Lydia Lunch @ Spazio 211 [Torino, 19/Settembre/2008]

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Non è dato sapere che tipo di reazione ci si attenda dallo spettatore-modello ad un concerto di Lydia Lunch: se l’atteggiamento compassato di chi accavalla le gambe sui divanetti e si gratta il mento, quasi assistesse ad un reading di poesia beat nella S. Francisco degli allucinati anni ’60, oppure le epilessie degli invasati che dalle sue parole e dai suoi ritmi si fanno letteralmente possedere. Se è preferibile farsi rapire lo sguardo dalle immagini inquietanti che scorrono nello sfondo nel tentativo di trovarci una qualche chiave di lettura per l’evento tutto, o piuttosto il concentrarsi sulla parte squisitamente musicale e drizzare le antenne per constatare che sì, James Johnston e soprattutto Jim Sclavonous sono due strumentisti di spessore, persino quando soffrono la mancanza non tanto della forma-canzone in sè, ma di un qualsiasi straccio di forma che li possa guidare. Au contraire, la signorina Lunch ha l’aria di chi sa esattamente come muoversi: a conti fatti sono trent’anni trenta, dai Teenage Jesus And The Jerks in poi, che Comizi d’Amore & Sangue come questo e gestualità da battona modì le fanno da pane quotidiano. Ormai è tanto navigata che, tra una storia di sporco sesso e una libera citazione da ‘Riders On The Storms’, trova pure il posto per un pistolotto sugli orfanelli e i guerrieri della libertà (‘Ghosts’), retorica come neanche il Bob Geldof dei tempi migliori. Si potrebbe dire di più, ma a parlar male di questi eventi dalle ambizioni avanguardistiche si rischia di passare per il temuto medio(cre)consumatore, per il nazionalpopulista che “non ci arriva” o – Dio ci scampi – per il Bondiano di turno. Ci si limita a constatare allora che, esclusi i fanatici delle prime file, il disorientamento è un sentir comune che unisce avventori casuali attratti solo dall’aggratis a chi magari sperava di fare in tempo a respirare ancora un po’ di no wave.

Simone Dotto

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