Low @ Teatro Antoniano [Bologna, 20/Ottobre/2015]

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Forse è un caso ma il primo freddo arriva proprio a ridosso della data dei Low band autunnale per eccellenza che grazie alle straordinarie trame malinconiche e minimaliste è ormai una vera istituzione del genere. Pur non avendo ascoltato e digerito per bene il nuovo ‘Ones and Sixes’ non posso perdermi l’appuntamento con i ragazzi del Minnesota al teatro dello Zecchino d’Oro. L’ultima volta che avevo visto Alan Sparhawk era alla testa del progetto parallelo Retribution Gospel Choir mentre squassava tutto il possibile sul palco dell’Auditorium romano in apertura ai Wilco e, curiosamente, questo è il secondo concerto che mi capita di vedere spaparanzato su delle belle poltroncine da teatro con protagonista sempre il prode Alan. Arrivo in timing perfetto mentre la band attacca il primo pezzo quando la sala è quasi completamente piena. I Low suonano in un silenzio tombale, non fiata nessuno durante l’esecuzione se non alla fine di ogni brano, quasi nessuno scatta foto anche se i salmoni che registrano video ci sono sempre, razza dura da estirpare purtroppo. Per mia fortuna la scaletta è incentrata quasi esclusivamente sui pezzi nuovi, così da poterli ascoltare per bene senza impegnarmi a chiedere “ah questa è… oddio questa su quale disco era?”. Ci si sente più liberi se non si conoscono i brani. Lo dico senza girarci intorno intorno: i Low hanno fatto un concerto magnifico, da cinque stellette con lode. Sia nei momenti più intimi, con le doppie voci a incastrarsi, che nei momenti più rumorosi (pochi ma hanno lasciato il segno), la band ha dato prova di una classe superiore, scaturita da grandissimi professionisti e da eccellenti songwriter. ‘Spanish Translation’ e una dondolante ‘What Part Of Me’ spiccano tra le nuove mentre tra le vecchie la meravigliosa ‘Holy Ghost’ ha faticato a disperdersi nell’aria dopo aver concluso il suo viaggio. Brividi senza fine anche su ‘Plastic Cup’ ovviamente, un gioiello pop assoluto. I Low anche nel live puntano tutto sul togliere, sulla sottrazione, fedeli al motto di Carver “less is better” ed ecco che una canzone può essere composta anche da “uuuhhh uhh” trascinati per 9 minuti come nel caso di un martellante brano finale (‘Landslide’?). Il resto è ipnosi che rapisce, note suonate con parsimonia estrema e poi tirate al limite con due voci superbe a cristallizzare tutto. A chiudere tre encore, tra cui ‘Words’ anche se potrei sbagliare visto che non ho annotato niente (niente taccuino, niente di niente). Ma cosa cambia? Nulla, nulla rispetto a questo concerto così emozionante, così toccante e commovente, dove sento ancora la voce di Mimi Parker che si allunga ad inseguire le parole. Però ‘So Blue’ e ‘Like a Forest’ perchè non le avete fatte? Vi odio, con amore.

Dante Natale