Lydia Lunch + Cypress Grove @ Airport One [Roma, 3/Agosto/2014]

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Ovvero, fenomenologia di un disastro. Difficile trovare altre parole. Si fa prima a elencare quello che non è andato bene in questa serata, piuttosto che il resto. Impossibile salvarla nel corner dell’improvvisazione, del cazzeggio programmato, perché c’era poco o niente di programmato, purtroppo. Quei volti tesi, quelle espressioni contratte hanno parlato più di mille note e parole. Lei la conosciamo piuttosto bene. Lydia Lunch, alfa e omega della no wave, scheggia impazzita finita in maniera un po’ miracolosa in quella compilation che fece conoscere questo sottogenere ai pochi che ebbero la pazienza e la voglia di prestarvi ascolto. E quindi prima i Teenage Jesus & The Jerks, poi i Retrovirus, progetti spoken word, apparizioni cinematografiche e tanto altro. Mai doma, la Lunch, che quest’anno è tornata agli onori della cronaca con un progetto diviso a metà con il chitarrista Cypress Grove, già con Jeffrey Lee Pierce e poi con Mark Lanegan, Thurston Moore, Iggy Pop, David Eugene Edwards e Warren Ellis, tra gli altri. E infatti ‘A Fistful of Desert Blues’ è un bel dischetto: pesca a piene mani da certo blues desertico – guarda un po’ – , richiama un certo cantautorato ombroso à la Mark Lanegan, con quell’elemento di lascivia e depravazione trasmesso dalla voce della Lunch, una Galas depressa. Ebbene, scordatevi tutto questo. Stasera, ad accompagnare i due artisti ci sono due pezzi dei Gallon Drunk: James Johnston alla chitarra e Ian White alla batteria. Lì per lì la serata inizia anche in modo piacevole. Certo, i pezzi subiscono, com’è forse naturale, una trasformazione: rispetto al disco, la componente elettrica e distorta qui si fa più prepotente e, da malinconiche litanie blues lisergiche, le canzoni assumono un tono più scandito e marziale, con un’ossessività che a tratti ricorda i Jon Spencer Blues Explosion. Lydia Lunch si presenta in vestito nero d’ordinanza, con décolleté vertiginoso e frangetta a coprirle la fronte. È ovviamente lei a tenere il palco, con un certo qual magnetismo e movenze rapide e nervose. Tutto nella norma finché, al principio del secondo o terzo pezzo, le cose iniziano ad andare a ramengo. Johnston si dimentica della scaletta e attacca col pezzo sbagliato. Ok, fermiamoci, tutto da rifare. Tranquilli, non è successo niente, può capitare. Potrebbe rimanere un simpatico incidente di percorso, un modo per rompere ancor di più il ghiaccio col poco pubblico. Sennonché segna, invece, l’inizio della fine. Johnston di drunk non ha solo una band: sembra proprio ubriaco fradicio. Le false partenze si moltiplicano, e il tutto potrebbe anche essere archiviato come facente parte dell’esibizione stessa, una maniera discutibile di far passare una proposta per così dire “anarchica”. Ma i nostri non hanno la capacità di fingere tra le frecce al loro arco. Il volto irrigidito di Grove vale più di mille parole; e la Lunch sembra di tanto di tanto schernire esplicitamente Johnston. A un certo momento, questi si avvicinerà caracollante a Grove nel tentativo di capire che accordi stesse suonando (!). Inutili risultano, a mio avviso, i tentativi di riscuotere il favore del pubblico, con schitarrate boriose proprio a ridosso del palco, a pochi centimetri dalla prima fila: riesce a far suonare male anche un accordo iperdistorto. Ciliegina sulla torta: Cypress Grove, alla chitarra acustica, non si sentiva. Cioè, gli oneri “melodici” di tutta l’esibizione sono rimasti sempre a carico della persona meno affidabile sul palco in quel momento. L’impressione è che fosse un gruppo formatosi pochi minuti prima di salire sul palco, tanta era la manifesta disorganizzazione che imperversava. Riesco anche a immortalare un piccolo time-out della band, che si rifugia dietro uno degli amplificatori di chitarra, probabilmente per decidere il modo con cui salvare capra e cavoli. Il volto di Johnston, che guarda con sconcerto la Lunch, è emblematico. Avremo tempo di ascoltare anche un bis, uno solo, subito dopo la finta uscita dal palco della band. Momenti più riusciti non sono mancati durante il live, ma purtroppo sono da cercare con il lumicino in un oceano di intoppi, brutture e figure barbine. Dispiace per la Lunch e per Grove, che in fondo sono stati quasi parte lesa, stasera. Il disco, sebbene a tratti noioso, non è male, e avrebbe meritato una resa live migliore. Semplicemente, stasera non abbiamo ascoltato l’esecuzione dal vivo di ‘A Fistful of Desert Blues’. Abbiamo ascoltato qualcosa di diverso, qualcosa che non giustifica i 15 euro di ingresso. Poco più di un’ora di concerto a larghissimi tratti da buttare, da dimenticare. Imbarazzanti.

Eugenio Zazzara

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2 COMMENTS

  1. Io avrei tanto voluto esserci, se non altro per incontrare di persona Cypress Groove (con cui, da bravo fan dei Gun Club, mi capitò uno scambio epistolare su Myspace una decina d’anni fa) e complimentarmi per il suo bel progetto tributo a JLP (nonchè per il disco con la Lunch, non trascendentale ma buono), poi la stanchezza e la sveglia la mattina dopo – a proposito, a che ora è iniziato? 23,30? 24? oltre? – mi hanno scoraggiato: a quanto pare non mi sono perso granchè (a me piacciono i concerti ‘scaciati’, ma mi pare di capire che si è andato un po’ oltre). Pur trattandosi sicuramente di una band accroccata, spero si sia trattato di un caso isolato dovuto al Gallon Drunk (nomen omen), perchè il povero Cypress qualche piccola soddisfazione la meriterebbe e pure Lydia, che non sta mai ferma un attimo, non merita ‘ste figuracce. Solidarietà a loro, e ovviamente a chi ha pagato il biglietto.

  2. Assolutamente d’accordo. Proprio per questo ho indicato Grove e la Lunch come parte lesa della serata. Personalmente, non mi sarebbe dispiaciuto un set acustico solo con loro due: sarebbe stato più fedele alle intenzioni del disco e il risultato sarebbe stato più dignitoso. Il concerto non è iniziato tardissimo, tra le 23 e le 23:15, mi sembra. Anch’io ho assistito a concerti “scaciati”, e quindi a maggior ragione dico che qui si è tirata troppo la corda. Spero che il resto del tour sia stato su livelli più elevati.

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