Lucinda Williams @ Villa Ada [Roma, 18/Luglio/2016]

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La memoria di un appassionato di musica si affida spesso, quasi sempre, al ricordo delle copertine dei dischi. Non fa eccezione il personale caso aperto nei confronti di Lucinda Williams. Non una discografia complessa, partita nel 1979 con un album di cover, che consta di dodici album tutti (più o meno) di un livello artisticamente altissimo. Questo per dire che la Lucinda fotografata sul “debutto” vero e proprio, lo splendido ‘Happy Woman Blues’ del 1980, è impossibile da dimenticare. Appoggiata sull’uscio di casa, leggermente stretta nelle spalle, con un sorriso meraviglioso. 36 anni dopo la cantautrice americana è ancora qui. Forte di un ultimo lavoro (l’acclamato ‘The Ghosts of Highway 20’) che ha risvegliato interesse e amore nei confronti di questa signora 63enne, assoluta perfezionista, mai protagonista di grandi numeri da classifica, ma rispettata da un ambiente che abbraccia la tradizione del country, del blues, del rock e ovviamente del folk. Dunque tanta curiosità con la speranza di rivivere sotto la luna di Roma le sensazioni forti trasmesse dal già citato doppio album pubblicato a inizio anno. Incredibile poi come in questi giorni l’ombra di Bruce Springsteen si sia manifestata così lunga. Dai concerti italiani alla morte di Alan Vega (tributato dallo stesso artista con righe ufficiali toccanti e omaggiato all’epoca dentro ‘Nebraska) fino alla Williams che nelle quattordici tracce di ‘The Ghosts of Highway 20’ piazza nella seconda parte proprio la springstiniana ‘Factory’. Ma Lucinda è indelebilmente donna del Sud. Te ne accorgi quando sale sul palco con la sua band, in un attimo sembra infatti di essere stati catapultati in qualche bar di provincia puzzolente e ricolmo di birra e grasso addominale. Cappelli western-style, gilet, pantaloni attillati, quelle chitarre, quel batterista, tutto molto pittoresco e sinceramente anche leggermente fuori dal tempo. L’inizio non è affatto buono e solo quando rimane sola (e poi accompagnata dal perfetto gusto del chitarrista) Lucinda dà il meglio della sua anima. Tralasciando generi e (sotto)etichette, paradossalmente i brani da circolettare di rosso sono quelli che vengono lasciati liberi, tosti a trainare finali bluesy da applausi. Per questo è la parte centrale che amo ricordare con più trasporto mentre prima e dopo c’è una cantautrice un po’ svagata e giù di tono, che legge tutti i testi, che non affascina e non crea quel mood collettivo che forse in tanti si aspettavano. Non so se la parola giusta è noia, ma sicuramente qualcosa che somiglia molto alla mezza delusione.

Emanuele Tamagnini

Foto dell’autore

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