Low + The Secret Society @ Sala Galileo [Madrid, 4/Dicembre/2008]

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Silenzio. Quello di un gruppo di fedeli riuniti sotto un palco. Quello scuro e sordo tra un colpo di tamburo e l’altro. Quello vibrante e tellurico tra i vagiti del basso. Quello pungente e magnetico tra le corde della chitarra. Quando la sottrazione è un valore aggiunto e la cifra stilistica di una carriera. Ogni suono ha il suo peso specifico, ogni nota il suo posto riservato, inintercambiabile con un altro: ogni elemento occupa lo spazio che deve. Everything in its right place. Ecco perché hanno un’intensità e un carisma unici. Ecco perché la loro musica, per quanto semplice possa sembrare, è impossibile da riprodurre. Ecco perché i Low sono i Low.

Entro nella bella e accogliente sala Galileo giusto in tempo per evitare una fastidiosa pioggerellina inglese. Nell’attesa, spulcio tra i vinili, CD e magliette d’ordinanza in vendita. Ho poi la fortuna di trovare un succoso posto in prima fila, godendo della prospettiva migliore per questo concerto. L’apertura è piacevole e inattesa. Loro si chiamano The Secret Society, duo di ragazzi spagnoli, giovanissimi. Uno, occhialuto, in piedi, alla chitarra e alla voce. L’altro, seduto, alle altre chitarre (hawaiana, banjo), effetti e distorsioni. Prevedibile il riferimento ai vari Damien Rice, il Sufjan Stevens più acustico e tradizionale, qualcosa dei Three Fish. Alcune canzoni, però, sono degne di nota e i ragazzi si fanno piacere o, quantomeno, ben volere. La loro mezz’ora d’esibizione li salva dall’effetto monotonia; tuttavia, riescono a lasciare una traccia e, come riconoscono a un certo punto, non è da tutti aprire per i Low. Complimenti e in bocca al lupo.

Alla chetichella, quasi senza farsi notare, alle 23.30 circa i tre di Duluth salgono sul palco per sistemare la strumentazione. Fanno tutto loro. Non hanno tecnici di palco. Una lezione d’umiltà. Sembrano quasi schermirsi quando l’accendersi delle luci fa partire gli applausi. La coppia Sparhawk-Parker ai due lati e lo statuario Steve Garrington al centro. Poca strumentazione, quella che basta, bottiglie – rigorosamente d’acqua – per terra e il piglio attento e concentrato della band bastano a creare l’atmosfera giusta e dare inizio al rito. Mancherebbero solo le candele. Il trio propone in primo luogo brani dall’ultimo ‘Drums And Guns’, ma non mancano nostalgici ritorni al passato. Alan Sparhawk dimostra come si possa suonare la chitarra quasi senza toccarla: pochi effetti, ancora meno note e il risultato è superbo. Ascoltare la sublime ‘Shame’ – note echeggianti che si contano sulle dita di una mano – per credere. È la voce del leader, poi, a conferire una varietà incredibile all’insieme: ora rauca e lugubre, ora pulita e potente, ora in falsetto: un ventaglio inesauribile di risorse. Un esempio per tutti, l’inquietante ‘Santa’s Coming Over’. Il bassista aggiunge il corpo e la necessaria profondità, disimpegnandosi anche in brevi compiti solistici. Suo l’unico errore della serata – purtroppo evidentissimo in un concerto come questo -, ma che non inficia certo la sua prestazione. Mimi Parker, dall’aria a volte assorta e distratta, detta come un pendolo il tempo e, soprattutto, armonizza il canto del marito in maniera impeccabile. Di fatto, i momenti migliori sono quelli in cui le voci dei due s’intrecciano e disegnano affreschi nell’aria. I bis mi regalano gradite sorprese. Sparhawk s’azzarda a dire “Any requests?” ed è la torre di Babele. Io non intervengo, ma si vede che devo aver pensato rumorosamente, perché i tre esaudiscono parte dei miei desideri. ‘Sunflower’ e ‘Dinosaur Act’ più un terzo brano dal titolo che ignoro fanno calare il sipario su questa serata magnifica.

Per dare un’idea del clima, basti pensare che anche il solo tintinnare dei bicchieri rompeva in qualche modo l’incanto. Poetici. Originali nella tradizione. Mi hanno lasciato una bellissima sensazione. E con una voglia enorme di rivederli.

Eugenio Zazzara

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