M¥SS KETA @ Monk [Roma, 30/Aprile/2019]

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Tutto ciò che sappiamo di Myss Keta lo ha detto lei ed è inventato di sana pianta. Dice di avere una splendida voce da sussurro venendo dal doppiaggio di film porno, di essere stata amante di Gianni Agnelli e musa di Salvador Dalì. Sotto la sua frangetta indossa sempre una maschera, non solo per mantenere l’anonimato, ma anche perchè come nel teatro greco in questo modo ha la possibilità di parlare di qualunque cosa. Nulla è casuale nel personaggio, in quanto si tratta del frutto del lavoro del collettivo artistico milanese Motel Forlanini, composto da una decina di ragazzi, tutti creativi a vari livelli. Ne fa parte Keta, insieme a illustratori, videomaker, grafici, fotografi, registi e musicisti, in sintesi tutto ciò che serve per lanciare l’immagine di un’artista che non a caso ha fatto molto parlare di sé, tanto che dopo l’esplosivo debutto su YouTube, avvenuto nel 2013 con ‘Milano Sushi e Coca’, manifesto programmatico, sono arrivati due album, ‘Una vita in Caps Lock’ pubblicato nel 2018 con La Tempesta Dischi, il secondo, ‘Paprika’, a marzo di quest’anno con Universal/Island Records, e un libro, ‘Una Donna che Conta’, pubblicato da pochi mesi per Rizzoli, casa editrice ormai dedita più a progetti di questo genere che alla letteratura tout court, dove racconta la storia di quella che sembra più un personaggio dei fumetti che una cantante. Il tour del quale fa parte il live odierno presenta il recente ‘Paprika’, sophomore che prende tutti i riferimenti dall’iconografia scelta dalla Myss: la cover è un omaggio alla pellicola erotica “Bambola” di Bigas Luna, il titolo ripreso da un film di Tinto Brass. I vari featuring presenti nel disco sono à la page, come quello col vincitore di Sanremo Mahmood e gli altri con artisti romani sugli scudi negli ultimi tempi come Gemitaiz, Quentin40 e Wayne della Dark Polo Gang. Forse anche per questo il live al Monk va sold out quasi un mese prima rispetto alla data, nonostante cada in uno di quei giorni del lungo ponte che i romani hanno fatto, le strade vuote e i parcheggi liberi ne sono state la prova, dal 20 aprile, vigilia di Pasqua, al Primo maggio, festa dei lavoratori.

Nonostante le premesse, al nostro arrivo in Via Giuseppe Mirri, poco prima dell’inizio del live intorno alle 23, la sala è piena solo per metà. È vero, il 95% dei presenti non sono soltanto fan, ma super fan e quindi tendono a stare tutti accatastati sotto al palco. È vero, le nuove stringenti regole di ordine pubblico hanno ridotto più del necessario la capienza delle sale concerti, ma gli ampi spazi vuoti non possono essere giustificati soltanto dagli assunti di cui sopra. Quale che sia la ragione, potremo solo immaginarla. Quando Keta sale sul palco, abito bianco e iconica accoppiata occhiali da sole e mascherina sulla bocca a celarne l’identità, il frastuono che sentiamo nella sala è il più alto a livello di decibel mai sentito al Monk. Centinaia di smartphone vengono sollevati dagli spettatori e con loro anche una (finta) pistola, puntata al cielo con fare coreografico per buona parte del set. Negli ultimi tempi eravamo soliti inviare qualche foto a corredo del report, stavolta non ci sarà possibile in quanto l’enorme quantità di cellulari alzati dinanzi a noi vanificheranno anche il più semplice scatto. Sul palco oltre alla donna che conta ci saranno due addetti alle basi, dire tastieristi sarebbe improprio, e le due ballerine che non sono semplici danzatrici, ma qualificate menti del Motel Forlanini. L’apertura del live è con brani del disco uscito esattamente un mese fa, ma sono già stati assimilati molto bene, visto che tutti, eccetto noi e pochi altri osservatori esterni, cantano a squarciagola, coprendo in alcuni casi il parlato della cantante che è molto brava a coinvolgere un pubblico a dire il vero già conquistato prima del suo arrivo, con molti cori a chiamarla in scena prima che si presentasse. La scaletta si apre con ‘Battere il ferro finché è caldo’, seguita da ‘Burqa di Gucci’, uno dei suoi maggiori successi. Le menzioni dei brand sono così frequenti che sembra di farsi un giro nelle vie del Tridente del centro storico romano, o in Via Montenapoleone, per tornare alle zone di origine dell’artista. In altri casi la passeggiata sembra di farcela in uno dei peggiori studi Mediaset, col bombardamento di nomi di personaggi TV, i riferimenti al gossip, le soubrette, gli scandali. Nei testi spiccano riusciti giochi di parole, un mix di autoironia e mitomania e un’irriverenza ai limiti della volgarità, ed è nell’utilizzo delle parole che c’è il meglio della serata, per quanto ci riguarda. I temi ricorrenti sono amori fugaci, inseguimenti lisergici, una vita vissuta come in un luna park dove le sostanze e la voglia di far serata non finiscono mai. Il ritmo è serrato e sembra sia passato un attimo quando ci troviamo al decimo pezzo di serata, ‘Xananas’, con le basi del producer Andrea Mangia, nome d’arte Populous, chiamato sul palco per questo brano e che si occuperà anche dell’aftershow. Il brano è quello che si avvicina di più ai nostri gusti, tra quelli ascoltati in questa serata. Avevamo scoperto la cantante lombarda allo scorso Spring Attitude e il suo live da festival ci aveva entusiasmato e colpito, stavolta invece ci rendiamo conto che anche se tutt’intorno c’è un grandissimo fermento, questo tipo di approccio musicale ci annoia abbastanza presto. Verremo risollevati soltanto da ‘La Casa degli Specchi’ con visual e atmosfera da film horror (prodotto dal redivivo, assente, Gabry Ponte) e ‘Le Ragazze di Porta Venezia’, altro pezzo che dovete ascoltare se volete farvi un’idea del progetto. Verranno eseguiti quasi tutti i brani presenti nei due dischi e qualche singolo, l’entusiasmo intorno a noi non calerà, mentre noi ci spegneremo pian piano. È bene guardarsi intorno ogni tanto, mettere il naso fuori dai soliti affari, ma svanita la curiosità non è scoccata la passione, quindi dopo questa gita a Porta Venezia torneremo ai nostri lidi e a ciò che ci appassiona veramente.

Andrea Lucarini