cattedrale di dolore. Subito dopo va anche meglio/peggio: un’inattesa ‘Wish’, addirittura dall’EP ‘Broken’, manda a farsi fottere qualsiasi remora e freno, e via tutti nel mosh pit. Devastante. Dopo anni di carriera e qualcuno di più sulle spalle, la band è molto più composta e in ordine, ma di tutto questo non ha evidentemente risentito il live, anzi. Un cameraman si muove rapido tra un musicista e l’altro: scarta, dribbla e sguscia, regalandoci una prospettiva inedita e frenetica di ciò che accade sul palco, ben più cinetica di quanto la band realmente sia. Bella idea.

I Nine Inch Nails più maturi e scafati vengon fuori nella successiva ‘Less Than’, dove si apprezza quanto Reznor e Atticus Ross abbiano lavorato per aggiungere suggestione e novità al mix. Ross ormai una sorta di alter ego di Reznor stesso, quello più posato, concentratissimo sulla sua workstation. Bando subito alle elucubrazioni con ‘March Of The Pigs’, un autotreno dritto contro un muro che sancisce la fine della tregua, senza tanti preliminari. A dare quel valore aggiunto e, in fondo in fondo, quel tocco di sentimentalismo che i NIN hanno sempre tenuto ben nascosto ci pensa ‘Piggy’, ballata beffarda e lasciva, ma non tanto quanto quella ancor più celebre che arriva di lì a poco. ‘Closer’ lascia poco all’immaginazione ma è una delle trovate più suadenti che mai abbiano attraversato la testa di Reznor: arcigna e invereconda. La band non lascia respiro, ogni brano segue l’altro senza soluzione di continuità. L’eccezione è per una doverosa causa: “This is from one of our heroes: David Bowie”. Ed ecco che ‘I’m Afraid of Americans’ striscia e conquista inesorabile: un omaggio strasentito da Reznor, lo si percepisce bene fin da qui, e la versione è, inutile dirlo, perfetta. Un’esibizione allucinante e bellissima, da principio a fine, con una menzione particolare per quello che è il brano che non può che concludere lo show. Nessuna encore, nessun bisogno di spezzare l’incanto, di interrompere la funzione; in una versione più inquietante, sinistra, e forse per questo ancora più straziante, ‘Hurt’ scioglie tutta la tensione in un pianto liberatorio, inevitabile e stupendo, che esorcizza tutta l’energia selvaggia rilasciata fino ad allora e lascia il campo solo a un drone straniante, che assorbe quanto possa essere ancora sfuggito da quel buco nero di palco. Semplicemente impressionanti, totali.

Potrebbe benissimo bastare così. Ma un pezzo di storia, musicale e cinematografica, degli anni ’90 sta per passare da quelle parti a chiudere in bellezza la nottata. Ne facciamo esperienza seduti su un prato, al riparo da interferenze, ma con le orecchie e il cuore sempre ben ricettivi. Gli Underworld sono una band dallo strano destino. Praticamente tutti (me compreso) li conosciamo per un pezzo in particolare, che ha avuto la fortuna della vita di essere selezionato da Danny Boyle per uno dei film seminali, segnanti di quella decade. Peccato perché Karl Hyde e Rick Smith hanno realizzato molte altre cose interessanti che, tuttavia, non hanno avuto neanche un decimo del successo di quel brano che tutti aspettiamo. E il duo è ancora vivo e vegeto, e fresco di una collaborazione con il sempiterno Iggy Pop che si preannuncia eccitante. E sì, quel brano infine arriva, a marcare la fine non solo del concerto degli Underworld ma di tutto il Mad Cool, in una coincidenza significativa e mitica. Un altro pezzo di cuore si stacca, mentre ‘Born Slippy’ detona e accarezza, e Hyde si sbraccia e perde il controllo come fosse un giovincello. Niente di molto attuale, ma che ci frega, è tutto bellissimo.

Nella giornata del venerdì, per 10 euro abbiamo acquistato la prenotazione per un ingresso al festival dell’anno seguente. Certo, mentre ci avviamo stremati verso casa, in uno scenario post-apocalittico dove centinaia di persone cercano di capire come tornare a casa, i taxi ritardano e strombazzano, gli autobus paradossalmente vuoti e il nulla di un’area industriale intorno, sembra quasi che l’anno prossimo non possa mai esistere, non debba arrivare. Ma poi qualcosa ci dice che, in un modo o nell’altro, se l’occasione vale ci penseranno alcuni ricordi stupendi di questa edizione a farci tornare sui nostri passi. Quegli stessi ricordi che, l’indomani, sotto il sole del pomeriggio ci portano a cercare ‘Born Slippy’ di nuovo sul cellulare e a riascoltarla tutta, in un cerchio che non si è mai chiuso. Fine.

Eugenio Zazzara

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