Low @ Magazzini Generali [Milano, 29/Novembre/2011]

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Circa tre anni. Tanto è passato dalla prima e ultima volta che ho visto i Low dal vivo. Allora, a Madrid; oggi a Milano. Tempi diversi, situazioni differenti. Un felice passato non lontano ma sentito come tale, che ha lasciato spazio a un presente più riflessivo, ragionato ma incosciente. Pare proprio che la band del Minnesota si sia messa a marcare alcuni momenti decisivi della mia vita. Filosofia a parte, è stato un concerto toccante, come me lo aspettavo, anche se non così mistico e perfetto come quello nella capitale spagnola. Sarà che si trattava della prima volta. E gli anni passano per tutti: per il trio di Duluth come per il sottoscritto. Dopo essermi debitamente sistemato a pochi metri dal palco, non resta molto da attendere. Il tempo rimasto lo spendo a guardarmi attorno, notando come la band americana attragga gente di tutti i tipi e di tutte le generazioni. Fungono da raccordo tra chi era troppo in là con gli anni per goderseli appieno così com’è chi è arrivato, per forza di cose, dopo e li ha scoperti a ritroso: ragazzine appena maggiorenni accanto a nostalgici in blue jeans che il tempo (o lo stress?) ha privato di buona parte delle folte chiome ma non della voglia di lasciarsele crescere lunghe sulle spalle.

I teloneros di oggi sono gli Emily Plays. Quartetto di Pavia con voce femminile, suonano un rock leggero dalle influenze psichedeliche, perlopiù semiacustico. La voce quasi rauca di Sara Poma ci mette un po’ a scaldarsi, ma poi raggiunge la temperatura giusta e infila bene le tonalità. Il batterista, seppur ridotto a poco più di un tamburo, un rullante e una pila di piatti infilati in ordine decrescente di grandezza uno sopra l’altro, fa un gran lavoro, svettando sull’esiguo set con la sua mole. La chitarra acustica e il basso non si sentono granché, tanto che la performance ne risente, sebbene i quattro se la cavino bene. Una mezz’oretta leggera e gradevole, in attesa degli headliner. Nei minuti di attesa, Alan Sparhawk e Steve Garrington fanno capolino più volte per settare autonomamente gli strumenti, quasi in sordina. Il set è scarno e minimale, e l’atmosfera fumosa e soffusa aiuta a creare il giusto clima per questo tipo di spettacolo. Finalmente sono su. Mimi Parker è la più schiva e introversa, mentre Alan spesso gigioneggia, soprattutto nei momenti di maggiore intensità. Fa un po’ sorridere lo sguardo di Mimi che, nei momenti di furore del marito, lo guarda come per dire “Alla tua età…”. Steve Garrington appare sempre molto concentrato e umile, con il suo sguardo bonario da leone durante la siesta.

Attaccano senza dire una parola, e l’inizio è fulminante. Si torna indietro di vent’anni con ‘Lazy’, dal primo, immenso, ‘I Could Live In Hope’. Un brano assolutamente evocativo e inquietante, perfetto per la colonna sonora di un film noir o per un episodio di Twin Peaks. La chitarra tremolante di Alan Sparhawk ci trasporta in un mondo viola e impenetrabile, fatto di ombre e sussurri, mentre il basso circolare intrappola in un vicolo cieco. Come se non bastasse, a far sussultare le corde dell’animo ci pensa un altro pezzo da novanta: ‘Lullaby’, sempre dall’esordio. Si scende ancora di più in fondo agli abissi dell’anima, con la voce di Mimi Parker quale unica fiaccola a illuminare il cammino. Un equilibrismo perfetto di suoni e pause di silenzio, simile a quanto stava portando avanti il miglior Mark Kozelek, proprio in quegli anni. La tensione emotiva cresce fino a non potersi più trattenere, con la chitarra a darle voce e a rilasciare l’energia repressa che, tuttavia, rimane pur sempre incanalata in una struttura claustrofobica e sinistra. Un brano non facile da interiorizzare né da suonare dal vivo, ma espressione autentica della maestria di questa band. Dopo una doppietta del genere, non è facile mantenere alta la bandiera. I tre ci provano con il nuovo singolo, ‘Try To Sleep’, tenera e incalzante quanto basta per portare il concerto verso sentieri più dinamici. Eppure non tutto va come dovrebbe. La traccia non decolla del tutto, complice soprattutto l’impossibilità, in tre, di ricreare lo spettro sonoro del brano così come lo conosciamo in studio. L’esecuzione risulta quindi piacevole, ma non riempie né coinvolge quanto dovrebbe, mentre la chitarra, a causa della predilezione di toni piuttosto (troppo) bassi per questo pezzo, crea perfino rimbombo.

Si risale la china con la canzone successiva, della quale non ricordo il titolo ma parte del testo, che dice “All you have to do is fight”. Ancora meglio va con la successiva ‘You See Everything’, dal nuovo ‘C’mon’, con le sue note sognanti e sospese. La band ripesca quindi ‘Monkey’ da ‘The Great Destroyer’. È qui che Alan Sparhawk inizia a fomentarsi sul serio, galvanizzato dalla maggiore veemenza del brano e da un sound che torna pienamente ai livelli del principio. I Low danno il meglio sui brani molto in punta di corda, che tendono al silenzio, o su quelli in crescendo, particolarmente potenti: meno fluidi sono i risultati su pezzi, se vogliamo, più dolciastri e orecchiabili, come la già citata ‘Try To Sleep’ (incantevole invece in studio). La rampa di lancio per l’entusiasmo del chitarrista si allunga con ‘Witches’, grazie alle schitarrate lente e colme e nonostante il cantato misurato e contenuto del brano. Gli americani infilano altri due pezzi dell’ultimo disco, ‘Especially Me’, in cui brillano di nuovo i fasti del passato, e la dolente e malinconica ‘Done’. È in questo frangente, più o meno a metà concerto, che Alan Sparhawk rivolge finalmente la parola al pubblico, ringraziandolo per essere venuto e sostenendo di ricordarsi del volto di ognuno dei presenti. ‘Murderer’ precede la drammatica ‘Majesty/Magic’ (tra le migliori del nuovo album), la quale dà il via alla sontuosa elegia di ‘Nothing But Heart’, forse un po’ troppo lunga ma comunque adatta a un addio a effetto. O, piuttosto, arrivederci. I bis per portare a casa la pagnotta intera sono inevitabili e graditi, soprattutto quando la band ricomincia con ‘Sunflower’. Pur essendo tra le mie preferite, perdono volentieri ad Alan la leggerezza di essersi dimenticato di riaccordare la chitarra prima di iniziare, anche perché l’occhiata di rimprovero che gli lancia Mimi è impagabile. Sguardo che si addolcisce subito non appena il pubblico fa partire, sulla sola base di basso e batteria, un battimani sincero e spontaneo che lascia positivamente sorpresa la band. A chiudere la serata, ‘Laser Beam’, sempre da ‘Things We Lost In The Fire’. Un momento di quiete e raccoglimento, prima del saluto finale. Spettacolo non privo di errori o sbavature, questo. Ma comunque ammaliante e potente come sempre. Forse anche più umano, rispetto alla natura quasi soprannaturale di quello di tre anni fa. Soprannaturale come il fatto che questi tre anni siano passati così dannatamente in fretta.

Eugenio Zazzara

1 COMMENT

  1. Bella recensione e concerto veramente emozionante.
    Uno di quelli che ti restano dentro per sempre. =)

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