Lydia Lunch @ Init [Roma, 19/Maggio/2009]

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“Per decidere se una cosa sia bella o no, noi non poniamo, mediante l’intelletto, la rappresentazione in rapporto con l’oggetto, in vista della conoscenza; la rapportiamo invece, tramite l’immaginazione (forse connessa con l’intelletto), al soggetto e al suo sentimento di piacere e di dispiacere. Il giudizio di gusto non è pertanto un giudizio di conoscenza; non è quindi logico, ma estetico: intendendo con questo termine ciò il cui principio di determinazione non può essere che soggettivo.” Tutti abbiamo odiato Kant. Tutti abbiamo pensato avesse fatto (almeno in questo caso) la scoperta dell’acqua calda. E (quasi) tutti, puntualmente, scordiamo – sul più bello – le sue perle di saggezza sul giudizio estetico. Fare un rapido giro di commenti post concerto tra amici presenti e web, è stato come avere la prova empirica della soggettività del gusto descritta dal filosofo di cui sopra.

Qualcuno ha riconosciuto in Lydia la (solita?) caricatura di sé stessa, così ruffiana da giocare “sporco” con dei Gallon Drunk travestiti da Teenage Jesus and the Jerks e con un mini set no wave ormai poco estremo per le nostre orecchie avvezze ai suoi (ben peggiori) figli rumorosi. E, ancora peggio, così sfacciata da presentare un album assolutamente banale e lydiocentrico, tra bluesy-rap d’annata ed ostentazione di una personalità (dannata) pressocchè immutata nel tempo. C’è chi, invece, ha ritrovato una Lydia in perfetto equilibrio tra free form come attitudine innata ed ironia come filtro comunicativo; una “Godmother of noise” (come lei stessa si definisce) da cui non ci si aspetta, oggi, nulla di nuovo, ma la capacità di tenere ancora il pubblico in pugno, di dare unicità alla performance attraverso un carisma ed un’irriverenza terribilmente naturali. Il pensiero va ai – più o meno recenti – concerti di Psychic Tv e Martin Rev: personaggi che, come la Lunch, hanno gettato semi importanti, hanno fatto di tutto (e non solo in musica) negli ultimi 30 anni, ad oggi, over 50 provocatori per definizione e meno ispirati per inevitabili meccanismi fisiologici. Artisti che per alcuni non hanno più senso su un palco (eppure non resistono alla tentazione di venirli e sentire..) e che invece, per altri, hanno un significato proprio per quel modo personalissimo di starci sopra.

Terry Edwards al sax contralto, Ian White con rullante e crash, the godmother alla chitarra e James Johnston al basso: la formazione ‘Big Sexy Noise’ si schiera in fila sul palco, praticamente a ridosso del pubblico, per venti minuti di no wave. Brevissimi pezzi strumentali al fulmicotone, qualche pezzo cult (‘Burning Rubber’, ‘Baby Doll’, ‘Orphans’) qualche errore e qualche buona la seconda, smorfie, battute, intrecci di sax delirante, abusi di corde (una salta anche) e percussioni guerresche uniti nell’obbiettivo comune di disturbare, ma ormai per gioco, entrando e uscendo dalla parte dei cattivi della storia del rock. Dalla prima fila vediamo il suo polpaccione tatuato che finisce in un decolté dal tacco finissimo, vediamo le sue linguacce, le sue occhiate.

Lydia Koch è nata a Rochester, la città della Kodak, della Xerox e di Kim Gordon. È una che ha ucciso i suoi idoli, una che crede che se la no wave avesse avuto davvero una minima influenza, oggi la musica sarebbe più dissidente, psicotica e personale. È una che ha collaborato con Birthday Party, Einsturzende Neubauten, Marc Almond, Thurston Moore (…) ed ha tirato su ed annientato almeno cinque gruppi (Teenage Jesus and the Jerks, Beirut Slump, Eight Eyed Spy, Harry Crews più le sua produzione da solista e/o con membri di altri gruppi). Una che alle spalle ha così tante storie di trasgressione, letteratura e relazioni pericolose da farci un libro. Instaura un rapporto col pubblico, diverte, ammicca, travolge. Poi avvisa che sta per iniziare la seconda parte: come se si ricomponessero, se tornassero in qualche modo seri (dietro una batteria vera, suonando davvero il sax e con un chitarrista semiserio), Lydia e i Teenage Jesus cominciano con i pezzi di ‘Big Sexy Noise’. Rock blues che s’impasta con rap old school cantilenante, l’andamento si fa massiccio, un sentimento quasi southern si sostituisce alla negazione del sentimento della versione precedente. A spiccare è probabilmente la canzone che annuncia come quella che avrebbe sempre voluto suonare, il tributo a Lou Reed versione hip-hop-bluesy, con ‘Kill Your Sons’. Ruvida, schietta e impolitica, dopo poco più di un’ora Lydia annuncia che il live è finito e di non sperare che rientrino. È interessante notare come alcuni personaggi – “vecchi” in particolare – possano stimolare così fortemente la soggettività del gusto (ovvero stare sul cazzo o regalare un concerto memorabile, ma difficilmente lasciare indifferenti). È anche innegabile che, aldilà della qualità di un album nuovo o di un repertorio di culto riproposto, ci sono personalità che affascinano per come sanno trascinare, dentro una qualsiasi performance, la propria storia, il proprio carisma e la propria, peculiare, comunicatività. L’importante è non essere mai certi, al cento per cento, che il proprio giudizio corrisponda ad un’assoluta verità.

Chiara Colli

2 COMMENTS

  1. Bella recensione Chiara…. Mi ricorda molto Lydia. E’ sempre uguale a se stessa. E te me lo confermi.

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